Recensione romanzo su LuciaLibri

Agata Motta, una famiglia siciliana e la felicità semplice

Un romanzo che è una promessa di dolcezza, ma che attraversa anche l’amaro. “Raccoglievamo le more” di Agata Motta è il viaggio nella memoria di un uomo che svuota la casa dei genitori e “torna” agli anni Quaranta del Novecento, alla guerra vista dagli occhi di chi la subisce…

Ci sono libri che si leggono, e libri che si abitano. Raccoglievamo le more (20 euro, 344 pagine) pubblicato per la casa editrice Kalòs da Agata Motta appartiene decisamente alla seconda categoria.

Il titolo è una promessa di dolcezza che il romanzo mantiene, ma solo dopo aver fatto assaggiare anche l’amaro. Perché raccogliere more significa portarsi a casa frutti selvatici, certo, ma significa anche graffiarsi le mani tra i rovi. Ed è esattamente questo che fa Motta: ci conduce tra i rovi della storia per offrirci il succo denso delle esistenze ordinarie.

Flashback

La costruzione narrativa è un piccolo prodigio di equilibrio. Dal 2002, con Aurelio che torna al paese per svuotare la casa dei genitori, sprofondiamo lentamente negli anni Quaranta, in quella Sicilia etnea che diventa personaggio essa stessa. Il passaggio è naturale come scivolare in un sogno: un oggetto, una fotografia, una domanda in dialetto – “A cu’ appatteni?” – e il tempo si piega su se stesso.

La famiglia Vitale prende forma sotto i nostri occhi con la concretezza delle cose vere. Maria e Giovanni, i genitori, e poi i cinque figli, lo zio arciprete, i compaesani. Non ci vengono presentati come eroi o come vittime, ma come persone. Persone che si alzano la mattina, che litigano, che sperano in un futuro migliore per i figli, mentre intorno a loro il fascismo prima e la guerra poi stringono la morsa. L’autrice ha il dono raro di farci entrare nelle loro vite senza rumore, con discrezione, fino a quando non ci accorgiamo che quei personaggi sono diventati la nostra stessa famiglia.

La scrittura strumento e sostanza

La scrittura di Agata Motta merita una riflessione a parte. C’è una cura artigianale nella scelta delle parole, un’attenzione al ritmo della frase che rivela la mano di chi sa che la lingua non è solo strumento ma sostanza. Il dialetto affiora qua e là come l’acqua in una sorgente: mai ostentato, sempre necessario. E poi ci sono immagini che ti restano impresse: un tramonto sull’Etna, il rumore degli scarponi tedeschi sulle pietre, il silenzio dopo un bombardamento, le mani della madre che impastano il pane. Sono fotografie verbali che continuano a vivere nella mente molto dopo aver voltato l’ultima pagina.

Ma il vero cuore pulsante del romanzo è la guerra vista dal basso, dagli occhi di chi non la fa ma la subisce. Motta non ci risparmia la crudeltà, ma non si compiace nemmeno di essa. Ci mostra l’occupazione tedesca in Sicilia con uno sguardo che sa tenere insieme la complessità: ci sono le notizie del conflitto imminente che seminano terrore, ma c’è anche la voglia di un’altra storia, di una guerra mai scoppiata. Una storia che non è bianco e nero, sembra dirci l’autrice, e la letteratura serve anche a questo: a vedere le sfumature.

Senza memoria non c’è identità

E poi c’è lei, la domanda che attraversa tutto il libro: “A cu’ appatteni?”. Di chi sei figlio? In un’epoca come la nostra, dove le radici sembrano sfaldarsi, questo romanzo ci ricorda che senza memoria non c’è identità. Che siamo fatti delle storie dei nostri padri e delle nostre madri, dei loro sacrifici e dei loro sogni. Che la casa che svuotiamo non è solo un accumulo di oggetti, ma un deposito di vita.

La parte che più commuove è quella finale, quando il cerchio si chiude e Aurelio, dopo aver riattraversato la memoria, può finalmente lasciare andare. Perché questo è il paradosso: per poter voltare pagina bisogna prima averla letta tutta, quella pagina. Bisogna sapere da dove veniamo per decidere dove andare.

Raccoglievamo le more di Agata Motta ci riporta al valore profondo del tempo. Ci ricorda che la felicità, a volte, è semplice come un pugno di more raccolte lungo una strada di campagna e che quella semplicità vale più di tutte le guerre del mondo.

https://www.lucialibri.it/2026/03/14/agata-motta-felicita-semplice/

Recensione di Lucia Accoto

Recensione di Lucia Accoto su Raccoglievamo le more
“La vita si spezza e si ricompone. Rimetterla in piedi costa fatica. I cocci avranno il nome del confine che passa tra il prima e il dopo. L’intervallo che definisce lo spazio del tempo misura la portata di luci e ombre. Disordine, ordine, compiutezza ed entusiasmo sono le fenditure tra una linea e un’altra lungo le quali prendono posto la rassegnazione e la rivalsa. Due poli opposti che non conoscono legami, che sono parole e opere di sudore e di sangue. Quando si frantumano gli anni più belli si fa sentire l’aria polare che ghiaccia il respiro rendendolo faticoso. L’instabilità comporta una sospensione che mette a soqquadro la spinta verso la normalità. I frammenti di una vita rotta da fatti che non hai potuto controllare nemmeno nelle circostanze in cui godevi di un minimo di autonomia si scagliano in un presente che è la somma di tutte le ore. Il passato lo conosci e il futuro lo temi. L’esistenza così sfilacciata esaurisce l’orizzonte, incrina le spalle e allontana la vista delle lapidi che scuriscono l’intraprendenza dell’ambizione.
In Raccoglievamo le more di Agata Motta conosci la storia di una famiglia che ha conosciuto le ferite in un’epoca in cui il fascismo impera e la guerra è vicina. Sicilia, anni Quaranta. I Vitale sono uniti, sono numerosi. Il loro è un guscio forte, almeno in apparenza. Poi, le cose cambiano anche per loro. I rapporti si incrinano e le aspettative di vita anche. Scoppia la Seconda Guerra mondiale investendo l’esistenza di tutti. I fatti che sono stati assorbiti da una quotidianità sbiadita e composta da schegge di piccole storie che attraversano il vissuto della famiglia proiettata verso la speranza.
Qualcuno, però, non sa più a chi appartiene. Adesso che anche l’ultima persiana della casa dei Vitale è stata chiusa, si ritrova spettatore della fine di un ciclo di storia.
Il romanzo ingoia il passato per superare l’inferno in cui il futuro deve, poi, orientarsi per forza per respirare La storia, un vero gioiello della narrativa, è l’immagine riflessa di vite che si ritrovano sparse come bambini alle giostre. La scrittura è affascinante, travolgente, vera. È l’esatto richiamo al mondo di fuori che straripa quando quello fatto di inchiostro è così pieno che vorresti solo essere uno dei personaggi così ben “pittati” che diventano tuoi amici, confidenti, compagni e fratelli”.
La mia recensione su:

Recensione su Magma Magazine di Serena Votano

MAGMA MAGAZINE
Eruzioni letteraria
La memoria che inciampa in un verbo imperfetto

«Raccoglievamo le more» di Agata Motta

7 minuti di lettura

“A cu’ appatteni?” è una domanda che, al Sud, viene posta per capire qual è la famiglia nella quale si è nati. Chi sono i genitori, o i nonni. Il cognome, di per sé, segna un’appartenenza: una casa in cui tornare. Illumina un’intera generazione, dall’ultimo nato al primo di cui si ha memoria, attraverso ramificazioni tortuose e, a volte, sussurrate come segreti scomodi e inconfessabili. È la domanda che viene fatta al protagonista di questo romanzo, l’attore Aurelio Vitale, che nel 2002 ritorna nella sua terra natia e osserva la sua casa svuotarsi degli arredi. Si siede al bar della piazza e il cameriere gli chiede, appunto, “A cu’ appatteni?”, “No sacciu” risponde.

Aurelio prova a riannodare il filo della storia della sua famiglia nella Sicilia degli anni ’40, dove l’Italia fascista e la guerra sono un presente drammatico per Rodolfo, Annamaria, Antonio, Emma, Palmina, la mamma Maria, il padre Giovanni, lo zio arciprete, la domestica e un maestro di musica. Ognuno con i suoi sogni, aspirazioni e opinioni politiche.

Raccoglievamo le more (edito da Kalós, 2025), esordio notevole di Agata Motta, è un romanzo corale in cui le voci dei personaggi si alternano, invitando il lettore nell’intimità di una casa che rappresenta le molte vite comuni negli anni della Seconda guerra mondiale, un periodo storico che infrange la giovinezza e imprigiona il presente.

E se ci abituassimo al male? Se cominciassimo a pensarlo come una cosa normale? Che strada imboccherà il genere umano e cosa significherà umanità in quest’era nuova in cui il sangue si potrà versare come vino dentro i calici panciuti dei potenti?

Agata Motta è una giornalista e scrittrice catanese, nonché docente di Lettere a Palermo. Dopo aver pubblicato testi teatrali e saggi, firma il suo primo romanzo, classificatosi nel 2017 tra i dodici inediti finalisti del Premio Neri Pozza.

Il puzzle di una famiglia nella Sicilia del fascismo

L’autrice ha scelto di dare voce a tutti i suoi personaggi – attraverso una prosa raffinata, quasi poetica, e al contempo cruda – senza eleggere un vero protagonista. Sono infatti i frammenti di queste microstorie, come tessere di un puzzle restituito dal passato, a ricomporre le paure e le speranze di un’altra epoca, di una famiglia e di una nazione intera.

Il prologo e l’epilogo di questo romanzo – dove a parlare è appunto Aurelio – mostrano la necessità di recuperare quella vita perduta, solo immaginata, ma tanto amata e dunque ricostruita. Aurelio, mentre osserva quella casa svuotarsi, sta in realtà vedendo sfumare l’ultima possibilità che ha di ricostruire quel passato e quegli affetti, una seconda pelle che, come il cognome, ti identifica e salva.

La chiave di questo romanzo si cela dietro l’imperfetto utilizzato nel titolo, un tempo verbale che rivela un senso di nostalgia verso quegli odori, sapori, abitudini, sogni, un bisogno di ricostruire una nuova identità. Un titolo che riesco il passato e apre una parentesi nel presente tortuoso – quello del romanzo, come quello che stiamo vivendo – restituendo ai piccoli personaggi di questa storia una vana possibilità di essere ancora bambini e gioire dell’inaspettato.

Raccoglievamo le more tra i cespugli spinosi e spesso c’era chi si graffiava fino a sanguinare, ma le sfide sono sfide e vinceva chi riempiva in meno tempo la tazza, piena, fino all’orlo. Ci disperdevamo su sentieri diversi e il primo che finiva dava l’avviso salendo sul muretto della chiesa sconsacrata a gridare la propria vittoria.

Motta racconta delle piccole sfide tra bambini che, anche in tempi di guerra, non si lasciano sfuggire l’occasioni di sfidarsi nella raccolta delle more. Un gesto che evoca il bisogno di strappare ancora un attimo di infanzia, goderselo fino alla fine, lontani dallo sguardo affranto e timoroso degli adulti.

Un esordio narrativo dedicato alla memoria

Non avevo mai considerato la faccenda dell’appartenenza, non mi ero posto il problema. Si appartiene a un luogo, a una famiglia, al lavoro, agli amori, agli amici, agli ideali? O solo a sé stessi, ai propri pensieri, ai propri meschini interessi?

Arrivati al dunque, Aurelio non ha ancora una risposta all’“A cu’ appatteni?”, non l’avrà mai perché ha perso l’occasione di sentirsi famiglia. Un’energia mancante e un vuoto presente. Ma questo romanzo è una sospensione necessaria, prima di ripartire. Permettere a questi fantasmi di esistere ancora una volta è l’unico modo che ha a disposizione per andare avanti, «scomparire per farvi risorgere».

Raccoglievamo le more (acquista) è un romanzo aspro e struggente, che riaccende il bisogno di recuperare le proprie radici per ricostruire una storia universale, simbolo di rinascita. E per riaccendere la speranza, anche in tempi in cui la guerra sembra tornare minacciosa all’orizzonte.

È dedicato a chi è riuscito ad andare lontano, pur portando con sé i ricordi — anche i più dolorosi — di un tempo complesso e carico di sentimenti. A chi coltiva la memoria come fosse l’ultima preghiera della sera.

https://www.magmamag.it/la-memoria-che-inciampa-in-un-verbo-imperfetto/

“Anime sperse”a cura di David Ferrante

David Ferrante (a cura di)

ANIME SPERSE

Storie di Fantasmi d’Abruzzo e Molise

A volte è un alito di vento tiepido, che arriva sul viso come una carezza. A volte un inspiegabile fruscio di carte; o passi che risuonano in una stanza vuota. In certi casi è la sensazione di riconoscere in una figura dai contorni sfumati qualcuno incontrato chissà quando e chissà dove; oppure si odono lamenti, voci confuse, invocazioni, grida provenire da un palazzo disabitato. Sono sensazioni forti, che turbano chi le prova; tanto più quando avvengono in prossimità di antichi edifici le cui pietre custodiscono leggende di amori disperati, di sofferenze inaudite, di crudeltà concepite da menti perverse. Tra quelle pietre corrose dal tempo sopravvivono le anime sperse. Sono anime inquiete, destinate a non trovare mai pace. Se si manifestano a chi ha provato un dolore analogo, accade un prodigio: un abbraccio che supera la barriera tra il possibile e l’impossibile.
Venti racconti, scritti da altrettanti autori, che hanno per protagoniste le
anime sperse che popolano le leggende e i ricordi delle genti d’Abruzzo e Molise. Vicende tenere, commoventi o inquietanti, a rammentarci che il mondo è più complesso e misterioso di quanto appaia.

Gli Autori: Fiorella Borin, Davide Camparsi, Maria Elena Cialente, Luigi De Rosa, Gabriele Di Camillo, Carla Di Girolamo, Laura Di Nicola, Carla Dolazza, David Ferrante, Nicola Lombardi, Valeria Masciantonio, Agata Motta, Chiara Negrini, Agnese Pavone, Gino Primavera, Federica Soprani, Maurizio Sorrentino, Luigi Spina, Alessandra Tucci, Lucia Vaccarella.


Copertina: Anime sperse (2024), di Alba Carafa

[ISBN-979-12-5988-266-0]

Pagg. 224 – € 16,00

https://www.edizionitabulafati.it/animesperse.htm

Eccomi con Vuoto a perdere in una nuova antologia a tema curata da David Ferrante. Editore Marco Solfanelli.

Agata Motta, ALTROVE, Tabula Fati Editore

Altrove
Esistono momenti nella vita in cui si avverte inestirpabile il bisogno di un “altrove” che somigli alla fuga, al sogno, al desiderio, alla salvezza. Ma la necessità di restare dove ci ha spinto una mano invisibile — non importa che si chiami destino imponderabile, scelta consapevole, convenzione sociale o ruolo assunto — può produrre esplosioni devastanti o sottili malesseri che rodono incessantemente. Altrove è il filo conduttore che lega la produzione drammaturgica, assai diversa per toni e motivi, di circa un decennio (1998/2009) di Agata Motta.
La Croce mette in scena una discesa agli inferi senza possibilità di redenzione sullo sfondo della problematica realtà delle “scuole a rischio”. La vittima designata diventa per un attimo carnefice e ciò segnerà radicalmente il destino di una donna votata al successo e quello di un ragazzo predestinato al male.
La seconda primavera si ispira ad un fatto di cronaca: l’adolescente Anna venne rinchiusa per disturbi nervosi in manicomio negli anni Quaranta, ma per un errore burocratico ai familiari giunse poco dopo la comunicazione del decesso della ragazza. Sulla nuda cronaca si è costruito l’ipotetico vissuto scaturito da un atroce scherzo del destino.
Viaggio nei tuoi occhi presenta tre modi diversi di essere e non-essere madri e sviscera alcune tematiche attuali — la gestione dei genitori affetti da demenza, le caparbie maternità tardive e l’uso distorto dei social — in una narrazione che sconfina nel surreale.
Donna felice narra di una cartomante che regala ai passanti speranze di felicità future, ma lentamente emergerà il tragico passato che ha sbriciolato le sue piccole certezze borghesi.

 

[ISBN-978-88-7475-839-5]

Pag. 160 – € 12,00

https://www.edizionitabulafati.it/altrove.htm

 

“Fiori per Algernon” di Daniel Keyes

“Fiori per Algernon” di Daniel Keyes: un’agghiacciante provocazione nell’epoca del tumultuoso sviluppo dell’IA

Pubblicato per la prima volta nel 1960 sottoforma di racconto e poi ampliato nella versione che oggi leggiamo, Fiori per Algernon di Daniel Keyes è un romanzo che può essere letto come un’agghiacciante provocazione nell’epoca del tumultuoso e inarrestabile sviluppo dell’IA.

Algernon è un topo di laboratorio sottoposto a un sofisticato intervento per aumentarne il quoziente intellettivo. L’esperimento riesce e il banco batuffolo riuscirà a percorrere intricatissimi e complessi labirinti a velocità sorprendente. Il campo di applicazione successivo è ovviamente quello umano e l’intento è nobile: aumentare il QI dei cosiddetti “idioti”, spesso destinatari di scherno e di umiliazioni. Intento nobile certamente ma anche strada maestra per i ricercatori coinvolti che conduce alla collocazione dei propri nomi nell’olimpo scientifico. Charlie Gordon è il soggetto ideale. Lavora in una panetteria e ha il desiderio ossessivo di diventare intelligente come tutti gli altri.

”Se sei intelligente puoi avere molti amici e parlarci e non ti succede mai di sentirti continuamente solo”. L’intelligenza dunque messa a servizio della ricerca di affetto, di comprensione e di condivisione del proprio angusto mondo.

La parabola che attraverserà, in tutto simile a quella del geniale topolino, è ovvia e non regala alcuna sorpresa, ma la partecipazione alla vicenda umana e scientifica, narrata in prima persona dallo stesso Charlie attraverso i “rapporti sui progressi” da consegnare ai suoi presunti benefattori, stringe un nodo alla gola e il lettore spera e soffre con lui in uno slancio empatico insopprimibile. L’autore riesce in questa operazione di compenetrazione anche grazie a un linguaggio che, inizialmente zeppo di errori ortografici, si evolve stilisticamente con il progredire della terapia che consentirà anche l’arricchimento contenutistico di pensieri semplici che si articoleranno rapidamente in complesse e strabordanti acquisizioni culturali. Ma Charlie per tutti gli illustri studiosi che lo osservano non è un essere umano, è un esperimento di laboratorio, come il piccolo Algernon, e la presa di coscienza del personaggio sarà dolorosa e spiazzante. L’amore accenderà una luce destinata a spegnersi, ma la ricerca della propria identità gli servirà a conoscere l’altro Charlie, quello ignaro degli inesorabili meccanismi della vita dei normodotati

Ma perché questo libro esplode e diventa virale proprio adesso sui social? Forse perché il capolavoro dell’ignaro Keyes, piegato a una nuova e imprevedibile contestualizzazione, può davvero apparire come la provocazione cui si alludeva. Quale luminare oggi dedicherebbe la sua esistenza a un’impresa simile? A cosa servirebbe oggi aumentare il QI degli esseri umani quando l’IA può sostituirci con risultati molto più rapidi ed efficaci? Perché tentare vie tortuose e quasi sicuramente fallimentari quando è possibile delegare studio ed elaborazione di pensiero a un sistema che necessita solo di promp ben formulati? Sarebbe anacronistico e ingenuo metterne in dubbio l’indiscutibile utilità in molti campi di applicazione, la medicina prima fra tutte, ma l’impressione che si tratti di una magnifica creatura sfuggita alle mani del suo artefice è forte. Quante volte, consultata quella che di fatto è una struttura squisitamente matematica e probabilistica, si prova la sensazione di dialogare con un enciclopedico e razionale interlocutore? È divertente o sconcertante?
Keyes, che aveva attinto alla propria esperienza di insegnamento ai ragazzi con difficoltà di apprendimento e ne aveva messo in luce la sensibilità, la bellezza e il candore, oggi appare dunque come un romantico sognatore e in un rigurgito di nostalgia il suo romanzo suona le note più alte di un tempo che ci ha lasciati per sempre.

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“I miracoli dell’Anticristo” di Selma Lagerlöf

È una Sicilia reale e mitica allo stesso tempo quella che la svedese Selma Lagerlöf, non ancora divenuta la prima donna insignita del Premio Nobel per la letteratura, racconta nel romanzo I miracoli dell’Anticristo, ripubblicato in Italia dopo sessant’anni dalla casa editrice Il Palindromo con la nuova e più fedele traduzione di Mitsuharu Hirose e con il sottotitolo L’alba del Novecento in Sicilia.

Frutto del lungo soggiorno sull’isola avvenuto alla fine dell’Ottocento in compagnia di Sophie Elkan, figura importantissima nella vita dell’autrice e ispiratrice della protagonista Micaela, il lungo racconto delle vicende del leggendario “Bambinello di Aracoeli”, la statuetta sacra oggetto di riproduzione, venerazione e poi di ripetuti furti, si innesta sul fertile terreno di una terra pregna di tradizione, fede, povertà e soprusi alle prese con lo scossone prodotto dai Fasci siciliani e con il tentativo di far attecchire l’ideologia socialista.

La contrapposizione netta tra fede e politica, incarnata nei personaggi di Micaela e Gaetano, destinati sin dal primo incontro all’amore ma lungamente separati dall’inconciliabilità di due diverse visioni del mondo, è il filo conduttore che ingloba tante altre storie di personaggi minori ai quali l’autrice concede la scena per un capitolo o per qualche pagina. Lontano dal canone dell’impersonalità della coeva letteratura verista, lo sguardo di Lagerlöf, affilato e attento alle questioni storiche, non rinuncia alla tentazione del magico e del mistero nella rappresentazione della realtà isolana che si offre alla sua indagine.

La Sicilia viene restituita attraverso una inedita lente d’ingrandimento, estranea per origini e per cultura, ma proprio questa distanza, che vuol farsi tentativo di conoscenza e di comprensione, consente al lettore (quello siciliano in modo particolare) di avvertire il fascino di una distorsione che porge frammenti di verità. L’aspra bellezza del territorio esercita una continua malìa sull’assetata viaggiatrice che vi si dedica in modo quasi ossessivo, gli usi e i costumi con i quali entra in contatto le suscitano curiosità e rispetto, i fatti storici intrisi di violenza e di speranze la inducono a farsene cronista e assorta spettatrice. Il risultato però non è omogeneo.

Accanto a pagine delicate e struggenti troviamo brani con descrizioni di luoghi e sensazioni che scivolano nel facile sentimentalismo. Lo stesso vale per la resa narrativa dei tanti personaggi e, paradossalmente, i giovani protagonisti sono meno credibili delle piccole figure sbozzate in squarci che ne restituiscono la complessità interiore. Fortissima l’attrattiva esercitata dalla “montagna” (l’Etna, al femminile per i locali) che in alcuni passaggi sembra quasi antropomorfizzata, la regina cui il terribile brigante offre una corona intrecciata di fiori in un’ascesa bellissima di selvaggia venerazione. L’aspirazione al sacro e la sua necessità nel quotidiano saturano il romanzo di tensione irrisolta, di spunti e di sollecitazioni. Si può adorare l’Anticristo e riceverne in cambio segnali, miracoli, certezze? Possono conciliarsi la religione che libera l’uomo nell’aldilà e quella che punta alla sua liberazione sulla terra?

“Nessuno potrà mai liberare gli uomini dal dolore, ma tutto sarà perdonato a chi infonderà in loro nuovo coraggio per sopportarlo.”

L’autrice scriverà Jerusalem in occasione di un altro prolungato soggiorno in Terra Santa, ma un approccio più problematico con la materia narrata, il dominio della struttura e le più mature scelte espressive ne faranno un romanzo di imponente bellezza.

Selma Lagerlöf, I miracoli dell’Anticristo. L’alba del Novecento in Sicilia, Il Palindromo, pp.448, 16,00 €

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“La lunga attesa dell’angelo” di Melania Mazzucco

Quindici capitoli per quindici giorni di febbre, quelli che precedono la morte di Jacopo Robusti, detto il Tintoretto. Con La lunga attesa dell’angelo Melania Mazzucco ripercorre per intero la vita di un artista che si è identificato nella propria arte sublime e nell’amore per la figlia illegittima, Maria, da lui soprannominata Scintilla, che quell’arte ha pure amato, divenendo un’abile ritrattista, per condividere ogni istante con il padre adorato.

L’autrice rappresenta con dovizia di particolari una precisa epoca storica, la fine del ‘500, lembo estremo di un secolo ormai stremato dallo sfavillio rinascimentale e sempre più raggomitolato nel cupo orizzonte della Controriforma, e mostra con fare impudico e insieme visceralmente affettuoso il declino di una Venezia magnetica e lasciva come una donna matura ma ancora desiderosa di piacere. Il lettore ne percorre le umide calli, registra l’oscillare delle gondole, respira la salsedine, si annichilisce davanti agli arabeschi di palazzi incantevoli, lascia scorrere lo sguardo su dipinti che odorano di vernici e colori preparati a mano in un’esperienza sensoriale che penetra sottopelle.

La scrittura è un prezioso merletto, affilata come uno stiletto, precisa come uno scalpello, ricca di colori e sfumature come una tavolozza; le parole, organizzate in una sintassi sinuosa e complessa o scarna e lapidaria, sembrano comporre a loro volta un altro affresco. Il fuoco della febbre che arde il corpo ormai consunto di Jacopo diventa un tutt’uno con la fiamma della scrittura che incendia pagine crepitanti di ricordi, meditazioni e dialoghi memorabili. Nel sentore della morte che sta per portarlo via, il vecchio Tintoretto riflette sull’enigma della vita, sui dubbi che l’esperienza non ha dissipato, sui dolori che il tempo non ha lenito, sulle scelte di cui non si è pentito, sui lavori che hanno illuminato il suo orizzonte umano con lampi di bellezza assoluta.

E poi l’amore, tenero quello coniugale per una moglie troppo giovane ma a lui devota; complicato e contraddittorio quello per i tanti figli, maschi e femmine, ognuno segnato da un destino da lui determinato o sfuggito al suo controllo; infausto quello per la donna che gli ha dato la figlia prediletta, questa sì amata in modo incondizionato e assoluto. Amore ricambiato in modo altrettanto assoluto e perfetto, quasi morboso, perché doveva risultare semplice alla bambina curiosa, vestita da maschietto per poter stare in bottega con il padre, e poi alla donna libera, allergica alle convenzioni sociali, aderire con tutta se stessa a un modello ritenuto insuperabile sia sul piano artistico che su quello umano.
L’autrice immagina che l’artista dialoghi in quegli ultimi giorni con un Dio misericordioso in vigile ascolto delle sue confessioni più intime, delle sue verità più dolorose e lo ipotizza in attesa che la sua “Scintilla”, ormai angelo del cielo, giunga finalmente a prenderlo per condurlo con sé nella sacra dimensione dell’eternità. Forse proprio questa dimensione spirituale dona ulteriore bellezza al romanzo intriso di considerazioni toccanti, rivelatorie, profonde. La materia della vita con i suoi colori cupi e sgargianti e la tensione ultraterrena, sempre presente anche nei dipinti apparentemente più lontani da essa, creano un connubio felicissimo di rara potenza. Lo studio scrupoloso e meticoloso condotto su fonti di varia natura, attraverso il quale l’autrice si accosta alla storia della città e ai suoi personaggi, rende la narrazione assolutamente credibile, lo sguardo posato sugli eventi fondato e concreto, ogni parola pronunciata naturale, ogni emozione tangibile, ogni sguardo profondamente vero. Il desiderio e la speranza di essere condotto per mano nel mistero profondo della morte dalla persona più cara rendono l’artista Tintoretto profondamente umano e tragicamente vicino, perché questo è un anelito universale che accomuna tutti, o almeno tutti quelli che hanno avuto il privilegio di amare e di essere amati.

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“Malastrada” di Ugo Barbara

“Malastrada” di Ugo Barbàra: eredità, potere e disincanto tra Ottocento e Novecento

Difficile stabilire se ad attrarre di più siano le tormentate vicende della famiglia Montalto o la pregevole e accuratissima ambientazione storica di questo ponderoso volume che cattura sin dal prologo, affidato ad un narratore interno non identificato che ritroveremo poi nell’epilogo, e che mantiene sempre desta l’attenzione attraverso un’accorta regia narrativa che alterna luoghi e situazioni senza mai rallentare il ritmo.

Ugo Barbara sospende la vicenda di Malastrada, già iniziata in Malarazza, promettendo un terzo volume a conclusione di una saga appassionante curata sul piano stilistico e lessicale, valore aggiunto quest’ultimo per nulla scontato in romanzi di così ampio respiro.

Per gli eredi di Rosaria Battaglia e Antonio Montalto, costretti a curare un immenso impero economico tra Stati Uniti e Sicilia, mantenere una prosperità costantemente minacciata non sarà una passeggiata su soleggiati campi di grano, ma la determinazione, che si colora spesso di ostinazione, farà da bussola nel burrascoso trapasso da un secolo all’altro, dall’Ottocento fiducioso nelle “magnifiche sorti e progressive” al secolo breve che scricchiola e fa incrinare ogni certezza.

I fratelli Montalto sono molto diversi e ognuno di loro presterà le proprie personalissime convinzioni, la propria indole e i propri dolori alla gestione di un’eredità tanto straordinaria quanto ingombrante. La luce profusa dai genitori si riverbera nel bene e nel male sulle loro azioni e il passato intralcia la possibilità di dare ossigeno e casa alla passione amorosa di Benedetta per Ignazio, giovane taciturno e affascinante che ha il torto di essere figlio di un “peri incriati” invece che di un nobile blasonato, di mettere a tacere il senso del dovere del laborioso Leonardo, innamorato della moglie Enza e del prestigio di un nome da difendere con le unghie e con i denti o, nel caso di Paolo, di sopprimere istinti malsani scaturiti per opposizione all’epiteto “ancileddu” con il quale Rosaria definiva il figlio prediletto trasudando tenerezza da tutti i pori.
Entrare nel loro mondo significa anche conoscere con precisione meticolosa le caratteristiche e le conseguenze del massiccio fenomeno migratorio dell’epoca, le infiltrazioni mafiose nella città americana dei grandi sogni, l’aspetto pubblico e quello privato dell’ambigua figura di Joe Petrosino, i danni prodotti dalla fillossera che devastò la viticoltura, gli umori e le proteste legate ai Fasci dei lavoratori e alle azioni sindacali, i vizi segreti della società opulenta e i ricatti che ne derivano, le ambizioni e i compromessi politici, la forza della corruzione e il potere assolutorio e coercitivo del denaro. La Storia, insomma, che l’autore interroga ed esamina con rigore e dedizione, dentro cui incastrare vicende e personaggi che quella Storia respirano.
Nei tanti dialoghi, vivaci e naturali, calibrati e dosati, pacati e impetuosi, si avverte lo sguardo dello sceneggiatore che crea scene perfette per lo schermo in cui far muovere personaggi esattamente definiti e talvolta granitici.
“Ora sei pronto ad ascoltare l’ultima parte della storia.

https://thebookadvisor.it/recensioni/te-lo-dico-in-breve/malastrada-di-ugo-barbara-eredita-potere-e-disincanto-tra-ottocento-e-novecento/

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Alla ricerca delle radici, tra romanzo e autobiografia: “Raccoglievamo le more” di Agata Motta (Kalos)

Al di là di una Sicilia come spazio simbolico – non solo ambientazione geografica, ma anche luogo dell’appartenenza e della memoria – «Raccoglievamo le more» (Kalós) di Agata Motta sfugge alle classificazioni canoniche per imporsi come necessaria testimonianza di un mondo che non esiste più se non in chi si assume il compito di ricostruirlo e di farlo rivivere. Dunque romanzo storico: anche; di formazione: pure; memoriale: certo. Diario intimo aggiungeremmo: e se anche la discrezione della narratrice riesce (non sempre) a celare il suo stesso sentire nell’animo di alcuni personaggi femminili, Agata Motta in qualche modo si mostra interessata alla riproposizione di frammenti di una archeologia familiare per trasformarli in un fascinoso retablo tra romanzo e autobiografia: «La verità – lampante dichiarazione di poetica – che tutto o quasi in quell’epoca inguaiata gli sembrava degno di nota, le piccole storie delle gente comune lo stuzzicavano più dei titoli a caratteri cubitali dei giornali.». E’ dunque proprio la felice instabilità di questi elementi a rendere «Raccoglievamo le more» un mosaico di tempi, di voci, di accuratissime ambientazioni, di momenti all’interno dei quali respira sia la Storia, quella tragica del Fascismo, col suo atroce corredo di razzismo e violenza fino alla catastrofe della guerra, sia le piccole storie che in quel tremendo fuoco bruceranno: quella della famiglia Vitale – il padre Giovanni, la madre Maria, i figli Rodolfo, Annamaria, Antonio, Emma, Palmina – dell’eminente zio arciprete e di tanti altri, tutti legati al microcosmo famiglia‑paese, il cui fulcro fisico e simbolico è la casa stessa. «Raccoglievamo le more» è però anche il romanzo della loro caduta: la fine dell’età dell’innocenza dei Vitale e non solo, raccontata attraverso un pulviscolo di punti di vista (compresi pure gli stralci di un diario di guerra originale) che si alternano al narratore onnisciente lungo una struttura perfettamente simmetrica tra le cui righe Agata Motta lascia affiorare le sue grandi passioni letterarie e cinematografiche (da Tomasi di Lampedusa – con un’eco dall’incipit – al Visconti di «Ossessione»). L’arrivo di Aurelio – «esule senza possibilità di ritorno» – nella casa avita in cui «anche l’ultima persiana dei Vitale è stata chiusa», all’interno di un prologo/epilogo ambientati nei primi anni 2000, innesca la ricerca delle radici, dell’identità smarrita e della memoria ferita: non caso «A cu’ appatteni?» («di chi sei figlio?») costituisce la domanda‑motore della narrazione, nel corso della quale i frammenti delle microstorie vengono assemblati per ricomporre il vissuto di un paese innominato, nella Sicilia degli anni ’40 e il cui sfondo non è solo cronaca, ma condizione che investe i personaggi e la loro evoluzione. Perdita, cambiamento, nostalgia, fine di un ciclo: la chiusura della casa, la disgregazione di un’epoca, la fragilità delle certezze, la speranza del rinnovamento nonostante la crisi e la lacerazione delle relazioni si incarnano proprio in Aurelio e nel suo «desiderio di fermare sulle pagine quella parentesi eccezionale in cui non c’ero e in cui avrei voluto spartire con voi l’essere famiglia». Come dire: c’è solo la scrittura a restituire una identità e una appartenenza, a diventare una nuova nascita: più legittima e forse più vera.

Agata Motta, «Raccoglievamo le more», Kalós, Palermo, 2025, euro 20,00

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L’immensa distrazione di Marcello Fois

Ci si può svegliare scarafaggi o ci si può svegliare morti. In fondo, in un modo o nell’altro, si cessa comunque di abitare il proprio corpo, quello noto, posseduto, avuto in dotazione. Con un incipit fortemente kafkiano, Marcello Fois, nel suo ultimo romanzo L’immensa distrazione, Einaudi editore, stipula un patto narrativo ad alto rischio con il lettore, costretto a sospendere la propria incredulità sin dalle prime righe, pena l’impossibilità di seguire i tortuosi tragitti che la mente/coscienza del protagonista Ettore Manfredini affronta in pochi istanti che si distendono fino ad abbracciare l’intera sua lunghissima vita.

Nella gelida alba del 21 febbraio 2017, il vecchio Ettore si sveglia, nonostante sia appena morto, e sente di essere circondato dal silenzio. In quel silenzio potrà finalmente ragionare sulla sua morte (si rammarica di non averlo fatto prima) e ripescare immagini vivide di un passato anche assai remoto. Potrà assistere alle capriole della propria memoria e, cosa stupefacente, ai pensieri e ai sogni altrui come se fossero uno spettacolo teatrale che un accorto regista ha allestito a suo esclusivo uso e consumo. Fois sceglie abilmente di affidare il racconto ad un narratore onnisciente affinchè il distacco risulti più netto e la componente emotiva si frantumi a favore di una visione più nitida e sfrondata dalle tante versioni private, ingannevoli e illusorie che l’individuo tende a creare nell’atto di riesumare i ricordi. La morte appare al novello defunto come un lucido stato di connessione attraverso il quale “ricongiungere tutto quanto appare slegato nel corso della vita”.

Il pragmatismo che aveva prevalso in tutta la sua lunga e travagliata vita, una vita in cui non era stato felice ma nemmeno infelice, cede il posto alla capacità speculativa, quasi a recuperare quel desiderio, che non era stato possibile realizzare da ragazzo, di studiare e di riflettere, di impossessarsi della cultura e delle parole come chiave di accesso al potere, alla salvezza, alla verità. Nato povero, Ettore inizialmente lavorerà nel mattatoio della famiglia Teglio e poi, per un imprevisto e tragico incidente storico (le leggi razziali e la deportazione dei proprietari ebrei) potrà dedicarsi alla costruzione di un impero delle carni nell’industriosa Emilia in cui Fois ambienta la vicenda, spostando il proprio interesse dalla Sardegna, che aveva accolto la “trilogia dei Chironi”, alla regione che più di altre aveva beneficiato della ripresa postbellica. L’esperienza giovanile dell’uccisione del vitello, in cui comprende il “momento perfetto per scagliare il fendente” sul collo docile della bestia palpitante, lo forgia nel profondo e forse da quell’atto quasi sacrale per la sua formazione umana trarrà la forza per accogliere il piano apparentemente generoso e caritatevole di sua madre: salvare una delle giovani figlie dei Teglio, Marida, accogliendola in casa come una lontana parente, per dargliela quindi in sposa e garantirgli in tal modo il possesso di ciò che avrebbe potuto essere confiscato e disperso. Insomma dall’inganno trae origine la fortuna economica di Ettore e dal suo matrimonio senza amore nasceranno quattro figli – Carlo, Enrica, Edvige e Ester – pacatamente accuditi e sostenuti, perché questo alla fine è il ruolo di un padre, anche se in realtà non tutti avranno lo stesso posto nel suo cuore, ma questo sarebbe meglio non ammetterlo nemmeno a se stesso. La menzogna in tutte le sue molteplici sfumature ha alloggiato nelle grandi case di famiglia, case sempre più ampie e confortevoli per rendere evidente agli occhi di tutti il benessere ottenuto e per occupare i giorni vuoti di donne che hanno accettato di mettersi da parte per puro spirito di sopravvivenza.

Non tutte però. Enrica prende le redini di quella fortuna in evoluzione e la rende solida e soprattutto la allontana dal sangue e dai lamenti delle bestie sgozzate. Nelle aziende dei Manfredini non si uccide più, si producono prodotti industriali di alta qualità, il passaggio dalla morte al nutrimento è reale e metaforico insieme. L’eco di quel mondo, con i suoi odori e rumori, torna però con insistenza in quell’alba di morte quasi a sancire il legame mai troncato con il passato. Nella scansione di eventi tragici o apparentemente insignificanti, Ettore rintraccia le occasioni perdute, le parole non dette, i pensieri inespressi, le tante morti che hanno preceduto quella definitiva, le azioni legate a un modo sbagliato di assorbire e restituire amore che adesso gli appare come il più irreparabile degli errori.

Solo uno scrittore puro, quale Fois si conferma, può restituire gli affanni e le contraddizioni dei suoi personaggi con tale efficacia, che siano uomini o donne, bambini o adulti non importa né conta il ceto sociale al quale appartengono. Di tutti indossa abiti, pelle e pensieri e vi respira dentro con una scrittura dallo stile sontuoso, perfetta negli incastri sintattici e nel lessico ricercato, che è la qualità più alta e indiscutibile del romanzo, struggente sin dalla copertina, bella da togliere il fiato.

Vivere è un’immensa distrazione dal morire. E perciò un sacco di tempo lo si spende a fare, pensare, agire, cose indifferenti. Così può accadere che non si ami abbastanza, né si odi abbastanza. Può capitare persino di investire un’immensità di energie a trovare soluzioni inutili per problemi inutili(pp. 78-79).

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