“Il bar di Cinecittà” di Walter Veltroni

Cinecittà fu la risposta italiana alla Hollywood dei grandi sogni americani. Nata da un’intuizione di Luigi Freddi e da un evento fortuito, l’incendio negli stabilimenti della Cines, la città del cinema divenne uno dei fiori all’occhiello del regime che, unitamente alla nascita del Festival del cinema nell’ambito della Biennale di Venezia, diede concretezza alla volontà del Duce di rendere la cinematografia “l’arma più forte” a servizio della propaganda.

Dopo la felice fase creativa e operativa messa a servizio delle esigenze del regime, Cinecittà ha attraversato anche momenti bui, ma è sopravvissuta al tempo e all’evoluzione produttiva che ne ha modificato la fisionomia. Anche adesso visitarla regala emozioni forti ai cinefili o semplicemente ai curiosi in grado di cogliere l’indiscutibile nesso tra storia e cinema.

Nel romanzo Il bar di Cinecittà di Walter Veltroni, autore che ha sempre alimentato e vissuto in prima persona il legame tra azione politica e attività culturale, la visione del cinema come specchio dei cambiamenti sociali diviene il fulcro stesso della narrazione. La grande storia – dal fascismo alla guerra, dagli anni della ripartenza economica a quelli del terrorismo – è filtrata, e quindi restituita, dallo sguardo di Giovanni Diotallevi, un ragazzino che da inserviente nel bar di Cinecittà attraverserà gli snodi più complessi della storia italiana fino a diventare adulto e poi anziano. Il padre di Giovanni scarica cassette di frutta ai mercati generali, quindi è normale che voglia qualcosa di diverso per il figlio così, quando si offre l’occasione di un futuro più appagante, non esita un momento a ricorrere all’aiuto di un potente gerarca. Il ragazzo non crede ai suoi occhi, la fortuna lo ha baciato, può assistere ammaliato alla costruzione di un luogo che si configura come macchina dei sogni, può osservare in ogni suo segmento il processo creativo che porta ai film che ama guardare. E poi in quel caleidoscopio immenso e strabiliante incontrerà Mariuccia, la determinata sartina che diventerà sua moglie. I dubbi sull’ideologia fascista e sul Duce talvolta lo attanagliano, ma non può sputare nel piatto in cui mangia e soprattutto quel piatto gli piace proprio tanto, non lo cambierebbe per niente al mondo.

Ha tanto materiale da raccontare agli amici che aspettano la domenica per fantasticare attraverso le sue parole su attrici meravigliose come Clara Calamai, Alida Valli, Luisa Ferida, Doris Duranti. Può scambiare qualche parola con personaggi che appartengono già al mito o che vi entreranno strada facendo quali Goffredo Alessandrini, Carmine Gallone, De Sica, Rossellini o l’allampanato e giovanissimo Fellini intento a scrivere sceneggiature. Può cucire un’amicizia sincera con un Marcello Mastroianni non ancora famoso che neanche dopo il grande successo gli volterà le spalle. Lo sguardo di Giovanni attraverserà anche la guerra e la grande stagione del neorealismo con i suoi tanti protagonisti spesso incrociati al bar di Cinecittà. Il travaso delle conoscenze di Veltroni avviene con una grazia che non appesantisce mai il racconto e il sapiente uso delle tante fonti consultate per ricostruire soprattutto il periodo della nascita e della fase aurea di Cinecittà restituisce immagini e aneddoti deliziosi che restano impressi nella memoria,

Nel corso dei decenni però il fascino di Cinecittà sbiadisce, essa riflette le flessioni e le incrinature di un sogno che diventa realtà con tutta la gamma dei chiaroscuri che essa comporta. Ritroviamo Giovanni disilluso e amareggiato dai ribaltoni politici che lo segneranno in maniera indelebile, estraniato dal luogo in cui aveva realizzato una propria, singolarissima e appagante coincidenza tra arte e vita.

Pur mantenendo un linguaggio amabile e chiaro e un certo livello di coinvolgimento nel lettore, nella seconda parte il romanzo inizia a perdere un po’ di mordente. La crisi del luogo coincide con un leggero stallo della potenza narrativa. Tante ellissi e tanti sommari, questi ultimi talvolta inseriti nei dialoghi che quindi diventano meno spontanei e freschi, precipitano verso un finale con il retrogusto amaro che lascia il caffè sul palato, quel caffè che per tanti anni ha fatto da trait d’union tra star e lavoranti. La sensazione che in poco più di duecento pagine l’universo narrato, per scelta personale o editoriale, sia stato compresso è forte, mentre Veltroni tanto altro avrebbe potuto regalarci anche sulla fase calante di Cinecittà. L’idea di fondo è davvero bella e avrebbe potuto condurre a una poderosa analisi sociale e politica pienamente nelle corde del colto e raffinato autore.

Veltroni ha preferito invece spostare leggermente l’obiettivo sui personaggi e su sentimenti ed emozioni svelati con un certo pudore. La riservatezza e la misura diventano quindi cifra stilistica che lascia però una certa arsura nel lettore.

“Il bar di Cinecittà” di Walter Veltroni, edizioni Harper Collins.

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