“La lunga attesa dell’angelo” di Melania Mazzucco

Quindici capitoli per quindici giorni di febbre, quelli che precedono la morte di Jacopo Robusti, detto il Tintoretto. Con La lunga attesa dell’angelo Melania Mazzucco ripercorre per intero la vita di un artista che si è identificato nella propria arte sublime e nell’amore per la figlia illegittima, Maria, da lui soprannominata Scintilla, che quell’arte ha pure amato, divenendo un’abile ritrattista, per condividere ogni istante con il padre adorato.

L’autrice rappresenta con dovizia di particolari una precisa epoca storica, la fine del ‘500, lembo estremo di un secolo ormai stremato dallo sfavillio rinascimentale e sempre più raggomitolato nel cupo orizzonte della Controriforma, e mostra con fare impudico e insieme visceralmente affettuoso il declino di una Venezia magnetica e lasciva come una donna matura ma ancora desiderosa di piacere. Il lettore ne percorre le umide calli, registra l’oscillare delle gondole, respira la salsedine, si annichilisce davanti agli arabeschi di palazzi incantevoli, lascia scorrere lo sguardo su dipinti che odorano di vernici e colori preparati a mano in un’esperienza sensoriale che penetra sottopelle.

La scrittura è un prezioso merletto, affilata come uno stiletto, precisa come uno scalpello, ricca di colori e sfumature come una tavolozza; le parole, organizzate in una sintassi sinuosa e complessa o scarna e lapidaria, sembrano comporre a loro volta un altro affresco. Il fuoco della febbre che arde il corpo ormai consunto di Jacopo diventa un tutt’uno con la fiamma della scrittura che incendia pagine crepitanti di ricordi, meditazioni e dialoghi memorabili. Nel sentore della morte che sta per portarlo via, il vecchio Tintoretto riflette sull’enigma della vita, sui dubbi che l’esperienza non ha dissipato, sui dolori che il tempo non ha lenito, sulle scelte di cui non si è pentito, sui lavori che hanno illuminato il suo orizzonte umano con lampi di bellezza assoluta.

E poi l’amore, tenero quello coniugale per una moglie troppo giovane ma a lui devota; complicato e contraddittorio quello per i tanti figli, maschi e femmine, ognuno segnato da un destino da lui determinato o sfuggito al suo controllo; infausto quello per la donna che gli ha dato la figlia prediletta, questa sì amata in modo incondizionato e assoluto. Amore ricambiato in modo altrettanto assoluto e perfetto, quasi morboso, perché doveva risultare semplice alla bambina curiosa, vestita da maschietto per poter stare in bottega con il padre, e poi alla donna libera, allergica alle convenzioni sociali, aderire con tutta se stessa a un modello ritenuto insuperabile sia sul piano artistico che su quello umano.
L’autrice immagina che l’artista dialoghi in quegli ultimi giorni con un Dio misericordioso in vigile ascolto delle sue confessioni più intime, delle sue verità più dolorose e lo ipotizza in attesa che la sua “Scintilla”, ormai angelo del cielo, giunga finalmente a prenderlo per condurlo con sé nella sacra dimensione dell’eternità. Forse proprio questa dimensione spirituale dona ulteriore bellezza al romanzo intriso di considerazioni toccanti, rivelatorie, profonde. La materia della vita con i suoi colori cupi e sgargianti e la tensione ultraterrena, sempre presente anche nei dipinti apparentemente più lontani da essa, creano un connubio felicissimo di rara potenza. Lo studio scrupoloso e meticoloso condotto su fonti di varia natura, attraverso il quale l’autrice si accosta alla storia della città e ai suoi personaggi, rende la narrazione assolutamente credibile, lo sguardo posato sugli eventi fondato e concreto, ogni parola pronunciata naturale, ogni emozione tangibile, ogni sguardo profondamente vero. Il desiderio e la speranza di essere condotto per mano nel mistero profondo della morte dalla persona più cara rendono l’artista Tintoretto profondamente umano e tragicamente vicino, perché questo è un anelito universale che accomuna tutti, o almeno tutti quelli che hanno avuto il privilegio di amare e di essere amati.

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