L’immensa distrazione di Marcello Fois

Ci si può svegliare scarafaggi o ci si può svegliare morti. In fondo, in un modo o nell’altro, si cessa comunque di abitare il proprio corpo, quello noto, posseduto, avuto in dotazione. Con un incipit fortemente kafkiano, Marcello Fois, nel suo ultimo romanzo L’immensa distrazione, Einaudi editore, stipula un patto narrativo ad alto rischio con il lettore, costretto a sospendere la propria incredulità sin dalle prime righe, pena l’impossibilità di seguire i tortuosi tragitti che la mente/coscienza del protagonista Ettore Manfredini affronta in pochi istanti che si distendono fino ad abbracciare l’intera sua lunghissima vita.
Nella gelida alba del 21 febbraio 2017, il vecchio Ettore si sveglia, nonostante sia appena morto, e sente di essere circondato dal silenzio. In quel silenzio potrà finalmente ragionare sulla sua morte (si rammarica di non averlo fatto prima) e ripescare immagini vivide di un passato anche assai remoto. Potrà assistere alle capriole della propria memoria e, cosa stupefacente, ai pensieri e ai sogni altrui come se fossero uno spettacolo teatrale che un accorto regista ha allestito a suo esclusivo uso e consumo. Fois sceglie abilmente di affidare il racconto ad un narratore onnisciente affinchè il distacco risulti più netto e la componente emotiva si frantumi a favore di una visione più nitida e sfrondata dalle tante versioni private, ingannevoli e illusorie che l’individuo tende a creare nell’atto di riesumare i ricordi. La morte appare al novello defunto come un lucido stato di connessione attraverso il quale “ricongiungere tutto quanto appare slegato nel corso della vita”.
Il pragmatismo che aveva prevalso in tutta la sua lunga e travagliata vita, una vita in cui non era stato felice ma nemmeno infelice, cede il posto alla capacità speculativa, quasi a recuperare quel desiderio, che non era stato possibile realizzare da ragazzo, di studiare e di riflettere, di impossessarsi della cultura e delle parole come chiave di accesso al potere, alla salvezza, alla verità. Nato povero, Ettore inizialmente lavorerà nel mattatoio della famiglia Teglio e poi, per un imprevisto e tragico incidente storico (le leggi razziali e la deportazione dei proprietari ebrei) potrà dedicarsi alla costruzione di un impero delle carni nell’industriosa Emilia in cui Fois ambienta la vicenda, spostando il proprio interesse dalla Sardegna, che aveva accolto la “trilogia dei Chironi”, alla regione che più di altre aveva beneficiato della ripresa postbellica. L’esperienza giovanile dell’uccisione del vitello, in cui comprende il “momento perfetto per scagliare il fendente” sul collo docile della bestia palpitante, lo forgia nel profondo e forse da quell’atto quasi sacrale per la sua formazione umana trarrà la forza per accogliere il piano apparentemente generoso e caritatevole di sua madre: salvare una delle giovani figlie dei Teglio, Marida, accogliendola in casa come una lontana parente, per dargliela quindi in sposa e garantirgli in tal modo il possesso di ciò che avrebbe potuto essere confiscato e disperso. Insomma dall’inganno trae origine la fortuna economica di Ettore e dal suo matrimonio senza amore nasceranno quattro figli – Carlo, Enrica, Edvige e Ester – pacatamente accuditi e sostenuti, perché questo alla fine è il ruolo di un padre, anche se in realtà non tutti avranno lo stesso posto nel suo cuore, ma questo sarebbe meglio non ammetterlo nemmeno a se stesso. La menzogna in tutte le sue molteplici sfumature ha alloggiato nelle grandi case di famiglia, case sempre più ampie e confortevoli per rendere evidente agli occhi di tutti il benessere ottenuto e per occupare i giorni vuoti di donne che hanno accettato di mettersi da parte per puro spirito di sopravvivenza.
Non tutte però. Enrica prende le redini di quella fortuna in evoluzione e la rende solida e soprattutto la allontana dal sangue e dai lamenti delle bestie sgozzate. Nelle aziende dei Manfredini non si uccide più, si producono prodotti industriali di alta qualità, il passaggio dalla morte al nutrimento è reale e metaforico insieme. L’eco di quel mondo, con i suoi odori e rumori, torna però con insistenza in quell’alba di morte quasi a sancire il legame mai troncato con il passato. Nella scansione di eventi tragici o apparentemente insignificanti, Ettore rintraccia le occasioni perdute, le parole non dette, i pensieri inespressi, le tante morti che hanno preceduto quella definitiva, le azioni legate a un modo sbagliato di assorbire e restituire amore che adesso gli appare come il più irreparabile degli errori.
Solo uno scrittore puro, quale Fois si conferma, può restituire gli affanni e le contraddizioni dei suoi personaggi con tale efficacia, che siano uomini o donne, bambini o adulti non importa né conta il ceto sociale al quale appartengono. Di tutti indossa abiti, pelle e pensieri e vi respira dentro con una scrittura dallo stile sontuoso, perfetta negli incastri sintattici e nel lessico ricercato, che è la qualità più alta e indiscutibile del romanzo, struggente sin dalla copertina, bella da togliere il fiato.
“Vivere è un’immensa distrazione dal morire. E perciò un sacco di tempo lo si spende a fare, pensare, agire, cose indifferenti. Così può accadere che non si ami abbastanza, né si odi abbastanza. Può capitare persino di investire un’immensità di energie a trovare soluzioni inutili per problemi inutili” (pp. 78-79).
Essere sopravvissuti, o almeno percepirsi come tali, determina mutazioni incontrollabili, spesso repentine e radicali. Si comprende come ciò che si è vissuto sia destinato a incancrenirsi senza possibilità di guarigione, ma si può anche scoprire il fascino dell’incerto futuro, scrutato con apprensione come se fosse pronto a volatilizzarsi con un semplice gesto della mano. Si può accettare lo scorcio di una diversa angolazione attraverso cui guardare al passato e lasciarsi sorprendere dalla constatazione di quanto il patrimonio condiviso con gli altri sia stato prezioso e determinante per la propria crescita e di come i solchi profondi e non più colmabili possano essere aggirati con semplici deviazioni.
Il dolore, anche quello più lacerante e profondo, non uccide, mantiene chi lo ha provato in una zona di confine tra la tentazione dell’autodistruzione e la pulsione alla vita. Una vita monca, imperfetta – ma la vita lo è sempre anche nelle migliori condizioni – inaridita, piena di buche come una strada male asfaltata, costellata di piccole vertigini e continui vacillamenti, ma pur sempre una vita che continua malgrado tutto. Di questo dolore e delle sue infinite mutazioni si occupa l’ultimo romanzo di Paul Auster, Baumgartner, Einaudi editore, che torna alla perdita della persona amata, già presente in precedenti romanzi come Uomo nel buio o Il libro delle illusioni, ma vi aggiunge una consapevolezza nuova, una maggiore saggezza nutrita da un bilancio filosofico ed esistenziale condensato in poco più di 150 pagine attraversate da innumerevoli forze centrifughe che vengono con pazienza disciplinate e ricondotte al nucleo centrale.
Che sia sogno o visione diurna non importa, Baumgartner riuscirà a parlare con lei e capirà che deve lasciarla andare, che i morti non devono essere trattenuti nel luogo dal quale si sono distaccati, che non appartengono più ai vivi, che il riverbero del loro amore non deve trasformarsi in un cono d’ombra protettivo sotto il quale crogiolarsi in attesa che il dolore cessi di far male.
Ѐ già al suo terzo romanzo di successo e può respirare la magica atmosfera di un consenso diffuso e quasi affettuoso. Viola Ardone, giovane e talentuosa autrice, possiede la capacità di individuare tematiche di spessore attraverso le quali raggiungere la sensibilità e l’interesse di una vasta platea di lettori, costruendo con precisione microcosmi nei quali entrare in punta di piedi e dai quali uscire in qualche modo arricchiti.
L’autrice gli cede spazio e voce quando è ormai vecchio e provato. Lo scintillìo della giovinezza era già arrivato al lettore attraverso le parole di Elba e torna in ampi flashback illuminati dal diverso punto di vista dell’uomo. Ritrovarsi comodamente seduto in poltrona ad ascoltare le chiacchiere di donne borghesi in difficoltà dopo aver lottato per mettere fine alle condizioni disumane in cui versavano i malati internati nei manicomi, dopo aver tentato di donare loro la dignità, dopo averne curato le piaghe in suppurazione con la psicanalisi invece che con la contenzione e l’elettroshock, produce un senso del fallimento, lascia il sapore amaro di una rinuncia alla libertà e all’amore, elementi che in lui camminavano di pari passo. Eppure di amore lui ne aveva dispensato tanto, disinteressato, gratuito, caparbio, amore per le vittime di una società che puniva gli uomini inadeguati e sofferenti e soprattutto le donne, che da altri uomini forti e rispettabili potevano essere facilmente internate per comportamenti ritenuti immorali o comunque non inquadrabili nella ferrea logica del “socialmente accettabile”. Il dottorino dai baffi rossicci era riuscito a guardare negli occhi di quanti non erano stati capaci di indossare la maschera pirandelliana delle convenzioni, era riuscito a leggere il dolore di ciascuna di quelle larve umane a costo di scontrarsi con il sistema – incarnato dal dottor Colavolpe, dispensatore di caramelle colorate in grado di sedare ogni stravaganza e di terapie violente dalle quali spera di ottenere un effetto deterrente – e di pagarne le conseguenze. La vecchiaia lo travolge naufrago e solo, con le uniche compagnie del gatto e di un amico giornalista testimone delle sue lotte idealiste, amareggiato soprattutto per l’abbandono dell’unica creatura sulla faccia della terra che abbia amato e aiutato senza risparmio, con la determinazione di chi spera che dalla salvezza del singolo possa derivare quella del mondo intero.