“Jazz club” di Mario Di Caro

I luoghi a volte parlano, anche quando sono dismessi come abiti troppo usati. Anzi proprio quando la polvere incipria le stanze e le pareti sembra quasi di sentirne il respiro, di avvertire le voci che li hanno animati, i sogni e le illusioni che vi hanno sostato a mezz’aria come bolle di sapone pronte a scoppiare non senza aver lasciato negli occhi l’incanto dei tenui colori in trasparenza. Così, una nota insistente nel traffico cittadino che si trasforma presto in melodia, bossa nova per la precisione, trascina Ignazio davanti alla saracinesca di via Duca della Verdura, come se quel ritmo avesse una consistenza palpabile, come se traghettasse il sapore dolce del passato a cui il presente impedisce il ritorno. Basta quella logora saracinesca che prima resiste ostinata e infine cede amorevole, forse perché riconosce il tocco noto della mano che la forza, per avviare il processo del ricordo, per riavvolgere il nastro di un piccolo miracolo frutto della determinazione e soprattutto della capacità visionaria di quattro amici innamorati del jazz. Ci sono alcuni ricordi se si incastonassero nella mente mantenendo la stessa identica intensità porterebbero alla follia e alla perdizione, ma ne esistono altri che proprio in virtù di un prodigioso e compassionevole fenomeno di permanenza accarezzano il cuore.

In Jazz club, edito da Kalós, romanzo che costituisce l’esito finale di un reportage giornalistico divenuto poi spettacolo teatrale, il giornalista e scrittore palermitano Mario Di Caro racconta i cinquant’anni di storia del Brass Group attraverso i protagonisti di una splendida avventura impregnata di libertà, tenacia, rischio e passione. Un omaggio dunque all’Associazione poi divenuta Fondazione che con rigore giornalistico e passione narrativa restituisce la Palermo degli anni Settanta e Novanta con le sue contraddizioni e i suoi slanci, con la sua violenza e la sua voglia di riscatto. L’autore non nasconde l’amore per un genere musicale ampiamente frequentato e per la sua città. Lo si avverte nello sguardo partecipe e mai giudicante, nella voce pacata del vecchio pianoforte, unico caso nel romanzo di narrazione e focalizzazione interne, che regala squarci di poetica nostalgia, nei passaggi accorati sui cadaveri e le stragi, sui silenzi e il degrado di cui quasi si stupisce perché vissuti come inaccettabili intrusioni nel quadro ammirevole di un luogo pregno di bellezza esibita e di promesse sussurrate.

Nel piccolo scantinato avvolto da una perenne nuvola di fumo e affollato da una comunità ingorda di novità musicali che beve whisky servito nei bicchieri di carta prende vita il sogno di Ignazio Garsia e dei soci fondatori Manlio Salerno, Giangaspare Ferro e Luigi Giuliana, impavidi cavalieri impegnati in un torneo in cui è in palio la grande musica e il suo respiro universale. I mostri sacri del jazz – Chet Baker, Dexter Gordon, Charles Mingus, Dizzy Gillespie, Art Blakey – faranno esplodere di gioiosa energia e di magia musicale la città in cui il lungo sonno del teatro Massimo in restauro, che si era appena congedato con il Nabucco quasi a voler consegnare un pensiero capace di oltrepassare il tempo, sembrava l’emblema della palude in cui si rischiava di annegare. Ma altri luoghi sarebbero giunti ad arginare la perdita, lo Spasimo e il Real Teatro Santa Cecilia, nuove realtà capaci di mantenere vincente la scommessa e viva la sostanza dei sogni.

In quell’ambiente in cui ogni incertezza sospesa atterrava volteggiando con la grazia di una piuma si formavano intanto i futuri talenti, piccoli ascoltatori in pantaloni corti e in timida sfrontatezza che, una volta adulti, avrebbero spiccato il volo oltrepassando gli oceani con i loro strumenti e con la loro esperienza acquisita al fianco delle divinità del jazz per approdare alla consacrazione dei palcoscenici newyorkesi. Su tutto lo sguardo sornione di Enzo Randisi con il suo vibrafono, i suoi aneddoti e il suo buonumore, toccato dal destino già nel lontano dopoguerra, quando un soldato americano gli regalò alcuni dischi in dotazione dell’esercito.

Di Caro con il consueto linguaggio chiaro e raffinato congegna dialoghi naturali e spontanei e restituisce quel complesso di emozioni e quel vigore creativo con parole che diventano note e pagine che si fanno spartito musicale. Sembra quasi che dalla carta emani il suono e con esso la possibilità prodigiosa di materializzare motivi musicali e percorsi visivi.

Ed eccoli i fianchi morbidi della Garota de Ipanema, gli sconosciuti amanti di Stranger in the night, il celebre glissando del clarinetto della Rhapsody in blue, la perfetta sintonia degli orchestrali. Si possono vedere e sentire, quasi toccare, e ciò può avvenire soltanto quando la mano dello scrittore sa costruire con i sensi e trasformare le percezioni in frasi.

La saracinesca ha spalancato un mondo per custodirlo nella memoria e negli affetti, unici garanti di una concreta immortalità.

Mario Di Caro, Jazz Club Storia di whisky e contrabassi, Kalós edizioni, € 15,00.

https://thebookadvisor.it/recensioni/il-tempo-delle-parole/jazz-club-di-mario-di-caro-storia-di-whisky-e-contrabbassi/

 

Sinossi testi teatrali

Viaggio nei tuoi occhi

In Viaggio nei tuoi occhi l’autrice disegna tre personaggi che sono 3 modi diversi  di essere e non-essere madri:

una donna anziana, che a causa di un disturbo senile non ricorda più di avere una figlia e dedica tutti i suoi pensieri a Bartolomeo, il gatto smarrito;

la figlia di lei, che cerca di tenere il filo delle generazioni, interrotto dalla memoria intermittente della madre,  con cui tenta un ostinato dialogo e racconta dei suoi tentativi falliti di diventare madre;

la donna con cui la figlia dialoga in chat della mancata maternità. Quest’ultima, presenza-assenza, voce e sentimento, esisterà con forza soltanto negandosi  alla sua funzione di riverbero e schermo  dei sentimenti altrui.

L’ incontro fra questi personaggi procede circolare,  al ritmo del rito, tra ricordi e dimenticanze, tra la vita e la morte, il buio e la luce, il suono e il silenzio, la parola e il canto, nell’essenzialità dello spazio della scena.

Meravigliosamente, divagazioni fantastiche sullo stupor mundi

L’opera ha l’intento di presentare ad un pubblico giovane la complessa figura di Federico II di Svevia. Già il sottotitolo suggerisce come esso sia frutto di fantasia, ma le divagazioni proposte scaturiscono sempre da reali elementi storici e biografici rivisitati in chiave poetica allo scopo di fornire delle nozioni basilari agli ascoltatori,

Attraverso gli spunti canonici cui è obbligatorio fare riferimento ( pluralità di interessi e di studi; apertura illuminata verso altre culture; scontro con il Papato culminante nella questione delle Crociate in Terrasanta; lotta contro gli eretici e i musulmani; scontro con le autonomie comunali del Nord Italia; nascita, nella sua corte, della scuola poetica siciliana, prima grande avventura del volgare italiano) emerge a tutto tondo la figura del sovrano contraddittoriamente ricordato dalle fonti storiche: sapiente e bizzarro, generoso e crudele. Si è voluto attualizzare la storia e i personaggi, trasformare l’incontro con l’evento scenico in un dibattito sull’universalità dei valori e delle grandi tematiche esistenziali: l’ambizione che inaridisce l’animo e spinge a calpestare gli individui; l’ansia di comprendere la morte e di scoprirne il mistero; la dolorosa pirandelliana lacerazione tra la “maschera” e il volto che essa cela, tra ciò che siamo per la società e l’utopica libertà cui aspira lo spirito; il contrasto insanabile e machiavelliano tra morale e ragion di Stato. Tutto questo non appartiene soltanto alla realtà di Federico, imperatore del XIII secolo, ma alla realtà di ogni epoca e quindi anche alla nostra. Federico è un uomo che mette in discussione se stesso: questa la cifra del lavoro, questo l’invito che i giovani potrebbero raccogliere.

 

La seconda primavera

Ispirato ad un fatto di cronaca, il monologo affronta i temi della follia, della solitudine e della diversità. L’adolescente Anna venne rinchiusa per disturbi nervosi in manicomio negli anni ’40, ma per un errore burocratico ai familiari giunse poco dopo la comunicazione del decesso della ragazza. Così per cinquant’anni Anna ha vissuto in uno stato di letargo, bloccata in un’età mentale che il corpo, con l’inesorabile passare degli anni e le brutali sevizie subite, poteva solo negare. Questa la nuda cronaca sulla quale con molta libertà si è costruito un ipotetico vissuto della ragazza alla ricerca delle cause che avevano prodotto l’esigenza dell’internamento: una forma non riconosciuta di anoressia legata allo spezzarsi del legame morboso e velatamente omosessuale che la ragazza aveva stretto con la cugina Sara. A brandelli emerge il suo mondo, i suoi affetti, le sue stravaganze che un’epoca gretta e una realtà sociale conservatrice potevano solo bollare come pericolose manifestazioni di follia. A volte sembra che la donna parli ad una vecchia accanto a sé, ne è intimorita e infastidita, la guarda con indifferenza, ne racconta con durezza certi dettagli che appartengono alla tragica quotidianità dell’internamento. Si evidenzia in tal modo una scissione evidente tra la giovane donna che era entrata in manicomio adolescente e l’orrida vecchia che ne uscirà dopo mezzo secolo: due in una, una in due. La storia di uno scherzo del destino che è costato una vita. Un’ulteriore riflessione sul modo di affrontare la follia, ancora oggi difficilissimo nonostante le conquiste della legge Basaglia, e sulla diversità sessuale, ancora oggi percepita con sospetto o con imbarazzo.

 

La croce

Un giovane uomo, nella solitudine della sua detenzione, ricorda un episodio della sua adolescenza che lo ha segnato profondamente e ad esso associa un volto di donna che lo ossessiona, quello della sua insegnante.

Una giovane insegnante, nello sconcerto della sua nevrosi, ricorda un’infernale esperienza scolastica che l’ha condotta ad un gesto carico di conseguenze.

Due universi lontanissimi e distanti; la comunicazione bloccata dalla reciproca incomprensione. Due profezie che tragicamente si avverano: il carcere per il ragazzo, la pazzia per la donna. Presente e passato, realtà e astrazioni convivono sulla scena per ricostruire brandelli di esistenze dure, imprevedibili, ai limiti della sopportazione in cui si mescolano ricordi, sogni, frustrazioni, desideri inconfessabili. Tutto è filtrato dalla lente deformante della memoria che mescola e sovrappone i piani temporali in uno scomposto e ossessivo collage nel quale diventa impossibile distinguere nettamente i confini tra realtà e incubo.

La vittima designata – la giovane insegnante idealista, carne da macello per ragazzi sbandati – diventa per un attimo carnefice, ma ciò segnerà radicalmente due giovani destini: quello di una donna votata al successo e quello di un ragazzo predestinato al male.

Donna felice

Un’anziana cartomante legge, sul ciglio della strada, le carte ai passanti cercando di regalare ad ognuno di essi piccole speranze di felicità future. Lentamente emergerà il suo passato, macchiato da due colpe gravissime: il folle innamoramento per il proprio psicanalista (una forma di transfert devastante e distruttivo) e un tentato infanticidio. Il suo mondo si è sbriciolato dentro un’aula di tribunale e, adesso, uscita dall’inferno carcerario, si nutre di ricordi fino a scomparire all’improvviso, così come all’improvviso era apparsa sul ciglio di quella strada.