“L’isola e il tempo” di Claudia Lanteri

Il tempo delle parole

“L’isola e il tempo” di Claudia Lanteri: un romanzo d’esordio di rara potenza

Si può incespicare sui ricordi come su un sasso in un terreno accidentato e, se il passo è incerto, si rischia di inciampare ancora e ancora una volta. La memoria tradisce, aspetta al varco, tende tranelli, fa i capricci, si ripresenta con abiti nuovi, insiste con il suo bel teatrino di comparse sempre uguali che appaiono diverse a seconda del punto di osservazione. La memoria, che è riproposta di un tempo andato, talvolta si rende presente e allora non basta allontanarla con una mano perché bisogna prima o poi farci i conti.

Con L’isola e il tempo Claudia Lanteri, libraia di professione, consegna un insolito romanzo d’esordio di rara potenza dentro il quale scendere in apnea, come il protagonista Nonò/Nofriu, libero di respirare solo quando immerso nella silenziosa e oscura profondità marina.

L’isola è un lembo di terra arida all’estremità meridionale della Sicilia. Sterpaglie, capperi, vigneti su cui sudare alla manciata di gente che la popola sono più cari del mare. L’immensa distesa azzurra va guardata da lontano, con diffidenza, o solcata da esperti pescatori che ne conoscono insidie e minacce. Da quelle lontananze pregne di mistero, in una giornata come tante, alla fine degli anni ’50 giunge un barchino con a bordo un uomo disperato e la giovane moglie ormai morta. Un incendio ha distrutto la nave, di cui lui era lo skipper, che portava a bordo anche la facoltosa famiglia Domoculta. Il paese si stringe intorno al suo dolore e la malcelata curiosità si insinua tra le pieghe di una storia che commuove alcuni e insospettisce altri.

Nonò è tra i sospettosi, quel vedovo affranto non gliela racconta giusta, così avvia un’indagine privata nella quale tenta di coinvolgere il professore Dalmasso, che paziente lo sta iniziando ai segreti dell’entomologia e della botanica. Sguardi allusivi, frasi lasciate in sospeso, ricerche lacunose sono cibo succulento per la sua personale fame di conoscenza.  Nonò scalpita, non crede alla versione ufficiale, prova a percorrere sentieri non battuti, senza trovare le prove per ribaltare quella verità che a lui puzza di menzogna. Nonò, il ragazzino intelligente e curioso, si ritrova così adulto, Nofriu, un uomo considerato bizzarro e un po’ svitato, mai pago di raccontare quella storia che ha spezzato la sua adolescenza con un prima e un dopo barchino. Il mondo aperto delle possibilità si ripiega in quello chiuso del già compiuto.
E allora non resta che rassettare la piccola casa, raccontare più e più volte a conoscenti o a occasionali ascoltatori quella storia lontana ma non appannata, in un continuo andirivieni nel tempo alla ricerca di ordine e chiarezza. Ma non ci saranno orecchie complici per lui, solo distratta attenzione o peggio scherno, a chi potrebbe interessare una storia che puzza di vecchio raccontata da un uomo roso dalla solitudine? E della verità, nascosta tra le viscere di quel mare portentoso e infido, cosa dovrebbe farci se non incastrarla nella memoria fino a farla sanguinare? Una scatola da custodire è l’unico filo che lo lega al passato e l’unico ponte verso un futuro che non potrà compiersi, ma che non impedisce l’attesa e non uccide la speranza.
L’autrice, indossando il punto di vista del narratore come lenti sfocate e deformanti, riesce a far viaggiare lo spettatore tra ricordi che ricostruiscono fatti e ripropongono manciate di dettagli sempre più fitti e precisi fino a fornire la soluzione dell’enigma, che in realtà, persino per il lettore, è meno importante dell’atto stesso della reiterata narrazione. Ed è inoltre una soluzione che non segna l’appagamento del protagonista, per il quale l’assenza di giustizia è un dramma della coscienza, il delitto senza castigo non può pacificare giornate che sarebbero sempre le stesse se non fossero attraversate dal fuoco sempre acceso del ricordo. Dentro quel tempo teso come un elastico, pronto a distendersi per poi allentarsi e tornare allo stato iniziale, Lanteri inserisce a spizzichi e bocconi paesaggi e personaggi, i primi riprodotti con frasi appoggiate come colore raggrumato e rugoso, i secondi presentati nel loro quotidiano agire che suona con le note aspre della fatica e di sentimenti mai esibiti o con quelle stonate della noncuranza e della falsità.
Ed ecco la madre, Angelina, ligia al dovere sino all’esasperazione, capace di amare la sua famiglia di un affetto nascosto ma vivo e pervicace, il fratello, Filippo, che sa dispensare tempo e attenzione, Tina, la donna della bottega, rassicurante e protettiva, il maresciallo Bonomo, intento più a liberarsi di un caso fastidioso che alla ricerca della verità, il vedovo Bruno Surico, compagno di vita di una bella donna insolitamente dedita alla scrittura, Mattia, la bimba superstite che illanguidisce il cuore del ragazzo, la vecchia signorina Biancamaria Domoculta, che piomba come un rapace a sottrarre la nipotina e a portar via con sé la gioia di Nonò. E infine il paese, fatto di visi, gesti e voci che si protendono come tentacoli di un unico gigantesco polpo.
Nel periodare proteiforme e magnetico dell’autrice è gradevole perdersi e lasciarsi avviluppare. Lanteri usa una lingua scagliosa e languida, arruffata e distesa, una lingua capace di contenere opposti e porgere sollecitazioni, nutrita qua e là di un sapido lessico dialettale che non confonde ma orienta in luoghi che non potrebbero prescindere da esso.
È pensabile che un episodio lontano possa modificare la vita di un ragazzo fino a deformarla e a renderla altro da ciò che forse sarebbe stata? Su quell’isola in cui l’imprevisto non è previsto tutto è possibile anche infilarsi dentro un’ossessione senza tregua, in un racconto che a furia di essere ripetuto assume gli incantevoli connotati del mito.

“Archimede” di Costanza DiQuattro

“Archimede – La solitudine di un genio” di Costanza DiQuattro

@ Agata Motta, 18 giugno 2025

Quanto può essere impervio e doloroso abitare la vita quando la ricerca della verità diventa un bisogno insopprimibile? E per il genio, che si scopre sempre inadeguato a quella che per gli altri esseri umani è la spianata e limpida distesa dei giorni, quanto può essere straziante l’anelito continuo all’infinito e all’eterno, a uno spazio e a un tempo che tenta di comprendere e contenere?

Nello spettacolo Archimede – La solitudine di un genio di Costanza DiQuattro, diretto da Alessio Pizzech e inserito nella stagione estiva del Teatro Biondo attualmente in corso nel chiostro della GAM di Palermo, le ultime ore dell’illustre matematico siracusano sono ripercorse attraverso un monologo che apre il sipario sull’intimità di un personaggio di cui le fonti raccontano pochissimo. Attraverso gli scarni dati biografici l’autrice costruisce un testo denso, compatto e immersivo che mostra anche l’uomo celato dietro il genio, le sue fragilità e i suoi pensieri, la sua precaria collocazione in una società conformista che stenta a definirlo, che alterna l’ammirazione per una straordinaria intelligenza, corteggiata dai potenti a fini utilitaristici, al disprezzo per quelle stravaganze che hanno il sapore della follia.

Un soldato romano irrompe nella sua abitazione durante il sacco di Siracusa, alleata di Cartagine, e sembra quasi impaurito da quegli strani strumenti che ingombrano la stanza, da quella personalità così diversa e dirompente. La spada e la fune con cui cinge i polsi alla sua preda non lo rendono più forte, così, rapito dalle parole, depone l’arma e si dispone all’ascolto. E Archimede parla, inonda la scena di parole, racconta delle scoperte avvenute per caso, in momenti di quotidianità, del mesto ma saldo e tenero legame coniugale, della passione amorosa per una schiava acquistata ad Alessandria che istruisce paziente per donarle l’unica vera libertà praticabile, del richiamo della propria terra, fertile di luce e profumi, del rimpianto per quella paternità mancata che avrebbe donato un senso al suo percorso terreno e che si concretizza in un sogno ricorrente denso di struggente malinconia, del bisogno frustrato di amicizia. Tutto il suo universo insomma, consegnato al casuale ascolto di un nemico che per poche ore diviene stupito contenitore di confidenze, rimorsi, amarezze, sogni e speranze. A lui rivolge l’esortazione di portare a Roma la bellezza della terra dei greci “dove tutto è nato e tutto finirà”.

Non è certo agevole entrare nella pelle un personaggio così complesso, eppure Mario Incudine regala un’interpretazione superba, recitazione e canto mirabilmente fusi a restituire ogni piega, ogni sofferenza, ogni stupore, ogni dubbio di un uomo che quasi si vorrebbe accanto per consolarlo della solitudine ingiusta, di una vita che getta a caso i suoi dadi, di un destino che a capriccio sorteggia eletti e sconfitti, nani e giganti. Incudine, autore anche delle musiche eseguite dal vivo da Antonio Vasta, utilizza tecnica e cuore, alterna le morbidezze espressive legate ai ricordi al ritmo incalzante del puparo nelle rievocazioni di imprese epiche, come il noto episodio degli specchi ustori usati contro le navi romane proposto in una scena tanto bella e perfetta da lasciare senza fiato, fa vibrare ogni singola parola di un testo che parlando di un lontano passato acquisisce il sorprendente sapore del presente. I Romani esercitano la forza con sacra devozione, a muoverli il desiderio di conquista, il resto non conta. La scia di sangue e di morte che la guerra produce è solo un effetto collaterale da non tenere in considerazione. Il mondo di ieri come quello di oggi, la guerra è ancora lì, non è diventata un’orrida parola impronunciabile, non si è trasformata in monito per il futuro, la tracotanza di chi detiene il potere non suscita indignazione, la bellezza violata dalla distruzione non commuove. “Dove stiamo andando?”, è in questa domanda che bisognerebbe sempre porsi che può insinuarsi la salvezza, interrogarsi sul perché delle proprie azioni contribuirebbe a dotarle di senso e di validità.

Con accortezza e generosità la regia di Pizzech non impone ma suggerisce, lascia che testo, musica e interpretazione, nel loro felicissimo connubio, catalizzino l’attenzione del pubblico, assecondati dalle scene essenziali ma caratterizzanti di Andrea Stanisci che cura anche i costumi legati all’epoca. Così il luogo di studio e di invenzione si configura anche come il posto in cui ritrovare i pezzi sparsi della propria anima.

Il dubbio sulla bontà delle proprie invenzioni, la paura che possano essere messe a servizio del male, il senso di colpa che lo precipita nel buio della disperazione fanno di Archimede un uomo autentico e sincero e conferiscono ulteriore spessore a uno spettacolo che sa accendersi anche di momenti di ariosa leggerezza attraverso il canto potente e ammaliante dello stesso Incudine e grazie all’uso affettuoso del dialetto in certi passaggi, come nella rievocazione del re Gerone, che con l’uso di una lingua anacronistica e di registro popolare viene ironicamente catapultato nel mondo dei comuni mortali.

L’amore, la bellezza, la cultura costituiscono il testamento spirituale lasciato da Archimede al giovane soldato (Tommaso Garré), presenza muta cui affidare gli unici momenti di amicizia di un uomo, ormai prossimo alla morte, destinato dalla propria grandezza alla solitudine.

Archimede

di Costanza DiQuattro

con Mario Incudine

regia: Alessio Pizzech

scene e costumi: Andrea Stanisci

musiche: Mario Incudine eseguite dal vivo da Antonio Vasta

produzione: CTB Centro Teatrale Bresciano/La Contrada Teatro Stabile di Trieste/ Teatro della Città/ in collaborazione con teatro Donnafugata/produzione esecutiva A.S.C. Production Arte Spettacolo Cultura

“La Fabariota” di Anna Di Mauro

La Fabariota di Anna Di Mauro

@Agata Motta, 13 luglio 2025

Chi non si è mai ritrovato a scrivere qualche pagina di diario per fissare un ricordo, per fare chiarezza sui propri tumulti interiori, per analizzare persone e situazioni? Anna Di Mauro nell’originale e trascinante romanzo La Fabariota, Carthago edizioni, inserisce questa modalità narrativa non tanto o non soltanto per restituire dignità letteraria a un genere poco frequentato ma soprattutto per un bisogno di esplorazione della scrittura in quanto tale, la scrittura che è “luce feconda che non si spegne mai”, quella che salva e monda, quella cui aggrapparsi nei momenti di sconforto e di disperazione, quella cui si affidano umori e sapori di una vita spesso insufficiente a contenere gli sconfinamenti dello spirito. Sì, perché la dualità insita nell’uomo, intesa come conflitto tra ragione e sentimento o come compresenza di corpo e anima, è ben presente nel testo e ne costituisce uno dei tratti caratterizzanti.

Abbiamo dunque un Osservatore celeste, un tempo umano e dotato di chiaroveggenza, che viene affiancato a una giovane donna in piena crisi sentimentale e professionale, per contenerne gli impulsi suicidari o semplicemente per raddrizzare il timone di una perigliosa navigazione attraverso una singolare forma di “assistenza empatica”. Non può materialmente intervenire, quindi si danna e si dispera o cerca di stemperare la tensione con piglio ironico. Scrive un diario per “registrare fedelmente il tempo trascorso con la sua cavia”. Un angelo custode non ancora del tutto maturo per il suo compito che si attrezza culturalmente rimpinzandosi di libri, un angelo custode simpatico nella sua imperfezione che usa un linguaggio ampolloso e se ne compiace come se le esuberanze stilistiche, le arditezze lessicali, le ridondanze aggettivali potessero contribuire all’accelerazione del suo percorso di uscita dalla zona grigia in cui si trova. La finalità del suo diario è pertanto di perlustrazione non solo della creatura sotto la sua tutela ma anche di se stessa (perché in realtà di un’osservatrice si tratta e non è un caso l’attenzione maggiore riservata al “femminile”) e del proprio livello di affinamento.

Ed ecco la protagonista terrestre, Alessia Alibrandi, archeologa che tenta di ricostruire la storia dei Sicani e di dimostrare come questa popolazione abbia avuto rapporti con la civiltà minoica. Durante la sua caparbia ricerca, ostacolata da ruspanti intimidazioni mafiose, si imbatte però in un’affascinante leggenda legata alla figura della Fabariota (la donna di Favara, la prima “fimmina scrittora”) che in epoche remote scriveva a uso e consumo delle donne che andavano a consultarla nel suo antro misterioso. Che non sia solo leggenda sarà chiaro sin dall’inizio, perché la grottesca rappresentazione al teatro Valle (momento iniziale e conclusivo della vicenda che assume pertanto un andamento circolare) ha per oggetto proprio il contenuto dei manoscritti ritrovati. Anche lei scrive un diario, ma con finalità inconsciamente terapeutica. “Pochi sanno ascoltare veramente”, afferma Alessia, “Invece la pagina riceve la confidenza docilmente. È rispettosa”. La paralisi della volontà – che tanto la avvicina allo sveviano Zeno Cosini – la depressione, i conflitti con le figure parentali pian piano emergono, prendono forma e ricevono voce, il meccanismo della terapia psicanalitica viene affidato alla scrittura. Anche il linguaggio di Alessia non disdegna certe raffinatezze e magniloquenze, anzi sembra quasi che nei diari prenda corpo uno stile che deliberatamente si contrappone a quello più fluido, incalzante, a tratti fortemente paratattico della narrazione onnisciente, nella quale prevale il punto di vista della protagonista cui si affiancano le incursioni dirette dell’Osservatore celeste che giudica, svela le menzogne autoassolutorie della sua pupilla, freme nell’impossibilità di deviare il corso degli eventi perché il libero arbitrio, facoltà umana incontestabile, deve comunque essere garantito.

L’autrice insomma gioca con le molteplici possibilità espressive, se ne avverte l’ironia pungente e il tangibile divertimento a conferma di quanto, al di là dell’affasciante storia e dei tanti personaggi tratteggiati con finezza, sia proprio alla scrittura che dedica la sua maggiore cura. Una diffusa leggerezza permea le pagine quasi a voler dimostrare che anche le tematiche più serie e dolorose possono essere filtrate da un intelligente distacco capace talvolta di scovarne il lato comico. E risulta spontaneo intravedere il suo sorriso sornione dietro le parole dell’Osservatore celeste che in fondo, pur avendo una sua identità che si svelerà solo alla fine, non è pretestuoso considerare un alter ego, così come è semplice ipotizzare che nei luoghi teatro delle azioni – Roma, Agrigento, Favara, Sperlonga, Venezia – abbia seminato pezzi del proprio cuore.
Ambientato negli anni Sessanta – riconoscibili grazie ad accenni politici quali la presidenza di J.F. Kennedy ma soprattutto attraverso i riferimenti cinematografici, dalla morte di Marylin alla via Veneto delle celebrità – il romanzo è intriso di riferimenti letterari, filosofici e artistici che costituiscono l’ossatura della formazione umana e culturale dell’autrice, probabili stelle polari della sua visione della vita. Sfilano così sotto gli occhi del lettore Pirandello nella moltiplicazione del proprio sé, nella taciuta pazzia di zia Tecla e nel concetto di famiglia trappola, Freud nelle continue tessiture sui sogni, Sartre nella nausea esistenziale, Kierkegaard nel necessario dramma della libertà di scelta, e ancora Marx, Dostoevskij, Dante, Sciascia, Vittorini, Caravaggio, Modigliani e altri ancora, una polifonia di rimandi e citazioni cui Di Mauro dà sostanza in quanto sostanza di una vita di studi e riflessioni.

I personaggi, i cui nomi e cognomi sono spesso rivelatori – Alibrandi, ali per volare, brando per combattere; Narcisi, il bellimbusto capace di amare solo se stesso – vengono talvolta individuati con epiteti temporaneamente calzanti allo stato d’animo e alla situazione. Attraverso i loro vissuti l’autrice accende i riflettori sulle grandi tematiche universali come la malattia, la morte, l’immortalità dell’anima, l’amore, la memoria, le radici. Su tutto si distende l’ala instancabile del tempo sovrano, che sa essere anche “nemico e ingannatore”. Gli scavi ne sviscerano i segreti per restituirli al presente e al presente giungono le parole intessute dalla Fabariota, parole tese a consolare e sostenere un universo femminile da sempre afflitto.

La consapevolezza sarà l’attrezzo fornito dall’Osservatore celeste all’incespicante e titubante Alessia, la consapevolezza dei propri bisogni, delle proprie emozioni, dei propri conflitti, la consapevolezza dell’importanza del passato, indispensabile a chi, come lei, vi scava dentro per mestiere, e infine la capacità di distinguere “ciò che fa star bene da ciò che fa star male”, un’arte che solo chi sa vivere pienamente possiede.

La Fabariota
Anna Di Mauro
Carthago edizioni
pp.298
20,00 €

https://www.scriptandbooks.it/2025/07/13/la-fabariota-di-anna-di-mauro/

“Kairos” di J. Erpenbeck

Il Dio dell’attimo fortunato. “Kairos” di J. Erpenbeck, ed. Sellerio

@ Agata Motta, 16 giugno 2025

Un senso di estenuante agonia pervade sin dall’inizio le pagine di Kairos di Jenny Erpenbeck, edito da Sellerio, romanzo colto, raffinato, complesso, vincitore dell’International Booker Prize 2024. Una storia d’amore nella Berlino est a ridosso della caduta del muro, questo in estrema sintesi il contenuto, ma un universo si muove dietro l’apparente semplicità dell’enunciato.

Il linguaggio è il primo elemento del romanzo che colpisce e spiazza perché si porge come elemento di rottura attraverso un progressivo disgregarsi e riorganizzarsi intorno a un flusso di coscienza che cede e si alterna alla più tranquillizzante stabilità della narrazione esterna. Continui slittamenti di punti di vista gettano luci diverse sugli episodi narrati, mentre la simultanea presenza dei dati oggettivi che si incorporano con naturalezza su quelli speculativi rendono la struttura robusta e a tratti destabilizzante. È insomma un linguaggio che, nell’efficace restituzione della traduzione di Ada Vigliani, si ingorga, esplode, diventa sontuoso o persino insopportabile con dialoghi che si sottraggono alla disciplina delle virgolette, espediente ormai comune ma non per questo meno seducente, o con periodi di intricata ipotassi che si arrendono alla fulminea rapidità delle frasi asciutte e mitragliate. Alcuni passaggi risultano magici in questo gioco complesso di parole, concetti e sensazioni, come il primo amplesso della coppia protagonista sulle note del Requiem di Mozart in un continuo rincorrersi di Eros e Thanatos che imprime già una fatale direzione alla passione appena sbocciata.

L’amore tra Hans, scrittore cinquantenne sposato e padre di un adolescente, e la giovane Katharina, solare studentessa in cerca della sua strada nel mondo, si espande arioso e travolgente, ma brevi allontanamenti e piccole aperture a diverse ipotesi di relazioni mettono a dura prova l’unione, della quale si celebrano ossessivamente anniversari e momenti topici, e neanche la tirannia della passione salverà la coppia dal tragico balletto delle accuse e delle recriminazioni, del dolore inflitto e subìto, del bisogno di punire e di ricevere il proprio castigo che assume a tratti una valenza strettamente sessuale, della consapevolezza della deriva segnata da reiterati brevi addii e da ripartenze sempre più lontane da qualsiasi vaga sembianza di felicità. I due personaggi sono diversissimi ma uniti nella carne e nella mente. Hans, che ha un passato che affonda le sue radici nella gioventù nazista e un percorso di disillusione politica e culturale, si butta a capofitto sulle giovani energie della ragazza di cui si rende amorevole pigmalione e persecutorio controllore. Il periodo di collaborazione alla Stasi sembra riverberarsi nel metodo di indagine utilizzato per analizzare il tradimento di Katharina, una specie di interrogatorio affidato a nastri che la ragazza dovrà ascoltare per fornire convincenti motivazioni al proprio agire. Katharina è disponibile alla vita e alle varie espressioni dell’amore, si lascia condurre in un’esperienza nuova di felicità da abitare, si lascia plasmare dalla forte personalità di un istruttore tanto eccezionale, si lascia catturare da quel corpo che le accende i vigili sensi, impara a guardare le opere d’arte e ad ascoltare la musica con i suoi occhi e le sue orecchie, ma non rinuncia alle proprie sacche di libertà e di esplorazione, il richiamo dell’altra parte del muro in lei ha valenze fisiche e metaforiche, com’è naturale che sia per la sua generazione. Il loro passato fluttua ed emerge di tanto in tanto in modo scomposto e disordinato ad ammonire che non è possibile essere ciò che si è senza ciò che siamo stati.

Inserita su uno sfondo neutro e anonimo, la narrazione sarebbe stata scontata e persino banale, non dissimile da tante altre storie di amore tossico sviscerate con perizia e certosino scavo psicologico, ma l’autrice ha collocato i suoi protagonisti dentro un’altra agonia, quella di un luogo simbolico del ventesimo secolo e di un intero sistema geopolitico e valoriale. Hans e Katharina non avrebbero potuto essere tali al di fuori di Berlino est, città della quale la Erpenbeck restituisce atmosfere decadenti e vive allo stesso tempo, Pian piano i due amanti si aggireranno su porzioni di città che stenteranno persino a riconoscere quando la luce o la condanna di un ovest opulento intento a cancellare le tracce di un passato scomodo da disinfettare dilagherà sugli spazi del loro amore calpestati dai passi frenetici dei turisti in cerca di oggetti da acquistare a poco prezzo come testimonianza del proprio passaggio nella grande storia. Il fantasma di una città, di un sistema chiuso e di un pensiero politico cammina al fianco della coppia, gli eventi esterni non possono non avere ripercussioni involontarie ma fortissime nel privato. Neanche fumo, caffè e spumante, i rituali del loro rapporto sembrano trovarvi più una giusta collocazione. Il cielo diviso di Christa Wolf, autrice alla quale sicuramente la Erpenbeck ha guardato, si riunisce ma non si compatta, non sono amalgamabili due azzurri tanto diversi, almeno non in tempi brevi e senza fare i conti con le ferite del passato. Il prologo e l’epilogo costituiscono infatti la cornice del dispiegarsi della memoria. Katharina, ormai sposata e lontana, non andrà al funerale del suo amante nonostante glielo abbia promesso, ma ascolterà la sua musica e aprirà gli scatoloni che contengono il passato di una coppia ma soprattutto di un popolo, di uno Stato, di un pensiero forte divenuto debole, di una fetta di storia che si apre ancora a diverse discussioni e interpretazioni.

Nell’insieme si avverte la cerebralità della grande narrativa tedesca ed è talvolta difficile seguire i percorsi tortuosi della scrittura che a tratti divaga e tracima in citazioni e riferimenti che abbassano l’asticella dell’attenzione. Ma un romanzo di grandi pretese deve sapere sfidare il suo lettore, educarlo ad un livello maggiore di concentrazione anche a costo di esigere uno sforzo aggiuntivo.

Benvenuto Kairos, dio dell’attimo fortunato, che tutti almeno una volta possano afferrare il tuo ricciolo e immergersi nel flusso inebriante delle vite potenziali che spesso non si riescono a scorgere nemmeno in piena luce.

Jenny Erpenbeck, Kairos, Sellerio editore, pp.393, 18.00 €

https://www.scriptandbooks.it/2025/06/16/il-dio-dellattimo-fortunato-kairos-di-j-erpenbeck-ed-sellerio/

“Arrocco siciliano” di Costanza DiQuattro

“Arrocco siciliano” di Costanza DiQuattro

@ Agata Motta, 28 febbraio 2025

Sulla bella immagine di copertina Marte gioca a scacchi con Venere, guerra e amore si fronteggiano, lo sguardo pensoso di lui e quello divertito di lei sembrano non lasciare dubbi sulla vittoria finale da leggere anche in senso metaforico. Ma quello è l’Olimpo. Nel mondo degli uomini il gioco e le sue sfide adrenaliniche possono diventare una cosa terribilmente seria e concretizzarsi nel bisogno di camminare sull’orlo del precipizio per vedere se e come ci si possa salvare. Nella terra di nessuno compresa tra caduta ed esaltazione si collocano la ricerca di conferme alle proprie capacità e le punizioni da infliggersi per tacitare i sensi di colpa.

Su questo margine ipnotico e seducente come il canto delle sirene si muove Antonio Fusco, ombroso protagonista del romanzo Arrocco siciliano di Costanza DiQuattro, edito da Baldini+Castoldi, che imbastisce, attraverso la propria turbata sensibilità, un dialogo muto tra un passato e un presente perennemente in lotta tra loro. In lui si aggiunge la consapevolezza di un preciso destino non eludibile e della vocazione alla perdizione. Ed è inutile sperare di trovare consolanti redenzioni. Si comprende subito, e questo è uno dei maggiori elementi di fascino della narrazione, che per lui giungeranno solo passeggeri squarci di luce nel pozzo noto del dolore.

Con la scrittura agile, icastica e fortemente coinvolgente che caratterizza la sua raffinata produzione letteraria, l’autrice racconta un’altra ammaliante storia che ha Ibla come scenario, città che diviene il territorio conosciuto su cui innestare la parentesi esistenziale di un personaggio in fuga da sé stesso e dai suoi demoni.

Non sarà dunque duraturo l’arrocco siciliano del napoletano Antonio Fusco, giunto a Ibla all’inizio del Novecento per gestire la storica farmacia Albanese orfana del suo stimatissimo proprietario, ma basterà a creare rilevanti scompensi e precari equilibri sulla scacchiera sostanzialmente immobile di una società che alimenta e custodisce segreti e malsane abitudini a patto che tutto rimanga sommerso e non dichiarato. La radicata ritrosia per l’estraneo rende ostico l’approccio con la nuova realtà di questo personaggio inquieto e soffuso di mistero, mentre l’aperta diffidenza del notaio, cugino della vedova, che indaga su un passato poco limpido, potrebbe mettere in discussione i suoi diritti sulla farmacia. Così gli sforzi atti a guadagnarsi credibilità e rispettabilità procedono a fasi alterne, tra nuove concessioni e reiterate chiusure, tra blandi incoraggiamenti e malevole illazioni. Il nuovo farmacista proverà a farsi accettare tentando di individuare la crepa dentro la quale infilarsi, imparerà a fare colazione con i firrincozza e ad archiviarne l’astruso nome, ad assaggiare l’aspra dolcezza dei piretti e la freschezza ristoratrice della granita di don Firili, a memorizzare le basole percorse nei quotidiani tragitti, ad allettare la clientela femminile con nuove creme di bellezza e sfrontati sorrisi, ma sempre mantenendo per sé il tumulto che lo agita e che a ondate gli deposita ai piedi frammenti di passato e ipotesi di tare genetiche.

Un prepotente fascino emana da quei silenzi, da quegli occhi sfuggenti, da quel riserbo sul quale tutti si fionderebbero volentieri per portare alla luce verità da ruminare al Caffè 900, meta di sfaccendati, pettegoli, provocatori, poveracci. Le donne certo ne sono le prime vittime, dalla vedova Albanese, che lo tratta come il figlio tanto desiderato e mai avuto, alla giovane criata Ninetta, ben disposta a consegnargli la propria fresca e primitiva sensualità, ma pian piano l’interesse per il forestiero coinvolgerà tutti, specie i frequentatori del Circolo dei nobili che scacciano la noia distruggendo esistenze con magnifica disinvoltura.

Costanza DiQuattro

Dall’ariosa grandezza di Napoli, ricordata a fiotti intermittenti con orgoglio e nostalgia, al limitato perimetro di Ibla sembra che gli orizzonti si restringano. E invece ecco il miracolo di fortuiti incontri, simili a inciampi su ciottoli levigati, che aprono finestre su angosce pronte a mordere ma anche su sprazzi di futuro inabitato che profumano di buono. Quello con Federico, ragazzo malato e deforme, arroccato a sua volta in una ricca dimora in attesa che il proprio destino si compia, sarà l’incontro più importante, anzi assumerà il carattere di un vero e proprio riconoscimento sulla base di una sofferenza condivisa che si nutrirà di incondizionata, reciproca accettazione.

Su tutto esplodono i colori della Sicilia, la terra Musa che intride le pagine di tutta la narrativa della DiQuattro, il languore di certi scorci, il respiro della bellezza incuneata nei palazzi barocchi e nell’azzurro terso del cielo. L’autrice, visceralmente legata a Ibla, la propria città della quale narra la distruzione e la rinascita nel più recente L’ira di Dio, costruisce atmosfere che si possono quasi respirare, bagnate dalla sonorità dell’amato dialetto, e introduce dialoghi serrati ed efficaci nella curata partitura narrativa che fanno rimbalzare vivi i personaggi, intenti a usare le parole in modo allusivo, a camuffare più che a svelare.

Come l’Aleksej de Il giocatore di Dostoevskij, Fusco si muove tra i tavoli da gioco con una disposizione d’animo in bilico tra ebbrezza e indifferenza, talvolta spinto dal senso di onnipotenza fornito dalla vertigine della vittoria ma più spesso risucchiato al suolo dal personale fallimento e dalla superiore macchinazione del caso.

Il demone del gioco ovviamente non perdona chi ha continuato a corteggiarlo, il passato torna a pretendere il suo tributo, l’impulso di autodistruzione conduce nelle fauci dell’abisso. L’amore, quello etereo e vagheggiato per la bellissima baronessa Eleonora, madre di Federico, non può cambiare la sorte se è solo il frutto acerbo della riconoscenza materna.

Ma cosa può più importare se la fuga ha trovato un senso nell’amicizia, se durante una partita a scacchi, in cui si giocano l’onore e il futuro, la torre, con un altro arrocco, ha potuto proteggere il re?

Proteggere, non salvare, perché si salva solo chi lo vuole veramente.

Costanza DiQuattro
Arrocco siciliano
Baldini+Castoldi

pp.298
€ 18.00

https://www.scriptandbooks.it/2025/02/28/la-perdizione-di-antonio-fusco-arrocco-siciliano-di-costanza-diquattro/

“L’ira di Dio” di Costanza DiQuattro

Ancora una volta il caro, vecchio Natale / I garbugli interiori di Padre Bernardo

@ Agata Motta, 8 dicembre 2024

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Capita tante volte di interpretare eventi casuali come segni, di leggervi ciò che si spera di leggere, di trovarvi conferme a risposte già avute o soluzioni ai dubbi irrisolti. Ed eccolo padre Bernardo, intento ad interpretare quei segni nel cielo e nelle sue striature, proteso alla ricerca di un senso evidente in questioni complesse, eccolo con il suo affascinante garbuglio interiore mentre indaga sulla possibilità di una relazione con il Dio che è entrato, non richiesto, nella sua difficile vita.

L’ultimo romanzo di Costanza DiQuattro L’ira di Dio, edito da Baldini+Castoldi, è ambientato in Sicilia e ha come protagonista un tormentato uomo di chiesa che si troverà a vivere uno degli eventi più catastrofici della storia: il terremoto del Val di Noto del 1693. L’autrice, che dichiara di aver voluto celebrare la sua terra, mostra una Sicilia capace di risorgere dalle sue ceneri come l’araba fenice e costruisce una storia dall’architettura perfetta, solenne come una sonata di Bach, in cui la complessità si scioglie in note struggenti, il sacro può usare parole profane, la potenza del divino sa farsi sangue e porgere lenimenti.

Padre Bernardo celebra Messa senza partecipazione, la sua mente è altrove, nello spazio angusto della canonica in cui si aggira dolce e sorridente la sua bella e amata perpetua, il peccato della carne che lo ha reso inviso alle autorità e alla gente della sua parrocchia. A seguirlo ormai restano quattro fedeli, e non è da intendersi come metafora, tre donne e un uomo dalla vita aspra e dissestata capaci di indulgenza e di perdono, cui si aggiungono Gasparino, un bimbo dai denti storti che fa il chierichetto con cieca dedizione, e padre Costante, il comprensivo frate cappuccino che, come l’ago di una bussola, lo riporta alla responsabilità dei suoi atti e della sua condizione. Questa la piccola corte di un nobile costretto ad indossare un abito che sarebbe invece calzato a pennello al saggio e illuminato Eligio, fratello gemello, prostrato nel fisico ma vincolato, in quanto primogenito, al ruolo di erede di titoli altisonanti e cospicue sostanze. Entrambi osservano la vita dell’altro con la consapevolezza di occuparne lo spazio e la dimensione esistenziale, entrambi si piegano con rassegnazione ad un ordine costituito che non si può violare, ordine sul quale vigila con rigore e intransigenza la baronessa madre, donna che si reputa vicina alla santità e che invece assume atteggiamenti di diabolico ardore mistico sostenuta dal domenicano padre Fernando, inflessibile educatore dei suoi figli. Il sospetto di essere sbagliato nel mondo, il dramma di una colpa involontaria, quella di aver causato l’incidente del fratello, le tentazioni, il vino e il sesso anzitutto, alle quali cedere senza indugi, sono elementi che si traducono in un fardello pesante da reggere per spalle sempre più incurvate e gambe sempre più instabili, ma Bernardo continua a camminare inciampando negli anatemi materni e rischiando i furori della Santa Inquisizione.

Costanza DiQuattro

Il terremoto dell’11 gennaio 1693 che distrusse il Val di Noto spazzando via palazzi stemmati e casupole, nobili e popolani è l’evento che segna la svolta narrativa e che introduce il tema caro all’epoca dell’ira di Dio intesa come punizione per le colpe degli uomini. Le macerie prodotte però sono anche interiori, rovine, calcinacci, ricordi e rimorsi si accumulano nell’animo del protagonista, sconfitto proprio nei suoi punti di forza e di orgoglio: l’amore e la recente paternità. Bernardo è un personaggio scolpito a tutto tondo, l’autrice lo dirozza a poco a poco con un magistrale lavoro di scalpello per svelarne dubbi, errori, passioni, debolezze, tenacia, irriverenza, tutto ciò che lo rende profondamente umano e dunque vicino al lettore.

Costanza DiQuattro consegna un romanzo di rara bellezza, nutrito dalla tecnica acquisita come drammaturga e scritto con un linguaggio talvolta assorto e meditativo altre sanguigno e incalzante in cui il registro alto dei notabili convive con il dialetto puro del popolo, restituito senza forzate traduzioni o innaturali imbastardimenti. Il testo si porge anche come spaccato storico ben documentato in cui l’immaginazione si innesta sulle fonti in modo spontaneo, come racconto che vibra d’amore per la propria terra martoriata e redenta dalla bellezza. Lo struggente Barocco che sorgerà in quei luoghi violati dalla furia distruttrice della natura diviene testimonianza e monito del modo in cui il passaggio dell’ala della morte possa produrre nuova vita.

Resistere si può e si deve trasformando il proprio dolore in una nuova disposizione d’animo, aiutare gli altri per aiutare se stessi. Così, anche con il lutto nell’anima stanca, Bernardo non smetterà di cercherà il suo Dio vendicatore, foss’anche per insegnargli come l’umanità sia capace di urlare il proprio bisogno di rinascita dopo la distruzione. Ed ecco infine Gasparino, che ha fatto della menomazione prodotta dal terremoto l’occasione per dedicarsi allo studio, eccolo consegnare a Bernardo il progetto della facciata del vecchio palazzo di famiglia. L’agile fantasia del piccolo chierichetto ormai adulto traccia linee armoniose e composte, un sorriso sghembo dai denti storti sa farsi seminatore di bellezza e di rinnovata capacità d’amare.

Costanza DiQuattro
L’ira di Dio
Baldini+Castoldi
19,00 €
pp.262

https://www.scriptandbooks.it/2024/12/08/ancora-una-volta-il-caro-vecchio-natale-i-garbugli-interiori-di-padre-bernardo/

“Agata del vento” di Francesca Maccani

“Agata del vento” di Francesca Maccani

@ Agata Motta, 13 ottobre 2024

Un’isola incantevole e una bellissima ragazza sono le protagoniste di Agata del vento, l’ultimo romanzo di Francesca Maccani, edito da Rizzoli e ambientato all’inizio del secolo scorso. Lipari ventosa e aspra si materializza subito agli occhi del lettore con il suo mare che conforta e infuria, con la povera gente che fatica per portare a casa il necessario, con il suo piccolo mondo arcaico in cui tradizioni e credenze si intrecciano senza stupori o ricerche di spiegazioni razionali.

Nata sulla spiaggia e marchiata sulla pelle da un segno che si rivelerà un destino ineludibile, la giovanissima Agata cresce laboriosa e onesta tra pesca notturna e lavoro diurno nei campi, indipendente e fiera come le altre donne dell’isola, assai diverse da altri contesti dell’epoca segnati da passive accettazioni. E sorprende come in luoghi così isolati la funzione sociale delle donne sia stata tanto forte e definita, non confinata esclusivamente alla cura della casa e dei figli, come se il lavoro sulle barche in mare e sui campi da coltivare venisse svolto non solo come contributo alle necessità familiari ma anche come opportunità di autodeterminazione.

La famiglia, come tante all’epoca, è stata sconvolta dal massiccio fenomeno dell’emigrazione che ha portato via l’amato padre alla ricerca di fortuna in America, e la madre, inacidita dall’abbandono e da una colpa antica che la consuma, nulla concede ad Agata se non un’attenzione vessatoria e sgarbata. Gli unici punti saldi di riferimento sono il fratello Rosario, perché il maggiore, Salvatore, è troppo occupato nel suo ruolo di capo famiglia e di custode della virtù della sorella in sboccio, e la Za’ Teresa, la levatrice e majara che l’ha accolta quando è venuta al mondo.

Nella notte del suo quindicesimo compleanno qualcosa di inaudito e misterioso sconvolge l’esistenza della ragazza e inquina le sue certezze: Agata riceve il dono del vento, rarissima capacità di curare malattie e dominare gli elementi concessa solo a coloro che sono stati “pigghiati da Eolo”; dono che può essere tramandato alle generazioni successive. L’amorevole nonna di Agata, Minica, morta quando lei era ancora bambina, era solo una delle tante donne guaritrici che agivano sui malanni lievi attraverso ‘raziuni, formule da mandare a memoria e da recitare accanto all’infermo di turno, ma non aveva il dono del vento, quindi la ragazza non ha potuto ereditarlo da lei. Agata sarà sconvolta dall’evento e tenterà di mettere a servizio degli altri quel dono che sull’isola possiede anche lo spigoloso Zu’ Bastiano, restìo ad accogliere la richiesta di chiarimenti della confusa ragazza.

Cosa si fa se ci si accorge di avere un potere immenso che può modificare le vite altrui? Sembrerebbe un privilegio invece può rivelarsi una condizione scomoda e non richiesta, un cruccio insistente, un’insidia da tenere a bada, una virtù che sconfina nella stregoneria e che pertanto può insospettire i potenti e gli uomini di scienza.

Le giornate di Agata cominceranno dunque a svolgersi sul doppio binario del segreto e della disponibilità all’aiuto, ma l’amore giunge a sparigliare le carte, a mettere a tacere il sofferto dono per spalancare le porte alla passione e poi al disinganno.

Un indiscutibile elemento di fascino nella narrativa della Maccani è costituito dalla scelta di argomenti e tematiche inusuali che affondano le radici in una realtà indagata e ricostruita con l’ausilio di fonti pazientemente consultate. Preziosi in tal senso i testi dell’antropologa Macrina Marilena Maffei (autrice di riferimento anche per Evelina Santangelo che ne fa esplicito riferimento nel suo Il sentimento del mare), una vera e propria bussola per chi voglia orientarsi in quei luoghi; testi che l’immaginazione dell’autrice feconda attraverso la costruzione di personaggi di esatta consistenza e meccaniche seduttive nella manipolazione dell’intreccio.

Di forte interesse storico e ben inserita nel contesto la descrizione delle condizioni di vita dei “coatti”, malfattori o semplicemente personaggi scomodi, relegati in condizioni disumane sull’isola, ma lo sguardo dell’autrice ne segue in particolare soltanto uno, importante per certi snodi della vicenda familiare. Anche la cronaca trova spazio tra le pagine con un femminicidio, realmente avvenuto nel 1904 e testimoniato dalle fonti dell’epoca, che, più delle disillusioni amorose e delle rivelazioni sulle proprie origini, spingerà Agata a scelte definitive e potenzialmente risarcitorie.

L’autrice si ispira ad una storia vera piegandola alle proprie necessità narrative, non giudica e non commenta, lascia che i suoi attanti si svelino da soli soprattutto attraverso i gesti e le azioni, mentre i dialoghi, asciutti ed essenziali, aderiscono a personaggi del popolo che non potrebbero indugiare, per assenza di strumenti culturali, su discorsi articolati e complessi.

In Agata del vento ritroviamo alcune costanti ideologiche e stilistiche dell’autrice già presenti nel precedente Le donne dell’Acquasanta, come l’attenzione per la condizione femminile e la cura particolare riservata alle sequenze descrittive atte a creare atmosfere credibili e palpabili con efficaci metafore di grande delicatezza, mentre viene ridotto al minimo indispensabile per la restituzione del colore locale l’uso del dialetto, “semplificato e misto all’italiano”, come precisa la stessa Maccani nelle note finali, per renderlo comprensibile anche ai non siciliani.

Sincera e pertanto ben focalizzata l’attenzione riservata a quegli aspetti magici e ancestrali per i quali la gente era portata a provare un misto di invidia e di ammirazione e a nutrire il rispetto dovuto all’irrazionale che irrompe nel quotidiano, a ciò che la mente non può comprendere ma intuire. Solo chi appartiene alle vecchie generazioni cresciute nei piccoli paesi ricorda rituali e formule che alcuni anziani praticavano con spontanea innocenza e che davano conforto al cuore più che al corpo, superstizioni che oggi farebbero storcere il naso ma che rappresentano invece un patrimonio collettivo destinato a disperdersi. Ben vengano quindi i testi che ne riaccendono la memoria e il complesso valore sociale e antropologico.

Agata del vento

di Francesca Maccani

Rizzoli editore

17.00 €

pp.302

https://www.scriptandbooks.it/2024/10/12/agata-del-vento-di-francesca-maccani/

anche su Articolo21

https://www.articolo21.org/2024/10/agata-del-vento-di-francesca-maccani/

“Il sentimento del mare” di Evelina Santangelo

Il sentimento del mare di Evelina Santangelo

@Agata Motta, 26 agosto 2024

Essere sopravvissuti, o almeno percepirsi come tali, determina mutazioni incontrollabili, spesso repentine e radicali. Si comprende come ciò che si è vissuto sia destinato a incancrenirsi senza possibilità di guarigione, ma si può anche scoprire il fascino dell’incerto futuro, scrutato con apprensione come se fosse pronto a volatilizzarsi con un semplice gesto della mano. Si può accettare lo scorcio di una diversa angolazione attraverso cui guardare al passato e lasciarsi sorprendere dalla constatazione di quanto il patrimonio condiviso con gli altri sia stato prezioso e determinante per la propria crescita e di come i solchi profondi e non più colmabili possano essere aggirati con semplici deviazioni.
Evelina Santangelo nel suo ultimo libro – definirlo romanzo forse sarebbe fuorviante – Il sentimento del mare, edito da Einaudi, segue il filo conduttore della propria sopravvivenza, legata a devastanti condizioni fisiche ed emotive, e si lascia sedurre dalle tante storie raccolte da amici o da occasionali interlocutori che hanno per oggetto il mare con i suoi richiami irresistibili, con i suoi pericoli sempre in agguato, con la sua spossante dolcezza, con i suoi abissi assassini e la sua mitologia e vi intreccia i propri ricordi e una sete di sapere finalmente riaccesa dopo una lunga e penosa apatia. L’autrice vuole spingersi verso l’ignoto e contemporaneamente riacciuffare i nodi irrisolti del passato, come il mistero sulla fine di un giovane cugino sommozzatore del quale ad ogni costo vuole scoprire “il modo in cui si è visto morire”.
Come una curiosa giornalista porge domande, sonda terreni inesplorati, porta a galla pezzi di storie che meritano di essere conosciute. Ne scaturiscono pagine che contengono una gran mole di informazioni sulle mattanze dei tonni, sulle donne pescatrici e contadine dell’isola di Lipari (argomento che torna nelle più recenti pubblicazioni – Francesca Maccani le racconta in Agata del vento – come a fare ammenda di un lungo oblìo), sul cimitero degli sconosciuti di Zarzis, sui diciotto pescatori mazaresi sequestrati dalla Guardia costiera libica, su bizzarri personaggi che hanno affrontato con granitica determinazioni imprese per altri incomprensibili, come il giro del mondo in barca a vela senza scali o la ricostruzione dello scheletro di un giovane capodoglio straziato dall’uomo e dalla natura.
Dati, osservazioni, curiosità e commenti accompagnati da un piccolo concerto di riferimenti letterari e cinematografici – La Perla di Steinbeck, Moby Dick di Melville, Manoscritto ritrovato in una bottiglia di Poe, Le onde del destino di Lars von Trier, The perfect Storm di Wolfgang Petersen, J’accuse di Abel Grance, Gran Bleu di Luc Besson, La lunga rotta di Bernard Moitessier – una colonna sonora prodotta da associazioni mentali estremamente soggettive, perché le opere d’arte parlano ad ognuno con voce diversa e risuonano in momenti e luoghi imprevedibili.
E proprio quando sembra che la narrazione stia per inaridirsi nella sovrabbondanza di dettagli tecnici e di divagazioni, giunge il calore dell’umanità di incontri con amici o con sconosciuti, scatta la molla dell’empatia e con essa il desiderio di affidare il proprio dolore a chi è disposto ad accoglierlo, sorge la commozione provata sulla costa normanna del D-day e, pian piano, si fa strada una ricognizione interiore che viene consegnata al lettore a piccoli sorsi e in chiaroscuro, perché al bisogno di urlare il proprio strazio si accompagna una sorta di pudore protettivo sui sentimenti più forti, specie quelli riguardanti il ragazzo dagli occhi azzurri che è stato l’amore di una vita e che forse continuerà ad esserlo anche nel gelo della fine.

Credits Rino Bianchi

E poi esplode l’infanzia solare, l’unico periodo della vita sgargiante di avventure, di ferite e di cadute, di sale e di sudore, trascorso con l’adorato zio pescatore, che tutto le ha insegnato come un mentore affettuoso, o con la nonna paterna, vissuta in un paese di mare senza mai riconoscere all’immensa distesa azzurra un valore diverso da quello paesaggistico. E da quell’infanzia di “immortalità e gioia pura” l’autrice lascia riaffiorare il senso di sfrenata libertà provato in campagna e al mare, realtà diversissime eppure affini nelle sensazioni suscitate. A dimostrarne il legame, un oggetto simbolo – un semplice coltello – indispensabile su entrambi gli scenari, punto di raccordo tra le due anime e le due infanzie, quella di terra e quella di mare.
In un localino seminascosto di Marina Corta, a Lipari, davanti ad un bicchiere di vino rosso, arrivano finalmente le parole, il groviglio esistenziale comincia a srotolarsi e a prendere forma. E dunque eccolo straripare il sentimento del mare, vero protagonista della narrazione, perché attraverso il mare e la sua bellezza l’autrice riscopre se stessa, dialoga con la sopravvissuta che nel mare continua a riconoscersi. Ecco tutta l’intensità delle emozioni da esso prodotte restituite in una gamma multiforme di passioni e di contraddizioni, sciolte infine nell’abbraccio di un bagno invernale che dona brividi e benessere, che accoglie come un grembo capiente, che consegna all’anima inquieta il segreto dell’abbandono.
“Adesso desideravo liquefarmi nell’acqua, essere quella purezza lì senza peccato… L’importante è non fermarsi, muoversi, nuotare”.

Evelina Santangelo
Il sentimento del mare
Einaudi editore
pp.152
17,50 €

https://www.scriptandbooks.it/2024/08/24/il-sentimento-del-mare-di-evelina-santangelo/

“Le parole d’ordine” di Andrea Dei Castaldi

“Le parole d’ordine” di Andrea Dei Castaldi per Barta Edizioni

@ Agata Motta, 27 luglio 2024

Codici per accedere al presente e a ciò che siamo stati, per individuare nel proprio personalissimo archivio emotivo quei momenti, esplosi come bengala in cieli oscuri, atti a condizionare lo svolgimento della vita: sono queste Le parole d’ordine di Andrea Dei Castaldi, intrigante e riservato autore che pubblica il suo quarto romanzo sempre per Barta edizioni.

Come il precedente Anime brevi, che nasceva durante una lunga parentesi sudamericana, anche quest’ultimo romanzo si colloca dentro un’esperienza personale destinata a lasciare impronte profonde: la malattia e la morte del padre vissute dapprima come guerra e sofferenza e infine come atto di fede nei confronti della vita e dei suoi immancabili orizzonti di luce. Non siamo di fronte a romanzi autobiografici ma a lavori che sgorgano da circostanze forti che scuotono e costringono allo spossante abbandono ad una scrittura risarcitoria.

Oreste, Stefano, Domenico e John si ritrovano dopo trentasette anni. Sono stati convocati e riuniti dalla giovane Olga, nipote del primo. L’occasione è quella della consegna di una medaglia al valore per l’eroico coraggio dimostrato durante la campagna d’Africa allo zio Oreste, ormai molto fiaccato dalle malattie. Medaglia che giunge, per affanni burocratici, dopo tanto di quel tempo e di quegli accadimenti, compresa la militanza di Oreste nelle truppe partigiane, da non avere più senso per chi dovrebbe riceverla. E infatti il destinatario vi rinuncerà ma il ritrovarsi dei quattro uomini sarà, in modi diversi per ciascuno di loro, un’opportunità che potrebbe trasformarsi in atto catartico. Ad accomunarli, infatti, è la tragica esperienza bellica e il casuale intreccio delle loro esistenze in condizioni estreme. A ben guardare, anche questi personaggi sono “anime brevi” nella maniera intesa da Dei Castaldi, cioè esseri umani sopravvissuti dopo la perdita della parte più preziosa di sé, che sia essa un mancato amore giovanile, un pezzo del proprio corpo martoriato, la fede che vacilla di fronte all’insensatezza della guerra o il senso dell’onore militare e del dovere nei confronti della patria poco importa. Vivere comporta anche questo, lasciare lungo il tragitto parti di sé e proseguire il cammino, ma senza fuggire da se stessi, senza mai rinnegare un passato che tanto riemergerebbe comunque, violento e doloroso, anche a distanza di molto tempo.

Tra tutti Oreste è il personaggio più enigmatico, chiuso nel proprio buio dal momento in cui, ancora bambino, per salvare il fratello minore dall’annegamento, si ritrova a tu per tu con la morte. Continuerà a camminarle accanto senza temerla, pur incontrandola e respirandone il fiato più e più volte nel corso della vita. Non si farà donare il cavallo più veloce che c’è come il soldato di Roberto Vecchioni, Oreste sa di non poter sfuggire alla propria Samarcanda, sa che quando la nera signora vorrà prenderlo con sé non potrà fare altro che abbandonarsi ad essa. Come nelle tragedie greche il Fato non è eludibile. Di Oreste sapremo sempre poco e quel buio, vivificato da un’incrollabile attaccamento alla vita, resterà fitto e conturbante, ma lui è il perno intorno al quale l’autore ricostruisce i ricordi di tutti gli altri – un medico inglese, un giovane cappellano, un capitano – che in simmetrica alternanza, con una precisa scelta nell’impianto narrativo, consegnano al lettore le loro vicende legate ad un contesto bellico, e qui sentiamo gli echi di altre canzoni, come La guerra di Piero di De Andrè, o di altra letteratura, come Remarque e Ungaretti, per il quale si fatica a trovare una qualsiasi logica o uno straccio di giustificazione.

Il presente, non più vicinissimo, della storia è il 1978, anno preso in prestito per immettervi le vicende altrettanto enigmatiche e insolute del brevissimo pontificato di Albino Luciani.

L’autore inserisce in tal modo un nucleo narrativo di grande impatto speculativo apparentemente divergente rispetto al filo conduttore, ma in piena sintonia con la crisi spirituale dell’ex cappellano Stefano Casadei e, più in generale, di una parte del mondo cattolico che in quel momento storico non si identificava più con i vertici ecclesiastici. Stefano incontra Fausto, un compagno di seminario poi perso di vista divenuto insegnante di storia e filosofia, dedito alla stesura di un saggio, intitolato Le origini del male, in cui identifica l’Anticristo nella Chiesa di Roma, colpevole di avere agito nel corso della storia contro l’affermazione dell’autentico messaggio cristiano di cui Gesù era stato portatore. Fausto confessa all’amico di essere rimasto in contatto con Albino Luciani, definito “il loro comune amico” e di aver ricevuto persino una telefonata dopo l’elezione al pontificato in cui si dichiarava “agnello in mezzo ai lupi”. In Fausto, insomma, si era accesa la speranza di un cambiamento epocale in seno alla Chiesa, qualcosa di rivoluzionario che avrebbe potuto riportare il baraccone al messaggio originale di Cristo, teoria riconducibile a certe eresie medievali sradicate violentemente dal potere ufficiale. Ma la Storia, come sappiamo, ha seguito un percorso diverso e l’alone di dubbio che ha avvolto l’improvvisa e inaspettata morte del pontefice non si è mai dissipato del tutto. I capitoli del romanzo dedicati a Luciani accendono nuovamente i riflettori su una figura marginale perché incompiuta in questi delicati anni in cui il pontificato di Francesco suscita sconcerto in certe frange tradizionaliste della Chiesa.

Ritrovare il proprio ordine interiore non sarà facile per i quattro personaggi, ma ognuno muoverà i propri incerti passi incontro al nuovo, fortificato dal recupero di eventi rimossi o accantonati. Per alcuni i passi si muoveranno a ritroso per riannodare fili separati dalla sorte, per altri sarà la fine di un sogno di rinnovamento spirituale o il ritorno al gorgo oscuro delle origini.

Al di là della trama e dei suoi tanti accattivanti snodi, è un piacere ritrovare il linguaggio ricercato di Dei Castaldi, le parole centellinate e scelte con cura, avvertire la meditazione su una scrittura che non scivola via veloce e distratta ma che si spende generosamente alla ricerca del periodo giusto ed esatto.

Una lettura intensa che può giovare a quanti annaspano tra un passato irrisolto ma non modificabile e un futuro denso di incognite allettanti, una presa d’atto della lotta incessante tra il Bene e il Male in una partita da sempre in corso e mai conclusa.

Agata Motta

Andrea Dei Castaldi

Le parole d’ordine

Barta edizioni

pp.177

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“Cuore nero” di Silvia Avallone

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La nuova lucentezza dei dannati. “Cuore nero” di Silvia Avallone per Rizzoli Edizioni

@ Agata Motta, 14 maggio 2024

Un uomo elegante e una giovane donna dai capelli rossi e scarmigliati percorrono un sentiero in salita. Si sente la fatica, il fiato grosso, i muscoli dolenti ma si avvertono anzitutto la determinazione, l’imbarazzo, il bisogno di arrivare, l’altalena di avvicinamenti e prese di distanza, perché la confidenza che dovrebbe esistere tra padre e figlia è stata alterata da quindici anni di reclusione durante i quali lei ha scontato una pena per una colpa grave e irredimibile.

Silvia Avallone in Cuore nero, edito da Rizzoli, mostra subito Emilia, la protagonista di questa bellissima e trascinante storia, nei suoi guasti e nelle sue asprezze. La vediamo muoversi come un animale braccato, spinta dalla necessità di approdare ad un altro nascondiglio, Sassaia, luogo della sua infanzia ormai quasi disabitato, nel quale continuare ad esistere dopo l’uscita dal carcere. Di esistere nonostante il male fatto, che non si è ridotto di intensità durante il periodo detentivo e che le cammina accanto come un’ombra e tracima nel sangue che sgorga dai tagli che si pratica sulle braccia quando il dolore è insopportabile. Suo padre, architetto affermato, innocente e già straziato dalla perdita della moglie, l’ha guidata a distanza come Virgilio attraverso l’Inferno, ma il viaggio negli inferi di Emilia non è stato voluto dalla grazia divina e lei non sembra destinata a riveder le stelle. Le sue sono fiamme interiori che lambiscono l’anima più che il corpo, dalla colpa non si viene fuori se non a patto di nominarla e di accettarla senza negazioni o rimozioni, ma questo processo è bloccato, inceppato nella convinzione che solo tacendo il male esso possa respirare quieto in angolo di cuore, quasi inoffensivo eppure pronto a divampare alla minima sollecitazione.

A raccontare di Emilia è Bruno, altro sepolto vivo di Sassaia, rimasto orfano da bambino per un tragico incidente in funivia dal quale lui e la sorella si salvano per uno assurdo scherzo del destino. La sua vita è irrimediabilmente segnata da una doppia assenza che non è riuscito mai ad elaborare e solo il lavoro con i pochissimi alunni del borgo più vicino riesce ad impartire un ordine alle sue giornate e sbiaditi colori alla solitudine eletta a fedele compagna.

La voce narrante di Bruno accompagna il lettore creando una specie di complicità, perché la sua ricerca della verità sul passato di Emilia (che lui racconta da spettatore partecipe o, come l’autrice precisa in più punti, dopo averla da lei appresa) coincide con la sete di sapere di chi legge, mentre si fanno strada il bisogno di esplorazione dei suoi sentimenti, risvegliatisi dopo un lungo, voluttuoso torpore, e una timida consapevolezza di sé e di quanto del proprio passato possa ancora essere recuperato, come il rapporto sbilenco e usurato con la sorella. Lui non ha colpe, ha subìto un danno, ha sofferto senza aver provocato sofferenza; è naturale affezionarsi alla sua mitezza, al suo candore, alla sua capacità di abbandonarsi ad un sentimento nuovo e travolgente senza desiderare in cambio nient’altro che la verità; è facile apprezzare il suo sacrificio, cioè la rinuncia a sapere, se fare luce sul buio di quella creatura selvatica e spigolosa che la pietrosa Sassaia gli ha donato può comportarne l’allontanamento.

Scaturiscono pian piano, tra continui slittamenti temporali, i tanti elementi presenti nel romanzo, scritto con un linguaggio crudo, talvolta sporcato da un lessico rabbioso e volgare, che sa anche costruire periodi dolci come carezze, inserire dialoghi spontanei e densi e indugiare su pensieri che restano in mente con la potenza degli aforismi.

Ed ecco la dislessia, che da una parte condanna Emilia a comprendere il mondo prevalentemente per immagini e dall’altra le offre la possibilità di ricostruirsi come essere umano proprio per mezzo dell’amore per quelle immagini, amore che passa attraverso l’arte del restauro (bellissima la figura del vecchio pittore Basilio, che le farà da mentore in questo percorso pur conoscendo la verità), metafora intensa per chi deve riportare alla luce ciò che resta di un tempo puro che fu e che non può essere più nemmeno ricordato o concepito. Ridare lucentezza e vita ai dannati del giudizio universale, averli “aiutati a riemergere dal nerofumo in tutta la loro sgargiante disperazione” si configura quindi come un beffardo contrappasso per chi ha conosciuto il male e la condanna.

Ecco l’amicizia tra sbandate (intensa e conturbante la figura di Marta, la capobranco indiscussa che dispensa crudeltà e dedizione), giovanissime donne considerate la feccia della terra eppure piene di pulsioni, di desideri, di sogni che non sanno nemmeno di possedere o che considerano un lusso immeritato perché la colpa ha divorato tutto, anche la possibilità di creare nella mente quelle illusioni così care e così necessarie al cuore.

Ecco i genitori di Bruno, assenti nella storia ma presenti nelle ferite infette lasciate in eredità al figlio bambino, ed ecco il padre di Emilia, sempre presente anche quando incalza la bufera, quando è chiaro che non serve coprirsi, perché si è sempre esposti e nudi di fronte alla cattiveria della gente e di fronte al dolore irreparabile di una figlia che ha distrutto se stessa e un’altra giovane vita.

Ecco la descrizione della condizione carceraria e i timidi tentativi della burbera ma illuminata direttrice pronta a comprendere che solo un percorso scolastico e l’accostamento alla cultura possono trasformare l’immobile disperazione in fiduciosa attesa e possono divenire possibilità concreta di riscatto e di reinserimento sociale. E poi l’assistente sociale e la psichiatra, figure chiave, veri e propri grimaldelli che, se usati con cuore e professionalità, possono scardinare le chiusure autodistruttive.

Infine l’amore incondizionato, quello interrotto, quello accarezzato, quello vissuto. L’amore che tutto ripara anche quando non ricompone i cocci delle vite infrante, ma si limita a raccattarli affinché messi accanto possano riconoscersi e avvicinarsi.

Forte dell’esperienza vissuta all’Istituto penale minorile maschile di Bologna, dove ha condotto laboratori di lettura e di scrittura, Silvia Avallone consegna un romanzo bellissimo dallo stile perfetto, pregno di dolore e di speranza, senza dispensare giudizi morali e senza scivolare in facili sentimentalismi. Dopo averlo letto siamo portati quasi spontaneamente a pensare che davvero dal male possa nascere il bene e magari ad illuderci che ciò non accada solo nei romanzi.

Silvia Avallone
Cuore nero
Rizzoli editore
pp.370
20,00

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