Recensione romanzo su LuciaLibri

Agata Motta, una famiglia siciliana e la felicità semplice

Un romanzo che è una promessa di dolcezza, ma che attraversa anche l’amaro. “Raccoglievamo le more” di Agata Motta è il viaggio nella memoria di un uomo che svuota la casa dei genitori e “torna” agli anni Quaranta del Novecento, alla guerra vista dagli occhi di chi la subisce…

Ci sono libri che si leggono, e libri che si abitano. Raccoglievamo le more (20 euro, 344 pagine) pubblicato per la casa editrice Kalòs da Agata Motta appartiene decisamente alla seconda categoria.

Il titolo è una promessa di dolcezza che il romanzo mantiene, ma solo dopo aver fatto assaggiare anche l’amaro. Perché raccogliere more significa portarsi a casa frutti selvatici, certo, ma significa anche graffiarsi le mani tra i rovi. Ed è esattamente questo che fa Motta: ci conduce tra i rovi della storia per offrirci il succo denso delle esistenze ordinarie.

Flashback

La costruzione narrativa è un piccolo prodigio di equilibrio. Dal 2002, con Aurelio che torna al paese per svuotare la casa dei genitori, sprofondiamo lentamente negli anni Quaranta, in quella Sicilia etnea che diventa personaggio essa stessa. Il passaggio è naturale come scivolare in un sogno: un oggetto, una fotografia, una domanda in dialetto – “A cu’ appatteni?” – e il tempo si piega su se stesso.

La famiglia Vitale prende forma sotto i nostri occhi con la concretezza delle cose vere. Maria e Giovanni, i genitori, e poi i cinque figli, lo zio arciprete, i compaesani. Non ci vengono presentati come eroi o come vittime, ma come persone. Persone che si alzano la mattina, che litigano, che sperano in un futuro migliore per i figli, mentre intorno a loro il fascismo prima e la guerra poi stringono la morsa. L’autrice ha il dono raro di farci entrare nelle loro vite senza rumore, con discrezione, fino a quando non ci accorgiamo che quei personaggi sono diventati la nostra stessa famiglia.

La scrittura strumento e sostanza

La scrittura di Agata Motta merita una riflessione a parte. C’è una cura artigianale nella scelta delle parole, un’attenzione al ritmo della frase che rivela la mano di chi sa che la lingua non è solo strumento ma sostanza. Il dialetto affiora qua e là come l’acqua in una sorgente: mai ostentato, sempre necessario. E poi ci sono immagini che ti restano impresse: un tramonto sull’Etna, il rumore degli scarponi tedeschi sulle pietre, il silenzio dopo un bombardamento, le mani della madre che impastano il pane. Sono fotografie verbali che continuano a vivere nella mente molto dopo aver voltato l’ultima pagina.

Ma il vero cuore pulsante del romanzo è la guerra vista dal basso, dagli occhi di chi non la fa ma la subisce. Motta non ci risparmia la crudeltà, ma non si compiace nemmeno di essa. Ci mostra l’occupazione tedesca in Sicilia con uno sguardo che sa tenere insieme la complessità: ci sono le notizie del conflitto imminente che seminano terrore, ma c’è anche la voglia di un’altra storia, di una guerra mai scoppiata. Una storia che non è bianco e nero, sembra dirci l’autrice, e la letteratura serve anche a questo: a vedere le sfumature.

Senza memoria non c’è identità

E poi c’è lei, la domanda che attraversa tutto il libro: “A cu’ appatteni?”. Di chi sei figlio? In un’epoca come la nostra, dove le radici sembrano sfaldarsi, questo romanzo ci ricorda che senza memoria non c’è identità. Che siamo fatti delle storie dei nostri padri e delle nostre madri, dei loro sacrifici e dei loro sogni. Che la casa che svuotiamo non è solo un accumulo di oggetti, ma un deposito di vita.

La parte che più commuove è quella finale, quando il cerchio si chiude e Aurelio, dopo aver riattraversato la memoria, può finalmente lasciare andare. Perché questo è il paradosso: per poter voltare pagina bisogna prima averla letta tutta, quella pagina. Bisogna sapere da dove veniamo per decidere dove andare.

Raccoglievamo le more di Agata Motta ci riporta al valore profondo del tempo. Ci ricorda che la felicità, a volte, è semplice come un pugno di more raccolte lungo una strada di campagna e che quella semplicità vale più di tutte le guerre del mondo.

https://www.lucialibri.it/2026/03/14/agata-motta-felicita-semplice/

Recensione su inscenaonline.it

Alla ricerca delle radici, tra romanzo e autobiografia: “Raccoglievamo le more” di Agata Motta (Kalos)

Al di là di una Sicilia come spazio simbolico – non solo ambientazione geografica, ma anche luogo dell’appartenenza e della memoria – «Raccoglievamo le more» (Kalós) di Agata Motta sfugge alle classificazioni canoniche per imporsi come necessaria testimonianza di un mondo che non esiste più se non in chi si assume il compito di ricostruirlo e di farlo rivivere. Dunque romanzo storico: anche; di formazione: pure; memoriale: certo. Diario intimo aggiungeremmo: e se anche la discrezione della narratrice riesce (non sempre) a celare il suo stesso sentire nell’animo di alcuni personaggi femminili, Agata Motta in qualche modo si mostra interessata alla riproposizione di frammenti di una archeologia familiare per trasformarli in un fascinoso retablo tra romanzo e autobiografia: «La verità – lampante dichiarazione di poetica – che tutto o quasi in quell’epoca inguaiata gli sembrava degno di nota, le piccole storie delle gente comune lo stuzzicavano più dei titoli a caratteri cubitali dei giornali.». E’ dunque proprio la felice instabilità di questi elementi a rendere «Raccoglievamo le more» un mosaico di tempi, di voci, di accuratissime ambientazioni, di momenti all’interno dei quali respira sia la Storia, quella tragica del Fascismo, col suo atroce corredo di razzismo e violenza fino alla catastrofe della guerra, sia le piccole storie che in quel tremendo fuoco bruceranno: quella della famiglia Vitale – il padre Giovanni, la madre Maria, i figli Rodolfo, Annamaria, Antonio, Emma, Palmina – dell’eminente zio arciprete e di tanti altri, tutti legati al microcosmo famiglia‑paese, il cui fulcro fisico e simbolico è la casa stessa. «Raccoglievamo le more» è però anche il romanzo della loro caduta: la fine dell’età dell’innocenza dei Vitale e non solo, raccontata attraverso un pulviscolo di punti di vista (compresi pure gli stralci di un diario di guerra originale) che si alternano al narratore onnisciente lungo una struttura perfettamente simmetrica tra le cui righe Agata Motta lascia affiorare le sue grandi passioni letterarie e cinematografiche (da Tomasi di Lampedusa – con un’eco dall’incipit – al Visconti di «Ossessione»). L’arrivo di Aurelio – «esule senza possibilità di ritorno» – nella casa avita in cui «anche l’ultima persiana dei Vitale è stata chiusa», all’interno di un prologo/epilogo ambientati nei primi anni 2000, innesca la ricerca delle radici, dell’identità smarrita e della memoria ferita: non caso «A cu’ appatteni?» («di chi sei figlio?») costituisce la domanda‑motore della narrazione, nel corso della quale i frammenti delle microstorie vengono assemblati per ricomporre il vissuto di un paese innominato, nella Sicilia degli anni ’40 e il cui sfondo non è solo cronaca, ma condizione che investe i personaggi e la loro evoluzione. Perdita, cambiamento, nostalgia, fine di un ciclo: la chiusura della casa, la disgregazione di un’epoca, la fragilità delle certezze, la speranza del rinnovamento nonostante la crisi e la lacerazione delle relazioni si incarnano proprio in Aurelio e nel suo «desiderio di fermare sulle pagine quella parentesi eccezionale in cui non c’ero e in cui avrei voluto spartire con voi l’essere famiglia». Come dire: c’è solo la scrittura a restituire una identità e una appartenenza, a diventare una nuova nascita: più legittima e forse più vera.

Agata Motta, «Raccoglievamo le more», Kalós, Palermo, 2025, euro 20,00

https://www.inscenaonline.it/alla-ricerca-delle-radici-tra-romanzo-e-autobiografia-raccoglievamo-le-more-di-agata-motta-kalos/

Presentazione 18/09/2025 a Piazzetta Bagnasco

“Raccoglievamo le more”, l’esordio letterario di Agata Motta, si presenta giovedì 18 settembre in piazzetta Bagnasco

di Press Service | 14/09/2025

È ambientato nella Sicilia degli anni Quaranta, regalando immagini che si fanno sempre più vivide, parlanti, accompagnando, attraverso una narrazione puntuale, precisa che restituisce le intenzioni, gli umori, i pensieri di chi si alterna sulla scena. Un universo di personaggi ruota attorno alla famiglia Vitale in un’epoca in cui il fascismo impera e la guerra è vicina.

S’intitola “Raccoglievamo le more”, il romanzo d’esordio della scrittrice catanese Agata Motta che verrà presentato alle 18 di giovedì 18 settembre in piazzetta Bagnasco. A dialogare con l’autrice sarà Gilda Sciortino.

Il libro

A cu’ appatteni? È questa la domanda che Aurelio si sente rivolgere dal cameriere del bar sulla piazza grande del paese. Già, a chi appartiene? Adesso che anche l’ultima persiana della casa dei Vitale è stata chiusa, lui si ritrova spettatore della fine di un ciclo. Forse, solo ripercorrendo la storia dal principio potrà scoprire da dove viene per ricominciare. Sicilia, anni Quaranta. Rodolfo, Annamaria, Antonio, Emma, Palmina, la mamma Maria, il padre Giovanni, lo zio arciprete, la domestica, il maestro di musica e così via, pagina dopo pagina, si presentano al lettore senza filtri, senza intermediazioni. Il guscio protettivo degli affetti in cui ogni eco giunge attutita comincia a incrinarsi. Il ritmo incalza. Il conflitto esplode e il giovane Antonio ne diviene l’attento cronista, mentre la violenza investe le vite di tutti, esistenze sfilacciate tenute insieme da un’abile regia che assembla frammenti di microstorie a tinte forti spesso attraversate dal soffio tiepido della speranza. Singoli pezzi che nel corso della lettura si ricompongono come in un puzzle dando forma al vissuto di un uomo, di una famiglia e di un paese intero.

L’autrice

Agata Motta (Catania, 1966), giornalista e scrittrice, insegna Lettere a Palermo. Ha pubblicato la raccolta di testi teatrali Altrove (Tabula Fati), diversi racconti in antologie a tema e il saggio sul cinema fascista Cinema in camicia nera (Solfanelli). I suoi testi sono stati messi in scena in alcuni teatri italiani ottenendo riconoscimenti e premi. Ha collaborato a lungo con quotidiani e periodici, attualmente cura il suo blog personale di cultura e spettacolo (www.agatamotta.it) e scrive per le testate online “Scriptandbooks” e “Articolo21”. Raccoglievamo le more, che nel 2017 si è classificato tra i dodici inediti finalisti del Premio Neri Pozza, è il suo primo romanzo.

https://www.balarm.it/eventi/agata-motta-esordisce-con-raccoglievamo-le-more-il-romanzo-in-piazzetta-bagnasco-a-palermo-140689

https://www.blogsicilia.it/comunicati-stampa/raccoglievamo-le-more-lesordio-letterario-di-agata-motta-si-presenta-giovedi-18-settembre-in-piazzetta-bagnasco/1178020/

1 2 3 9