Ci si può svegliare scarafaggi o ci si può svegliare morti. In fondo, in un modo o nell’altro, si cessa comunque di abitare il proprio corpo, quello noto, posseduto, avuto in dotazione. Con un incipit fortemente kafkiano, Marcello Fois, nel suo ultimo romanzo L’immensa distrazione, Einaudi editore, stipula un patto narrativo ad alto rischio con il lettore, costretto a sospendere la propria incredulità sin dalle prime righe, pena l’impossibilità di seguire i tortuosi tragitti che la mente/coscienza del protagonista Ettore Manfredini affronta in pochi istanti che si distendono fino ad abbracciare l’intera sua lunghissima vita.
Nella gelida alba del 21 febbraio 2017, il vecchio Ettore si sveglia, nonostante sia appena morto, e sente di essere circondato dal silenzio. In quel silenzio potrà finalmente ragionare sulla sua morte (si rammarica di non averlo fatto prima) e ripescare immagini vivide di un passato anche assai remoto. Potrà assistere alle capriole della propria memoria e, cosa stupefacente, ai pensieri e ai sogni altrui come se fossero uno spettacolo teatrale che un accorto regista ha allestito a suo esclusivo uso e consumo. Fois sceglie abilmente di affidare il racconto ad un narratore onnisciente affinchè il distacco risulti più netto e la componente emotiva si frantumi a favore di una visione più nitida e sfrondata dalle tante versioni private, ingannevoli e illusorie che l’individuo tende a creare nell’atto di riesumare i ricordi. La morte appare al novello defunto come un lucido stato di connessione attraverso il quale “ricongiungere tutto quanto appare slegato nel corso della vita”.
Il pragmatismo che aveva prevalso in tutta la sua lunga e travagliata vita, una vita in cui non era stato felice ma nemmeno infelice, cede il posto alla capacità speculativa, quasi a recuperare quel desiderio, che non era stato possibile realizzare da ragazzo, di studiare e di riflettere, di impossessarsi della cultura e delle parole come chiave di accesso al potere, alla salvezza, alla verità. Nato povero, Ettore inizialmente lavorerà nel mattatoio della famiglia Teglio e poi, per un imprevisto e tragico incidente storico (le leggi razziali e la deportazione dei proprietari ebrei) potrà dedicarsi alla costruzione di un impero delle carni nell’industriosa Emilia in cui Fois ambienta la vicenda, spostando il proprio interesse dalla Sardegna, che aveva accolto la “trilogia dei Chironi”, alla regione che più di altre aveva beneficiato della ripresa postbellica. L’esperienza giovanile dell’uccisione del vitello, in cui comprende il “momento perfetto per scagliare il fendente” sul collo docile della bestia palpitante, lo forgia nel profondo e forse da quell’atto quasi sacrale per la sua formazione umana trarrà la forza per accogliere il piano apparentemente generoso e caritatevole di sua madre: salvare una delle giovani figlie dei Teglio, Marida, accogliendola in casa come una lontana parente, per dargliela quindi in sposa e garantirgli in tal modo il possesso di ciò che avrebbe potuto essere confiscato e disperso. Insomma dall’inganno trae origine la fortuna economica di Ettore e dal suo matrimonio senza amore nasceranno quattro figli – Carlo, Enrica, Edvige e Ester – pacatamente accuditi e sostenuti, perché questo alla fine è il ruolo di un padre, anche se in realtà non tutti avranno lo stesso posto nel suo cuore, ma questo sarebbe meglio non ammetterlo nemmeno a se stesso. La menzogna in tutte le sue molteplici sfumature ha alloggiato nelle grandi case di famiglia, case sempre più ampie e confortevoli per rendere evidente agli occhi di tutti il benessere ottenuto e per occupare i giorni vuoti di donne che hanno accettato di mettersi da parte per puro spirito di sopravvivenza.
Non tutte però. Enrica prende le redini di quella fortuna in evoluzione e la rende solida e soprattutto la allontana dal sangue e dai lamenti delle bestie sgozzate. Nelle aziende dei Manfredini non si uccide più, si producono prodotti industriali di alta qualità, il passaggio dalla morte al nutrimento è reale e metaforico insieme. L’eco di quel mondo, con i suoi odori e rumori, torna però con insistenza in quell’alba di morte quasi a sancire il legame mai troncato con il passato. Nella scansione di eventi tragici o apparentemente insignificanti, Ettore rintraccia le occasioni perdute, le parole non dette, i pensieri inespressi, le tante morti che hanno preceduto quella definitiva, le azioni legate a un modo sbagliato di assorbire e restituire amore che adesso gli appare come il più irreparabile degli errori.
Solo uno scrittore puro, quale Fois si conferma, può restituire gli affanni e le contraddizioni dei suoi personaggi con tale efficacia, che siano uomini o donne, bambini o adulti non importa né conta il ceto sociale al quale appartengono. Di tutti indossa abiti, pelle e pensieri e vi respira dentro con una scrittura dallo stile sontuoso, perfetta negli incastri sintattici e nel lessico ricercato, che è la qualità più alta e indiscutibile del romanzo, struggente sin dalla copertina, bella da togliere il fiato.
“Vivere è un’immensa distrazione dal morire. E perciò un sacco di tempo lo si spende a fare, pensare, agire, cose indifferenti. Così può accadere che non si ami abbastanza, né si odi abbastanza. Può capitare persino di investire un’immensità di energie a trovare soluzioni inutili per problemi inutili” (pp. 78-79).
“Sea Paradise” di Eleonora Lombardo: una distopia lucida e disincantata
Credere nella Società e nel Bene comune e assicurare il futuro alle prossime generazioni sono alcuni punti del protocollo motivazionale della Sea Paradise, una lussuosa nave da crociera, che lo Stato destina agli ultrasettantenni, sulla quale sarà possibile realizzare gratuitamente qualsiasi desiderio. Salire a bordo però significa anche essere consapevoli che potrebbe essere l’ultimo viaggio prima della fine, perché in questo mondo futuribile, votato alla tecnologia e all’efficienza, l’eliminazione degli improduttivi è un imperativo condiviso e ineludibile.
“Mi sono ritrovata dentro una poesia che è un luogo e un tempo. Deve essere da lì che veniamo noi vecchi, dalle parole che hanno significati sganciati dalla realtà, veniamo tutti dalla necessità dell’interpretazione, dalle immagini sfocate, dai riflessi, dall’ardire di una libertà di senso. Di una licenza poetica. Siamo pericolosissimi, noi che ci possiamo illuminare senza sprecare energia.”
Sea Paradise di Eleonora Lombardo, Sellerio editore, è un romanzo affascinante che propone una distopia lucida e disincantata che si porge con malinconica dolcezza, che offre con vaporosa leggerezza riflessioni profonde sulla vecchiaia, sul pudore riservato ai sentimenti forti, sul residuo senso di umanità destinato a naufragare nell’etica ipocrita di un’indispensabile selezione non esattamente naturale.
“Vecchi ovunque, provo pudore perché è la stessa cosa che vedranno in me, una vecchia senza traccia dell’immensità che la ha abitata.”
Elvira e Amanda sono due donne ancora fresche e per nulla sazie di vita che l’oltraggio anagrafico imprigiona nella categoria delle indesiderate e inutili per il giovane Stato he tiene le redini del potere, sono due inseparabili amiche che hanno fatto del rispetto reciproco un credo saldissimo.
L’intervento di Achille, personaggio chiave non a caso chiamato come l’eroe omerico amato dall’autrice, potrà forse modificare un copione già scritto e infinite volte interpretato.Bella lettura che applica il paradosso dello sviluppo sostenibile sugli esseri umani.
Il viale che conduce alla fattoria è disseminato di pavoni. Una donna li scruta con avidità, sperando di scovarne uno che apra la coda per mostrare la propria magnifica ruota di colori. La ricerca della bellezza, a lei negata nel fisico, e della perfezione, invece concessale nell’arte, sembrano incarnarsi nell’animale da cui ossessivamente si è circondata, un simbolo di trascendenza e di immortalità da cui trarre gioia e conforto. Flannery O’Connor fu una donna atipica, percorsa da una ricerca spirituale e da una vis polemica che resero la sua scrittura unica e difficilmente inquadrabile.
Leggere La ragazza di Savannah di Romana Petri – vincitore dell’Orbetello
Book Prize 2025 – suscita come immediato effetto collaterale il desiderio di leggere o rileggere l’opera di questa imponente voce della letteratura americana del Novecento. Ciò è dovuto al lavoro condotto dalla Petri con sobrio equilibrio tra fonti e immaginazione per restituire azioni, pensieri, sogni, difficoltà, bizzarrie, parole della scrittrice americana, morta non ancora quarantenne con l’amara consapevolezza di non riuscire a completare il suo terzo romanzo. Se, invece, per un momento si provasse a dimenticarne il nome, la fama e il successo, se la osservassimo come una qualsiasi donna marchiata dalla malattia, ecco che emergerebbe una granitica volontà di vivere unita alla capacità di accettazione della malattia stessa, affiorerebbe una donna credente che abbraccia la sua croce e la ama con lo squisito affinamento della sensibilità prodotto dal dolore, esploderebbe l’impari lotta contro il tempo che lima i giorni riducendoli a briciole da raccattare, che limita l’orizzonte progettuale fino a ridurlo a una manciata di settimane o di giorni, che indica luoghi impossibili da raggiungere e chimere che solo altri potranno sognare. Sta anzitutto qui la potenza di questo romanzo che potrebbe essere dedicato a ogni creatura sofferente che non si arrende e che brilla minuscola ma gigantesca come una lucciola in una serata estiva.
Ciò premesso, Petri, con un linguaggio fluido anche quando si inerpica su tematiche filosofiche e teologiche, ricrea le condizioni di immedesimazione che le sono congeniali, le stesse che l’hanno fatta respirare nel Klondike di Jack London e volare nei cieli belligeranti di Antoine de Saint-Exupéry, e che la portano non tanto a scrivere del personaggio quanto a esserlo, ad abitarne la pelle, il cuore e la mente come se fossero i propri, perché forse un po’ lo sono davvero. Gli scrittori, almeno quelli di spessore, hanno un comune patrimonio emotivo nel quale riconoscersi e all’occorrenza possono scegliere camaleonticamente di trasformarsi dentro quella stupefacente zona della mente in cui l’essere di chi scrive coincide con l’essere di chi è oggetto di indagine. In questo territorio misterioso è persino possibile ipotizzare che usino lo stesso linguaggio e le stesse parole, in questo caso un’unica voce per due scrittrici diversissime che hanno fatto della scrittura una ragione di vita.
Ci sono momenti nel testo in cui però volutamente le personalità si scindono e le voci si separano, sono brevi sequenze segnate da un rapido passaggio al presente del tempo verbale. Qui Petri si allontana e osserva a distanza, rende cronaca il racconto, mette a fuoco dettagli che hanno bisogno di imparzialità e distacco, con uno scarto improvviso inquadra dall’esterno piccoli o grandi accadimenti, come ad avvisare il lettore che la realtà esiste al di fuori del punto di vista della protagonista, una realtà che non subisce le deformazioni inevitabilmente apportate dal suo particolarissimo sentire.
Sono tanti i personaggi con i quali la scrittrice O’ Connor entra in contatto, spesso attraverso incessanti relazioni epistolari, occasionali incontri o durature ospitalità, ma soprattutto ai genitori Petri riserva pagine magnifiche. Regina, madre che come un generale dirige la fattoria in cui Mary Flan è costretta a trascorrere la maggior parte del suo tempo, posa sul mondo uno sguardo diverso, quasi compensativo rispetto a quello della figlia, uno sguardo pragmatico, da donna energica costretta a prendere in mano le redini della famiglia e a dedicare la propria vita a una figlia della quale sostanzialmente non comprende l’opera letteraria, ma che ama senza indugiare in smancerie e che ammira per la sua determinazione e per la sua incredibile capacità di sopportazione. Ne è fiera e orgogliosa e prega di poter morire un attimo dopo di lei, non prima, perché comprende che senza il suo stabile accudimento la giovane donna talentuosa che ha partorito sarebbe perduta. Quella paterna è invece una figura dolce e comprensiva, l’affettuoso alleato presago dei futuri successi, destinato però a scomparire presto per la malattia che poi apparterrà anche alla figlia, lasciando dolore e nostalgia. Spontaneo ravvisare in lui il ricordo del Ciclone, l’amatissimo padre dell’autrice, così, per quelle strane coincidenze che talvolta la vita porge, i sentimenti delle due donne possono mescolarsi e diventare autentici al di là della finzione narrativa, ma con effetti diversi: O’Connor sceglie di non parlarne per proteggersi dal dolore, Petri gli dedica un intero, magnifico romanzo per elaborarlo.
Il fil rouge che attraversa da cima a fondo il testo è comunque il rapporto con il divino vissuto da Flannery O’Connor in maniera del tutto anticonvenzionale e riversato nelle sue pagine con l’interesse dimostrato per personaggi balordi che si scontrano contro il richiamo della redenzione. La presenza della violenza dentro la quale trovare la necessità della fede, le situazioni scomode che non potevano soddisfare i benpensanti creano una spaccatura nel mondo cattolico di cui lei vuole essere interprete e protagonista. Sin dall’infanzia Mary Flan aveva tentato di instaurare un rapporto diretto con Dio, la sequenza iniziale del tentativo di prendere a pugni l’angelo custode per convincerlo a lasciarla in pace ne è una prima gustosa dimostrazione, e per tutto il corso della sua esistenza quel rapporto esclusivo, fatto anche di preghiere inventate ma cucite addosso alle proprie personalissime esigenze, ha caratterizzato l’opera di una scrittrice cattolica desiderosa “di imparare a usare le parole per raccontare Dio”. L’amore terreno, da cui per qualche tempo fu ossessionata, si trasformava inesorabilmente in amicizia letteraria e da quella negazione traeva ulteriore spinta a concentrarsi su Dio, vero fulcro e motore della sua esistenza. Una vita che procedeva dunque per sottrazione, di affetti, di passione amorosa, di salute, di indipendenza, ma che da queste assenze ricavava pienezza e ispirazione. Ispirazione che arrivava come un’onda da arginare per darle la forma voluta attraverso un maniacale lavoro di labor limae, di trascrizioni che la inducevano a indugiare per mesi su uno stesso racconto o per anni su un romanzo. La ricompensa finale fu la perfezione, cercata e raggiunta nel modo da lei accarezzato e ambìto: la propria ruota di pavone da consegnare ai posteri.
Si può incespicare sui ricordi come su un sasso in un terreno accidentato e, se il passo è incerto, si rischia di inciampare ancora e ancora una volta. La memoria tradisce, aspetta al varco, tende tranelli, fa i capricci, si ripresenta con abiti nuovi, insiste con il suo bel teatrino di comparse sempre uguali che appaiono diverse a seconda del punto di osservazione. La memoria, che è riproposta di un tempo andato, talvolta si rende presente e allora non basta allontanarla con una mano perché bisogna prima o poi farci i conti.
Con L’isola e il tempo Claudia Lanteri, libraia di professione, consegna un insolito romanzo d’esordio di rara potenza dentro il quale scendere in apnea, come il protagonista Nonò/Nofriu, libero di respirare solo quando immerso nella silenziosa e oscura profondità marina.
L’isola è un lembo di terra arida all’estremità meridionale della Sicilia. Sterpaglie, capperi, vigneti su cui sudare alla manciata di gente che la popola sono più cari del mare. L’immensa distesa azzurra va guardata da lontano, con diffidenza, o solcata da esperti pescatori che ne conoscono insidie e minacce. Da quelle lontananze pregne di mistero, in una giornata come tante, alla fine degli anni ’50 giunge un barchino con a bordo un uomo disperato e la giovane moglie ormai morta. Un incendio ha distrutto la nave, di cui lui era lo skipper, che portava a bordo anche la facoltosa famiglia Domoculta. Il paese si stringe intorno al suo dolore e la malcelata curiosità si insinua tra le pieghe di una storia che commuove alcuni e insospettisce altri.
Nonò è tra i sospettosi, quel vedovo affranto non gliela racconta giusta, così avvia un’indagine privata nella quale tenta di coinvolgere il professore Dalmasso, che paziente lo sta iniziando ai segreti dell’entomologia e della botanica. Sguardi allusivi, frasi lasciate in sospeso, ricerche lacunose sono cibo succulento per la sua personale fame di conoscenza. Nonò scalpita, non crede alla versione ufficiale, prova a percorrere sentieri non battuti, senza trovare le prove per ribaltare quella verità che a lui puzza di menzogna. Nonò, il ragazzino intelligente e curioso, si ritrova così adulto, Nofriu, un uomo considerato bizzarro e un po’ svitato, mai pago di raccontare quella storia che ha spezzato la sua adolescenza con un prima e un dopo barchino. Il mondo aperto delle possibilità si ripiega in quello chiuso del già compiuto.
E allora non resta che rassettare la piccola casa, raccontare più e più volte a conoscenti o a occasionali ascoltatori quella storia lontana ma non appannata, in un continuo andirivieni nel tempo alla ricerca di ordine e chiarezza. Ma non ci saranno orecchie complici per lui, solo distratta attenzione o peggio scherno, a chi potrebbe interessare una storia che puzza di vecchio raccontata da un uomo roso dalla solitudine? E della verità, nascosta tra le viscere di quel mare portentoso e infido, cosa dovrebbe farci se non incastrarla nella memoria fino a farla sanguinare? Una scatola da custodire è l’unico filo che lo lega al passato e l’unico ponte verso un futuro che non potrà compiersi, ma che non impedisce l’attesa e non uccide la speranza.
L’autrice, indossando il punto di vista del narratore come lenti sfocate e deformanti, riesce a far viaggiare lo spettatore tra ricordi che ricostruiscono fatti e ripropongono manciate di dettagli sempre più fitti e precisi fino a fornire la soluzione dell’enigma, che in realtà, persino per il lettore, è meno importante dell’atto stesso della reiterata narrazione. Ed è inoltre una soluzione che non segna l’appagamento del protagonista, per il quale l’assenza di giustizia è un dramma della coscienza, il delitto senza castigo non può pacificare giornate che sarebbero sempre le stesse se non fossero attraversate dal fuoco sempre acceso del ricordo. Dentro quel tempo teso come un elastico, pronto a distendersi per poi allentarsi e tornare allo stato iniziale, Lanteri inserisce a spizzichi e bocconi paesaggi e personaggi, i primi riprodotti con frasi appoggiate come colore raggrumato e rugoso, i secondi presentati nel loro quotidiano agire che suona con le note aspre della fatica e di sentimenti mai esibiti o con quelle stonate della noncuranza e della falsità.
Ed ecco la madre, Angelina, ligia al dovere sino all’esasperazione, capace di amare la sua famiglia di un affetto nascosto ma vivo e pervicace, il fratello, Filippo, che sa dispensare tempo e attenzione, Tina, la donna della bottega, rassicurante e protettiva, il maresciallo Bonomo, intento più a liberarsi di un caso fastidioso che alla ricerca della verità, il vedovo Bruno Surico, compagno di vita di una bella donna insolitamente dedita alla scrittura, Mattia, la bimba superstite che illanguidisce il cuore del ragazzo, la vecchia signorina Biancamaria Domoculta, che piomba come un rapace a sottrarre la nipotina e a portar via con sé la gioia di Nonò. E infine il paese, fatto di visi, gesti e voci che si protendono come tentacoli di un unico gigantesco polpo.
Nel periodare proteiforme e magnetico dell’autrice è gradevole perdersi e lasciarsi avviluppare. Lanteri usa una lingua scagliosa e languida, arruffata e distesa, una lingua capace di contenere opposti e porgere sollecitazioni, nutrita qua e là di un sapido lessico dialettale che non confonde ma orienta in luoghi che non potrebbero prescindere da esso.
È pensabile che un episodio lontano possa modificare la vita di un ragazzo fino a deformarla e a renderla altro da ciò che forse sarebbe stata? Su quell’isola in cui l’imprevisto non è previsto tutto è possibile anche infilarsi dentro un’ossessione senza tregua, in un racconto che a furia di essere ripetuto assume gli incantevoli connotati del mito.
“Archimede – La solitudine di un genio” di Costanza DiQuattro
@ Agata Motta, 18 giugno 2025
Quanto può essere impervio e doloroso abitare la vita quando la ricerca della verità diventa un bisogno insopprimibile? E per il genio, che si scopre sempre inadeguato a quella che per gli altri esseri umani è la spianata e limpida distesa dei giorni, quanto può essere straziante l’anelito continuo all’infinito e all’eterno, a uno spazio e a un tempo che tenta di comprendere e contenere?
Nello spettacolo Archimede – La solitudine di un genio di Costanza DiQuattro, diretto da Alessio Pizzech e inserito nella stagione estiva del Teatro Biondo attualmente in corso nel chiostro della GAM di Palermo, le ultime ore dell’illustre matematico siracusano sono ripercorse attraverso un monologo che apre il sipario sull’intimità di un personaggio di cui le fonti raccontano pochissimo. Attraverso gli scarni dati biografici l’autrice costruisce un testo denso, compatto e immersivo che mostra anche l’uomo celato dietro il genio, le sue fragilità e i suoi pensieri, la sua precaria collocazione in una società conformista che stenta a definirlo, che alterna l’ammirazione per una straordinaria intelligenza, corteggiata dai potenti a fini utilitaristici, al disprezzo per quelle stravaganze che hanno il sapore della follia.
Un soldato romano irrompe nella sua abitazione durante il sacco di Siracusa, alleata di Cartagine, e sembra quasi impaurito da quegli strani strumenti che ingombrano la stanza, da quella personalità così diversa e dirompente. La spada e la fune con cui cinge i polsi alla sua preda non lo rendono più forte, così, rapito dalle parole, depone l’arma e si dispone all’ascolto. E Archimede parla, inonda la scena di parole, racconta delle scoperte avvenute per caso, in momenti di quotidianità, del mesto ma saldo e tenero legame coniugale, della passione amorosa per una schiava acquistata ad Alessandria che istruisce paziente per donarle l’unica vera libertà praticabile, del richiamo della propria terra, fertile di luce e profumi, del rimpianto per quella paternità mancata che avrebbe donato un senso al suo percorso terreno e che si concretizza in un sogno ricorrente denso di struggente malinconia, del bisogno frustrato di amicizia. Tutto il suo universo insomma, consegnato al casuale ascolto di un nemico che per poche ore diviene stupito contenitore di confidenze, rimorsi, amarezze, sogni e speranze. A lui rivolge l’esortazione di portare a Roma la bellezza della terra dei greci “dove tutto è nato e tutto finirà”.
Non è certo agevole entrare nella pelle un personaggio così complesso, eppure Mario Incudine regala un’interpretazione superba, recitazione e canto mirabilmente fusi a restituire ogni piega, ogni sofferenza, ogni stupore, ogni dubbio di un uomo che quasi si vorrebbe accanto per consolarlo della solitudine ingiusta, di una vita che getta a caso i suoi dadi, di un destino che a capriccio sorteggia eletti e sconfitti, nani e giganti. Incudine, autore anche delle musiche eseguite dal vivo da Antonio Vasta, utilizza tecnica e cuore, alterna le morbidezze espressive legate ai ricordi al ritmo incalzante del puparo nelle rievocazioni di imprese epiche, come il noto episodio degli specchi ustori usati contro le navi romane proposto in una scena tanto bella e perfetta da lasciare senza fiato, fa vibrare ogni singola parola di un testo che parlando di un lontano passato acquisisce il sorprendente sapore del presente. I Romani esercitano la forza con sacra devozione, a muoverli il desiderio di conquista, il resto non conta. La scia di sangue e di morte che la guerra produce è solo un effetto collaterale da non tenere in considerazione. Il mondo di ieri come quello di oggi, la guerra è ancora lì, non è diventata un’orrida parola impronunciabile, non si è trasformata in monito per il futuro, la tracotanza di chi detiene il potere non suscita indignazione, la bellezza violata dalla distruzione non commuove. “Dove stiamo andando?”, è in questa domanda che bisognerebbe sempre porsi che può insinuarsi la salvezza, interrogarsi sul perché delle proprie azioni contribuirebbe a dotarle di senso e di validità.
Con accortezza e generosità la regia di Pizzech non impone ma suggerisce, lascia che testo, musica e interpretazione, nel loro felicissimo connubio, catalizzino l’attenzione del pubblico, assecondati dalle scene essenziali ma caratterizzanti di Andrea Stanisci che cura anche i costumi legati all’epoca. Così il luogo di studio e di invenzione si configura anche come il posto in cui ritrovare i pezzi sparsi della propria anima.
Il dubbio sulla bontà delle proprie invenzioni, la paura che possano essere messe a servizio del male, il senso di colpa che lo precipita nel buio della disperazione fanno di Archimede un uomo autentico e sincero e conferiscono ulteriore spessore a uno spettacolo che sa accendersi anche di momenti di ariosa leggerezza attraverso il canto potente e ammaliante dello stesso Incudine e grazie all’uso affettuoso del dialetto in certi passaggi, come nella rievocazione del re Gerone, che con l’uso di una lingua anacronistica e di registro popolare viene ironicamente catapultato nel mondo dei comuni mortali.
L’amore, la bellezza, la cultura costituiscono il testamento spirituale lasciato da Archimede al giovane soldato (Tommaso Garré), presenza muta cui affidare gli unici momenti di amicizia di un uomo, ormai prossimo alla morte, destinato dalla propria grandezza alla solitudine.
Archimede
diCostanza DiQuattro
con Mario Incudine
regia: Alessio Pizzech
scene e costumi: Andrea Stanisci
musiche: Mario Incudine eseguite dal vivo da Antonio Vasta
produzione: CTB Centro Teatrale Bresciano/La Contrada Teatro Stabile di Trieste/ Teatro della Città/ in collaborazione con teatro Donnafugata/produzione esecutiva A.S.C. Production Arte Spettacolo Cultura
Chi non si è mai ritrovato a scrivere qualche pagina di diario per fissare un ricordo, per fare chiarezza sui propri tumulti interiori, per analizzare persone e situazioni? Anna Di Mauro nell’originale e trascinante romanzo La Fabariota, Carthago edizioni, inserisce questa modalità narrativa non tanto o non soltanto per restituire dignità letteraria a un genere poco frequentato ma soprattutto per un bisogno di esplorazione della scrittura in quanto tale, la scrittura che è “luce feconda che non si spegne mai”, quella che salva e monda, quella cui aggrapparsi nei momenti di sconforto e di disperazione, quella cui si affidano umori e sapori di una vita spesso insufficiente a contenere gli sconfinamenti dello spirito. Sì, perché la dualità insita nell’uomo, intesa come conflitto tra ragione e sentimento o come compresenza di corpo e anima, è ben presente nel testo e ne costituisce uno dei tratti caratterizzanti.
Abbiamo dunque un Osservatore celeste, un tempo umano e dotato di chiaroveggenza, che viene affiancato a una giovane donna in piena crisi sentimentale e professionale, per contenerne gli impulsi suicidari o semplicemente per raddrizzare il timone di una perigliosa navigazione attraverso una singolare forma di “assistenza empatica”. Non può materialmente intervenire, quindi si danna e si dispera o cerca di stemperare la tensione con piglio ironico. Scrive un diario per “registrare fedelmente il tempo trascorso con la sua cavia”. Un angelo custode non ancora del tutto maturo per il suo compito che si attrezza culturalmente rimpinzandosi di libri, un angelo custode simpatico nella sua imperfezione che usa un linguaggio ampolloso e se ne compiace come se le esuberanze stilistiche, le arditezze lessicali, le ridondanze aggettivali potessero contribuire all’accelerazione del suo percorso di uscita dalla zona grigia in cui si trova. La finalità del suo diario è pertanto di perlustrazione non solo della creatura sotto la sua tutela ma anche di se stessa (perché in realtà di un’osservatrice si tratta e non è un caso l’attenzione maggiore riservata al “femminile”) e del proprio livello di affinamento.
Ed ecco la protagonista terrestre, Alessia Alibrandi, archeologa che tenta di ricostruire la storia dei Sicani e di dimostrare come questa popolazione abbia avuto rapporti con la civiltà minoica. Durante la sua caparbia ricerca, ostacolata da ruspanti intimidazioni mafiose, si imbatte però in un’affascinante leggenda legata alla figura della Fabariota (la donna di Favara, la prima “fimmina scrittora”) che in epoche remote scriveva a uso e consumo delle donne che andavano a consultarla nel suo antro misterioso. Che non sia solo leggenda sarà chiaro sin dall’inizio, perché la grottesca rappresentazione al teatro Valle (momento iniziale e conclusivo della vicenda che assume pertanto un andamento circolare) ha per oggetto proprio il contenuto dei manoscritti ritrovati. Anche lei scrive un diario, ma con finalità inconsciamente terapeutica. “Pochi sanno ascoltare veramente”, afferma Alessia, “Invece la pagina riceve la confidenza docilmente. È rispettosa”. La paralisi della volontà – che tanto la avvicina allo sveviano Zeno Cosini – la depressione, i conflitti con le figure parentali pian piano emergono, prendono forma e ricevono voce, il meccanismo della terapia psicanalitica viene affidato alla scrittura. Anche il linguaggio di Alessia non disdegna certe raffinatezze e magniloquenze, anzi sembra quasi che nei diari prenda corpo uno stile che deliberatamente si contrappone a quello più fluido, incalzante, a tratti fortemente paratattico della narrazione onnisciente, nella quale prevale il punto di vista della protagonista cui si affiancano le incursioni dirette dell’Osservatore celeste che giudica, svela le menzogne autoassolutorie della sua pupilla, freme nell’impossibilità di deviare il corso degli eventi perché il libero arbitrio, facoltà umana incontestabile, deve comunque essere garantito.
L’autrice insomma gioca con le molteplici possibilità espressive, se ne avverte l’ironia pungente e il tangibile divertimento a conferma di quanto, al di là dell’affasciante storia e dei tanti personaggi tratteggiati con finezza, sia proprio alla scrittura che dedica la sua maggiore cura. Una diffusa leggerezza permea le pagine quasi a voler dimostrare che anche le tematiche più serie e dolorose possono essere filtrate da un intelligente distacco capace talvolta di scovarne il lato comico. E risulta spontaneo intravedere il suo sorriso sornione dietro le parole dell’Osservatore celeste che in fondo, pur avendo una sua identità che si svelerà solo alla fine, non è pretestuoso considerare un alter ego, così come è semplice ipotizzare che nei luoghi teatro delle azioni – Roma, Agrigento, Favara, Sperlonga, Venezia – abbia seminato pezzi del proprio cuore.
Ambientato negli anni Sessanta – riconoscibili grazie ad accenni politici quali la presidenza di J.F. Kennedy ma soprattutto attraverso i riferimenti cinematografici, dalla morte di Marylin alla via Veneto delle celebrità – il romanzo è intriso di riferimenti letterari, filosofici e artistici che costituiscono l’ossatura della formazione umana e culturale dell’autrice, probabili stelle polari della sua visione della vita. Sfilano così sotto gli occhi del lettore Pirandello nella moltiplicazione del proprio sé, nella taciuta pazzia di zia Tecla e nel concetto di famiglia trappola, Freud nelle continue tessiture sui sogni, Sartre nella nausea esistenziale, Kierkegaard nel necessario dramma della libertà di scelta, e ancora Marx, Dostoevskij, Dante, Sciascia, Vittorini, Caravaggio, Modigliani e altri ancora, una polifonia di rimandi e citazioni cui Di Mauro dà sostanza in quanto sostanza di una vita di studi e riflessioni.
I personaggi, i cui nomi e cognomi sono spesso rivelatori – Alibrandi, ali per volare, brando per combattere; Narcisi, il bellimbusto capace di amare solo se stesso – vengono talvolta individuati con epiteti temporaneamente calzanti allo stato d’animo e alla situazione. Attraverso i loro vissuti l’autrice accende i riflettori sulle grandi tematiche universali come la malattia, la morte, l’immortalità dell’anima, l’amore, la memoria, le radici. Su tutto si distende l’ala instancabile del tempo sovrano, che sa essere anche “nemico e ingannatore”. Gli scavi ne sviscerano i segreti per restituirli al presente e al presente giungono le parole intessute dalla Fabariota, parole tese a consolare e sostenere un universo femminile da sempre afflitto.
La consapevolezza sarà l’attrezzo fornito dall’Osservatore celeste all’incespicante e titubante Alessia, la consapevolezza dei propri bisogni, delle proprie emozioni, dei propri conflitti, la consapevolezza dell’importanza del passato, indispensabile a chi, come lei, vi scava dentro per mestiere, e infine la capacità di distinguere “ciò che fa star bene da ciò che fa star male”, un’arte che solo chi sa vivere pienamente possiede.
La Fabariota
Anna Di Mauro
Carthago edizioni
pp.298
20,00 €
Il Dio dell’attimo fortunato. “Kairos” di J. Erpenbeck, ed. Sellerio
@ Agata Motta, 16 giugno 2025
Un senso di estenuante agonia pervade sin dall’inizio le pagine di Kairos di Jenny Erpenbeck, edito da Sellerio, romanzo colto, raffinato, complesso, vincitore dell’International Booker Prize 2024. Una storia d’amore nella Berlino est a ridosso della caduta del muro, questo in estrema sintesi il contenuto, ma un universo si muove dietro l’apparente semplicità dell’enunciato.
Il linguaggio è il primo elemento del romanzo che colpisce e spiazza perché si porge come elemento di rottura attraverso un progressivo disgregarsi e riorganizzarsi intorno a un flusso di coscienza che cede e si alterna alla più tranquillizzante stabilità della narrazione esterna. Continui slittamenti di punti di vista gettano luci diverse sugli episodi narrati, mentre la simultanea presenza dei dati oggettivi che si incorporano con naturalezza su quelli speculativi rendono la struttura robusta e a tratti destabilizzante. È insomma un linguaggio che, nell’efficace restituzione della traduzione di Ada Vigliani, si ingorga, esplode, diventa sontuoso o persino insopportabile con dialoghi che si sottraggono alla disciplina delle virgolette, espediente ormai comune ma non per questo meno seducente, o con periodi di intricata ipotassi che si arrendono alla fulminea rapidità delle frasi asciutte e mitragliate. Alcuni passaggi risultano magici in questo gioco complesso di parole, concetti e sensazioni, come il primo amplesso della coppia protagonista sulle note del Requiem di Mozart in un continuo rincorrersi di Eros e Thanatos che imprime già una fatale direzione alla passione appena sbocciata.
L’amore tra Hans, scrittore cinquantenne sposato e padre di un adolescente, e la giovane Katharina, solare studentessa in cerca della sua strada nel mondo, si espande arioso e travolgente, ma brevi allontanamenti e piccole aperture a diverse ipotesi di relazioni mettono a dura prova l’unione, della quale si celebrano ossessivamente anniversari e momenti topici, e neanche la tirannia della passione salverà la coppia dal tragico balletto delle accuse e delle recriminazioni, del dolore inflitto e subìto, del bisogno di punire e di ricevere il proprio castigo che assume a tratti una valenza strettamente sessuale, della consapevolezza della deriva segnata da reiterati brevi addii e da ripartenze sempre più lontane da qualsiasi vaga sembianza di felicità. I due personaggi sono diversissimi ma uniti nella carne e nella mente. Hans, che ha un passato che affonda le sue radici nella gioventù nazista e un percorso di disillusione politica e culturale, si butta a capofitto sulle giovani energie della ragazza di cui si rende amorevole pigmalione e persecutorio controllore. Il periodo di collaborazione alla Stasi sembra riverberarsi nel metodo di indagine utilizzato per analizzare il tradimento di Katharina, una specie di interrogatorio affidato a nastri che la ragazza dovrà ascoltare per fornire convincenti motivazioni al proprio agire. Katharina è disponibile alla vita e alle varie espressioni dell’amore, si lascia condurre in un’esperienza nuova di felicità da abitare, si lascia plasmare dalla forte personalità di un istruttore tanto eccezionale, si lascia catturare da quel corpo che le accende i vigili sensi, impara a guardare le opere d’arte e ad ascoltare la musica con i suoi occhi e le sue orecchie, ma non rinuncia alle proprie sacche di libertà e di esplorazione, il richiamo dell’altra parte del muro in lei ha valenze fisiche e metaforiche, com’è naturale che sia per la sua generazione. Il loro passato fluttua ed emerge di tanto in tanto in modo scomposto e disordinato ad ammonire che non è possibile essere ciò che si è senza ciò che siamo stati.
Inserita su uno sfondo neutro e anonimo, la narrazione sarebbe stata scontata e persino banale, non dissimile da tante altre storie di amore tossico sviscerate con perizia e certosino scavo psicologico, ma l’autrice ha collocato i suoi protagonisti dentro un’altra agonia, quella di un luogo simbolico del ventesimo secolo e di un intero sistema geopolitico e valoriale. Hans e Katharina non avrebbero potuto essere tali al di fuori di Berlino est, città della quale la Erpenbeck restituisce atmosfere decadenti e vive allo stesso tempo, Pian piano i due amanti si aggireranno su porzioni di città che stenteranno persino a riconoscere quando la luce o la condanna di un ovest opulento intento a cancellare le tracce di un passato scomodo da disinfettare dilagherà sugli spazi del loro amore calpestati dai passi frenetici dei turisti in cerca di oggetti da acquistare a poco prezzo come testimonianza del proprio passaggio nella grande storia. Il fantasma di una città, di un sistema chiuso e di un pensiero politico cammina al fianco della coppia, gli eventi esterni non possono non avere ripercussioni involontarie ma fortissime nel privato. Neanche fumo, caffè e spumante, i rituali del loro rapporto sembrano trovarvi più una giusta collocazione. Il cielo diviso di Christa Wolf, autrice alla quale sicuramente la Erpenbeck ha guardato, si riunisce ma non si compatta, non sono amalgamabili due azzurri tanto diversi, almeno non in tempi brevi e senza fare i conti con le ferite del passato. Il prologo e l’epilogo costituiscono infatti la cornice del dispiegarsi della memoria. Katharina, ormai sposata e lontana, non andrà al funerale del suo amante nonostante glielo abbia promesso, ma ascolterà la sua musica e aprirà gli scatoloni che contengono il passato di una coppia ma soprattutto di un popolo, di uno Stato, di un pensiero forte divenuto debole, di una fetta di storia che si apre ancora a diverse discussioni e interpretazioni.
Nell’insieme si avverte la cerebralità della grande narrativa tedesca ed è talvolta difficile seguire i percorsi tortuosi della scrittura che a tratti divaga e tracima in citazioni e riferimenti che abbassano l’asticella dell’attenzione. Ma un romanzo di grandi pretese deve sapere sfidare il suo lettore, educarlo ad un livello maggiore di concentrazione anche a costo di esigere uno sforzo aggiuntivo.
Benvenuto Kairos, dio dell’attimo fortunato, che tutti almeno una volta possano afferrare il tuo ricciolo e immergersi nel flusso inebriante delle vite potenziali che spesso non si riescono a scorgere nemmeno in piena luce.
Sulla bella immagine di copertina Marte gioca a scacchi con Venere, guerra e amore si fronteggiano, lo sguardo pensoso di lui e quello divertito di lei sembrano non lasciare dubbi sulla vittoria finale da leggere anche in senso metaforico. Ma quello è l’Olimpo. Nel mondo degli uomini il gioco e le sue sfide adrenaliniche possono diventare una cosa terribilmente seria e concretizzarsi nel bisogno di camminare sull’orlo del precipizio per vedere se e come ci si possa salvare. Nella terra di nessuno compresa tra caduta ed esaltazione si collocano la ricerca di conferme alle proprie capacità e le punizioni da infliggersi per tacitare i sensi di colpa.
Su questo margine ipnotico e seducente come il canto delle sirene si muove Antonio Fusco, ombroso protagonista del romanzo Arrocco siciliano di Costanza DiQuattro, edito da Baldini+Castoldi, che imbastisce, attraverso la propria turbata sensibilità, un dialogo muto tra un passato e un presente perennemente in lotta tra loro. In lui si aggiunge la consapevolezza di un preciso destino non eludibile e della vocazione alla perdizione. Ed è inutile sperare di trovare consolanti redenzioni. Si comprende subito, e questo è uno dei maggiori elementi di fascino della narrazione, che per lui giungeranno solo passeggeri squarci di luce nel pozzo noto del dolore.
Con la scrittura agile, icastica e fortemente coinvolgente che caratterizza la sua raffinata produzione letteraria, l’autrice racconta un’altra ammaliante storia che ha Ibla come scenario, città che diviene il territorio conosciuto su cui innestare la parentesi esistenziale di un personaggio in fuga da sé stesso e dai suoi demoni.
Non sarà dunque duraturo l’arrocco siciliano del napoletano Antonio Fusco, giunto a Ibla all’inizio del Novecento per gestire la storica farmacia Albanese orfana del suo stimatissimo proprietario, ma basterà a creare rilevanti scompensi e precari equilibri sulla scacchiera sostanzialmente immobile di una società che alimenta e custodisce segreti e malsane abitudini a patto che tutto rimanga sommerso e non dichiarato. La radicata ritrosia per l’estraneo rende ostico l’approccio con la nuova realtà di questo personaggio inquieto e soffuso di mistero, mentre l’aperta diffidenza del notaio, cugino della vedova, che indaga su un passato poco limpido, potrebbe mettere in discussione i suoi diritti sulla farmacia. Così gli sforzi atti a guadagnarsi credibilità e rispettabilità procedono a fasi alterne, tra nuove concessioni e reiterate chiusure, tra blandi incoraggiamenti e malevole illazioni. Il nuovo farmacista proverà a farsi accettare tentando di individuare la crepa dentro la quale infilarsi, imparerà a fare colazione con i firrincozza e ad archiviarne l’astruso nome, ad assaggiare l’aspra dolcezza dei piretti e la freschezza ristoratrice della granita di don Firili, a memorizzare le basole percorse nei quotidiani tragitti, ad allettare la clientela femminile con nuove creme di bellezza e sfrontati sorrisi, ma sempre mantenendo per sé il tumulto che lo agita e che a ondate gli deposita ai piedi frammenti di passato e ipotesi di tare genetiche.
Un prepotente fascino emana da quei silenzi, da quegli occhi sfuggenti, da quel riserbo sul quale tutti si fionderebbero volentieri per portare alla luce verità da ruminare al Caffè 900, meta di sfaccendati, pettegoli, provocatori, poveracci. Le donne certo ne sono le prime vittime, dalla vedova Albanese, che lo tratta come il figlio tanto desiderato e mai avuto, alla giovane criata Ninetta, ben disposta a consegnargli la propria fresca e primitiva sensualità, ma pian piano l’interesse per il forestiero coinvolgerà tutti, specie i frequentatori del Circolo dei nobili che scacciano la noia distruggendo esistenze con magnifica disinvoltura.
Costanza DiQuattro
Dall’ariosa grandezza di Napoli, ricordata a fiotti intermittenti con orgoglio e nostalgia, al limitato perimetro di Ibla sembra che gli orizzonti si restringano. E invece ecco il miracolo di fortuiti incontri, simili a inciampi su ciottoli levigati, che aprono finestre su angosce pronte a mordere ma anche su sprazzi di futuro inabitato che profumano di buono. Quello con Federico, ragazzo malato e deforme, arroccato a sua volta in una ricca dimora in attesa che il proprio destino si compia, sarà l’incontro più importante, anzi assumerà il carattere di un vero e proprio riconoscimento sulla base di una sofferenza condivisa che si nutrirà di incondizionata, reciproca accettazione.
Su tutto esplodono i colori della Sicilia, la terra Musa che intride le pagine di tutta la narrativa della DiQuattro, il languore di certi scorci, il respiro della bellezza incuneata nei palazzi barocchi e nell’azzurro terso del cielo. L’autrice, visceralmente legata a Ibla, la propria città della quale narra la distruzione e la rinascita nel più recente L’ira di Dio, costruisce atmosfere che si possono quasi respirare, bagnate dalla sonorità dell’amato dialetto, e introduce dialoghi serrati ed efficaci nella curata partitura narrativa che fanno rimbalzare vivi i personaggi, intenti a usare le parole in modo allusivo, a camuffare più che a svelare.
Come l’Aleksej de Il giocatore di Dostoevskij, Fusco si muove tra i tavoli da gioco con una disposizione d’animo in bilico tra ebbrezza e indifferenza, talvolta spinto dal senso di onnipotenza fornito dalla vertigine della vittoria ma più spesso risucchiato al suolo dal personale fallimento e dalla superiore macchinazione del caso.
Il demone del gioco ovviamente non perdona chi ha continuato a corteggiarlo, il passato torna a pretendere il suo tributo, l’impulso di autodistruzione conduce nelle fauci dell’abisso. L’amore, quello etereo e vagheggiato per la bellissima baronessa Eleonora, madre di Federico, non può cambiare la sorte se è solo il frutto acerbo della riconoscenza materna.
Ma cosa può più importare se la fuga ha trovato un senso nell’amicizia, se durante una partita a scacchi, in cui si giocano l’onore e il futuro, la torre, con un altro arrocco, ha potuto proteggere il re?
Proteggere, non salvare, perché si salva solo chi lo vuole veramente.
Ancora una volta il caro, vecchio Natale / I garbugli interiori di Padre Bernardo
@ Agata Motta, 8 dicembre 2024
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Capita tante volte di interpretare eventi casuali come segni, di leggervi ciò che si spera di leggere, di trovarvi conferme a risposte già avute o soluzioni ai dubbi irrisolti. Ed eccolo padre Bernardo, intento ad interpretare quei segni nel cielo e nelle sue striature, proteso alla ricerca di un senso evidente in questioni complesse, eccolo con il suo affascinante garbuglio interiore mentre indaga sulla possibilità di una relazione con il Dio che è entrato, non richiesto, nella sua difficile vita.
L’ultimo romanzo di Costanza DiQuattro L’ira di Dio, edito da Baldini+Castoldi, è ambientato in Sicilia e ha come protagonista un tormentato uomo di chiesa che si troverà a vivere uno degli eventi più catastrofici della storia: il terremoto del Val di Noto del 1693. L’autrice, che dichiara di aver voluto celebrare la sua terra, mostra una Sicilia capace di risorgere dalle sue ceneri come l’araba fenice e costruisce una storia dall’architettura perfetta, solenne come una sonata di Bach, in cui la complessità si scioglie in note struggenti, il sacro può usare parole profane, la potenza del divino sa farsi sangue e porgere lenimenti.
Padre Bernardo celebra Messa senza partecipazione, la sua mente è altrove, nello spazio angusto della canonica in cui si aggira dolce e sorridente la sua bella e amata perpetua, il peccato della carne che lo ha reso inviso alle autorità e alla gente della sua parrocchia. A seguirlo ormai restano quattro fedeli, e non è da intendersi come metafora, tre donne e un uomo dalla vita aspra e dissestata capaci di indulgenza e di perdono, cui si aggiungono Gasparino, un bimbo dai denti storti che fa il chierichetto con cieca dedizione, e padre Costante, il comprensivo frate cappuccino che, come l’ago di una bussola, lo riporta alla responsabilità dei suoi atti e della sua condizione. Questa la piccola corte di un nobile costretto ad indossare un abito che sarebbe invece calzato a pennello al saggio e illuminato Eligio, fratello gemello, prostrato nel fisico ma vincolato, in quanto primogenito, al ruolo di erede di titoli altisonanti e cospicue sostanze. Entrambi osservano la vita dell’altro con la consapevolezza di occuparne lo spazio e la dimensione esistenziale, entrambi si piegano con rassegnazione ad un ordine costituito che non si può violare, ordine sul quale vigila con rigore e intransigenza la baronessa madre, donna che si reputa vicina alla santità e che invece assume atteggiamenti di diabolico ardore mistico sostenuta dal domenicano padre Fernando, inflessibile educatore dei suoi figli. Il sospetto di essere sbagliato nel mondo, il dramma di una colpa involontaria, quella di aver causato l’incidente del fratello, le tentazioni, il vino e il sesso anzitutto, alle quali cedere senza indugi, sono elementi che si traducono in un fardello pesante da reggere per spalle sempre più incurvate e gambe sempre più instabili, ma Bernardo continua a camminare inciampando negli anatemi materni e rischiando i furori della Santa Inquisizione.
Costanza DiQuattro
Il terremoto dell’11 gennaio 1693 che distrusse il Val di Noto spazzando via palazzi stemmati e casupole, nobili e popolani è l’evento che segna la svolta narrativa e che introduce il tema caro all’epoca dell’ira di Dio intesa come punizione per le colpe degli uomini. Le macerie prodotte però sono anche interiori, rovine, calcinacci, ricordi e rimorsi si accumulano nell’animo del protagonista, sconfitto proprio nei suoi punti di forza e di orgoglio: l’amore e la recente paternità. Bernardo è un personaggio scolpito a tutto tondo, l’autrice lo dirozza a poco a poco con un magistrale lavoro di scalpello per svelarne dubbi, errori, passioni, debolezze, tenacia, irriverenza, tutto ciò che lo rende profondamente umano e dunque vicino al lettore.
Costanza DiQuattro consegna un romanzo di rara bellezza, nutrito dalla tecnica acquisita come drammaturga e scritto con un linguaggio talvolta assorto e meditativo altre sanguigno e incalzante in cui il registro alto dei notabili convive con il dialetto puro del popolo, restituito senza forzate traduzioni o innaturali imbastardimenti. Il testo si porge anche come spaccato storico ben documentato in cui l’immaginazione si innesta sulle fonti in modo spontaneo, come racconto che vibra d’amore per la propria terra martoriata e redenta dalla bellezza. Lo struggente Barocco che sorgerà in quei luoghi violati dalla furia distruttrice della natura diviene testimonianza e monito del modo in cui il passaggio dell’ala della morte possa produrre nuova vita.
Resistere si può e si deve trasformando il proprio dolore in una nuova disposizione d’animo, aiutare gli altri per aiutare se stessi. Così, anche con il lutto nell’anima stanca, Bernardo non smetterà di cercherà il suo Dio vendicatore, foss’anche per insegnargli come l’umanità sia capace di urlare il proprio bisogno di rinascita dopo la distruzione. Ed ecco infine Gasparino, che ha fatto della menomazione prodotta dal terremoto l’occasione per dedicarsi allo studio, eccolo consegnare a Bernardo il progetto della facciata del vecchio palazzo di famiglia. L’agile fantasia del piccolo chierichetto ormai adulto traccia linee armoniose e composte, un sorriso sghembo dai denti storti sa farsi seminatore di bellezza e di rinnovata capacità d’amare.
Costanza DiQuattro L’ira di Dio
Baldini+Castoldi
19,00 €
pp.262