“Il vecchio al mare” di Domenico Starnone

“Il vecchio al mare” di Domenico Starnone: la fragilità che diventa nobile accettazione

La scrittura agile e aggraziata, la continua ricerca delle parole giuste per rappresentare gli inciampi della vita e i piccoli stupori quotidiani, le note caratteristiche dello stile Domenico Starnone si ripropongono in questo breve romanzo dal sapore vagamente autobiografico, almeno per ciò che riguarda l’età del protagonista, che è anche l’io narrante, e le riflessioni metaletterarie sulla propria attività di scrittore vissuta con slancio e piena adesione ma anche con la consapevolezza della distanza rispetto alle ambizioni giovanili – “comporre almeno un’opera fondativa, di quelle che restano nei secoli dei secoli” – e della conquista di una medietà infine perseguita con un  meccanismo simile a quello messo in atto nella laboriosa vita sentimentale e familiare.

Lo troviamo seduto in riva al mare il vecchio Nico, il vento a scompigliarli capelli e pensieri, mentre riflette sulla propria decadenza fisica e mentre osserva con gli occhi ormai appannati il vivace brusìo di una piccola comunità che, una volta abbattuta l’iniziale diffidenza, saprà accoglierlo per affidare al suo innocente ascolto confidenze, sogni e frustrazioni.

E proprio lì, nella quiete conquistata dopo la frenesia degli anni andati, Nico recupererà brandelli della propria esistenza e del proprio passato, questi sì fondativi più del romanzo mai scritto. Sarà soprattutto l’immagine sbiadita della madre, morta anzitempo, a camminargli accanto, quasi per rivendicare la sua esuberanza tenuta a freno da un marito geloso ma conservata negli occhi stupefatti del figlio intrappolato dalla sua sfolgorante bellezza. Nico prova dunque, riuscendoci solo in parte, a sovrapporre l’immagine materna a quella della giovane e fresca commessa di una boutique dove passa il proprio tempo tra il chiassoso vociare delle clienti e gli sgargianti colori degli abiti che, inevitabilmente, lo riportano alla madre, sarta, intenta a cucire per gli altri ma soprattutto per appagare la propria vanità.

Quando il tempo da vivere si assottiglia, il modo in cui abitarlo si dilata. I piccoli residui di ore e di giorni prima consegnati alla noia e al riposo diventano occasione di ripartenze, ancoraggio a solidità perdute. E allora che ben vengano il desiderio di dilapidare i propri soldi regalando abiti che avrebbe potuto indossare la madre alla graziosa commessa, la concessione di un bacio appassionato ad Evelina, proprietaria della boutique disillusa dall’amore coniugale, la condivisone del rancore di Maurizio, ingrassato nella sua rabbia di insegnante espulso da un sistema che lo ha reso odioso agli altri e a se stesso, l’avvio di progetti assurdi, come quello di imparare a condurre un kajak su quel mare contemplato con dedizione e affrontato con timore. Tanto cosa può più importare ormai?
In Nico è del tutto assente l’epicità della lotta del vecchio Santiago protagonista de “il vecchio e il mare” di Hemingway, testo al quale è ovvio e voluto il riferimento, tutto invece orienta, per una precisa scelta dell’autore, a una garbata, quasi nobile, accettazione dei propri limiti. Si può vivere pienamente anche volando basso, ma senza rinunciare al volo.
Un delicato e rapido finale, prevedibile ma non per questo banale, nutre di una nuova consapevolezza e di ombre leggere la fragilità che ha intriso, come nota dominante, le pagine appena lette.

 

Recensione romanzo su LuciaLibri

Agata Motta, una famiglia siciliana e la felicità semplice

Un romanzo che è una promessa di dolcezza, ma che attraversa anche l’amaro. “Raccoglievamo le more” di Agata Motta è il viaggio nella memoria di un uomo che svuota la casa dei genitori e “torna” agli anni Quaranta del Novecento, alla guerra vista dagli occhi di chi la subisce…

Ci sono libri che si leggono, e libri che si abitano. Raccoglievamo le more (20 euro, 344 pagine) pubblicato per la casa editrice Kalòs da Agata Motta appartiene decisamente alla seconda categoria.

Il titolo è una promessa di dolcezza che il romanzo mantiene, ma solo dopo aver fatto assaggiare anche l’amaro. Perché raccogliere more significa portarsi a casa frutti selvatici, certo, ma significa anche graffiarsi le mani tra i rovi. Ed è esattamente questo che fa Motta: ci conduce tra i rovi della storia per offrirci il succo denso delle esistenze ordinarie.

Flashback

La costruzione narrativa è un piccolo prodigio di equilibrio. Dal 2002, con Aurelio che torna al paese per svuotare la casa dei genitori, sprofondiamo lentamente negli anni Quaranta, in quella Sicilia etnea che diventa personaggio essa stessa. Il passaggio è naturale come scivolare in un sogno: un oggetto, una fotografia, una domanda in dialetto – “A cu’ appatteni?” – e il tempo si piega su se stesso.

La famiglia Vitale prende forma sotto i nostri occhi con la concretezza delle cose vere. Maria e Giovanni, i genitori, e poi i cinque figli, lo zio arciprete, i compaesani. Non ci vengono presentati come eroi o come vittime, ma come persone. Persone che si alzano la mattina, che litigano, che sperano in un futuro migliore per i figli, mentre intorno a loro il fascismo prima e la guerra poi stringono la morsa. L’autrice ha il dono raro di farci entrare nelle loro vite senza rumore, con discrezione, fino a quando non ci accorgiamo che quei personaggi sono diventati la nostra stessa famiglia.

La scrittura strumento e sostanza

La scrittura di Agata Motta merita una riflessione a parte. C’è una cura artigianale nella scelta delle parole, un’attenzione al ritmo della frase che rivela la mano di chi sa che la lingua non è solo strumento ma sostanza. Il dialetto affiora qua e là come l’acqua in una sorgente: mai ostentato, sempre necessario. E poi ci sono immagini che ti restano impresse: un tramonto sull’Etna, il rumore degli scarponi tedeschi sulle pietre, il silenzio dopo un bombardamento, le mani della madre che impastano il pane. Sono fotografie verbali che continuano a vivere nella mente molto dopo aver voltato l’ultima pagina.

Ma il vero cuore pulsante del romanzo è la guerra vista dal basso, dagli occhi di chi non la fa ma la subisce. Motta non ci risparmia la crudeltà, ma non si compiace nemmeno di essa. Ci mostra l’occupazione tedesca in Sicilia con uno sguardo che sa tenere insieme la complessità: ci sono le notizie del conflitto imminente che seminano terrore, ma c’è anche la voglia di un’altra storia, di una guerra mai scoppiata. Una storia che non è bianco e nero, sembra dirci l’autrice, e la letteratura serve anche a questo: a vedere le sfumature.

Senza memoria non c’è identità

E poi c’è lei, la domanda che attraversa tutto il libro: “A cu’ appatteni?”. Di chi sei figlio? In un’epoca come la nostra, dove le radici sembrano sfaldarsi, questo romanzo ci ricorda che senza memoria non c’è identità. Che siamo fatti delle storie dei nostri padri e delle nostre madri, dei loro sacrifici e dei loro sogni. Che la casa che svuotiamo non è solo un accumulo di oggetti, ma un deposito di vita.

La parte che più commuove è quella finale, quando il cerchio si chiude e Aurelio, dopo aver riattraversato la memoria, può finalmente lasciare andare. Perché questo è il paradosso: per poter voltare pagina bisogna prima averla letta tutta, quella pagina. Bisogna sapere da dove veniamo per decidere dove andare.

Raccoglievamo le more di Agata Motta ci riporta al valore profondo del tempo. Ci ricorda che la felicità, a volte, è semplice come un pugno di more raccolte lungo una strada di campagna e che quella semplicità vale più di tutte le guerre del mondo.

https://www.lucialibri.it/2026/03/14/agata-motta-felicita-semplice/

“La lunga attesa dell’angelo” di Melania Mazzucco

Quindici capitoli per quindici giorni di febbre, quelli che precedono la morte di Jacopo Robusti, detto il Tintoretto. Con La lunga attesa dell’angelo Melania Mazzucco ripercorre per intero la vita di un artista che si è identificato nella propria arte sublime e nell’amore per la figlia illegittima, Maria, da lui soprannominata Scintilla, che quell’arte ha pure amato, divenendo un’abile ritrattista, per condividere ogni istante con il padre adorato.

L’autrice rappresenta con dovizia di particolari una precisa epoca storica, la fine del ‘500, lembo estremo di un secolo ormai stremato dallo sfavillio rinascimentale e sempre più raggomitolato nel cupo orizzonte della Controriforma, e mostra con fare impudico e insieme visceralmente affettuoso il declino di una Venezia magnetica e lasciva come una donna matura ma ancora desiderosa di piacere. Il lettore ne percorre le umide calli, registra l’oscillare delle gondole, respira la salsedine, si annichilisce davanti agli arabeschi di palazzi incantevoli, lascia scorrere lo sguardo su dipinti che odorano di vernici e colori preparati a mano in un’esperienza sensoriale che penetra sottopelle.

La scrittura è un prezioso merletto, affilata come uno stiletto, precisa come uno scalpello, ricca di colori e sfumature come una tavolozza; le parole, organizzate in una sintassi sinuosa e complessa o scarna e lapidaria, sembrano comporre a loro volta un altro affresco. Il fuoco della febbre che arde il corpo ormai consunto di Jacopo diventa un tutt’uno con la fiamma della scrittura che incendia pagine crepitanti di ricordi, meditazioni e dialoghi memorabili. Nel sentore della morte che sta per portarlo via, il vecchio Tintoretto riflette sull’enigma della vita, sui dubbi che l’esperienza non ha dissipato, sui dolori che il tempo non ha lenito, sulle scelte di cui non si è pentito, sui lavori che hanno illuminato il suo orizzonte umano con lampi di bellezza assoluta.

E poi l’amore, tenero quello coniugale per una moglie troppo giovane ma a lui devota; complicato e contraddittorio quello per i tanti figli, maschi e femmine, ognuno segnato da un destino da lui determinato o sfuggito al suo controllo; infausto quello per la donna che gli ha dato la figlia prediletta, questa sì amata in modo incondizionato e assoluto. Amore ricambiato in modo altrettanto assoluto e perfetto, quasi morboso, perché doveva risultare semplice alla bambina curiosa, vestita da maschietto per poter stare in bottega con il padre, e poi alla donna libera, allergica alle convenzioni sociali, aderire con tutta se stessa a un modello ritenuto insuperabile sia sul piano artistico che su quello umano.
L’autrice immagina che l’artista dialoghi in quegli ultimi giorni con un Dio misericordioso in vigile ascolto delle sue confessioni più intime, delle sue verità più dolorose e lo ipotizza in attesa che la sua “Scintilla”, ormai angelo del cielo, giunga finalmente a prenderlo per condurlo con sé nella sacra dimensione dell’eternità. Forse proprio questa dimensione spirituale dona ulteriore bellezza al romanzo intriso di considerazioni toccanti, rivelatorie, profonde. La materia della vita con i suoi colori cupi e sgargianti e la tensione ultraterrena, sempre presente anche nei dipinti apparentemente più lontani da essa, creano un connubio felicissimo di rara potenza. Lo studio scrupoloso e meticoloso condotto su fonti di varia natura, attraverso il quale l’autrice si accosta alla storia della città e ai suoi personaggi, rende la narrazione assolutamente credibile, lo sguardo posato sugli eventi fondato e concreto, ogni parola pronunciata naturale, ogni emozione tangibile, ogni sguardo profondamente vero. Il desiderio e la speranza di essere condotto per mano nel mistero profondo della morte dalla persona più cara rendono l’artista Tintoretto profondamente umano e tragicamente vicino, perché questo è un anelito universale che accomuna tutti, o almeno tutti quelli che hanno avuto il privilegio di amare e di essere amati.

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“Malastrada” di Ugo Barbara

“Malastrada” di Ugo Barbàra: eredità, potere e disincanto tra Ottocento e Novecento

Difficile stabilire se ad attrarre di più siano le tormentate vicende della famiglia Montalto o la pregevole e accuratissima ambientazione storica di questo ponderoso volume che cattura sin dal prologo, affidato ad un narratore interno non identificato che ritroveremo poi nell’epilogo, e che mantiene sempre desta l’attenzione attraverso un’accorta regia narrativa che alterna luoghi e situazioni senza mai rallentare il ritmo.

Ugo Barbara sospende la vicenda di Malastrada, già iniziata in Malarazza, promettendo un terzo volume a conclusione di una saga appassionante curata sul piano stilistico e lessicale, valore aggiunto quest’ultimo per nulla scontato in romanzi di così ampio respiro.

Per gli eredi di Rosaria Battaglia e Antonio Montalto, costretti a curare un immenso impero economico tra Stati Uniti e Sicilia, mantenere una prosperità costantemente minacciata non sarà una passeggiata su soleggiati campi di grano, ma la determinazione, che si colora spesso di ostinazione, farà da bussola nel burrascoso trapasso da un secolo all’altro, dall’Ottocento fiducioso nelle “magnifiche sorti e progressive” al secolo breve che scricchiola e fa incrinare ogni certezza.

I fratelli Montalto sono molto diversi e ognuno di loro presterà le proprie personalissime convinzioni, la propria indole e i propri dolori alla gestione di un’eredità tanto straordinaria quanto ingombrante. La luce profusa dai genitori si riverbera nel bene e nel male sulle loro azioni e il passato intralcia la possibilità di dare ossigeno e casa alla passione amorosa di Benedetta per Ignazio, giovane taciturno e affascinante che ha il torto di essere figlio di un “peri incriati” invece che di un nobile blasonato, di mettere a tacere il senso del dovere del laborioso Leonardo, innamorato della moglie Enza e del prestigio di un nome da difendere con le unghie e con i denti o, nel caso di Paolo, di sopprimere istinti malsani scaturiti per opposizione all’epiteto “ancileddu” con il quale Rosaria definiva il figlio prediletto trasudando tenerezza da tutti i pori.
Entrare nel loro mondo significa anche conoscere con precisione meticolosa le caratteristiche e le conseguenze del massiccio fenomeno migratorio dell’epoca, le infiltrazioni mafiose nella città americana dei grandi sogni, l’aspetto pubblico e quello privato dell’ambigua figura di Joe Petrosino, i danni prodotti dalla fillossera che devastò la viticoltura, gli umori e le proteste legate ai Fasci dei lavoratori e alle azioni sindacali, i vizi segreti della società opulenta e i ricatti che ne derivano, le ambizioni e i compromessi politici, la forza della corruzione e il potere assolutorio e coercitivo del denaro. La Storia, insomma, che l’autore interroga ed esamina con rigore e dedizione, dentro cui incastrare vicende e personaggi che quella Storia respirano.
Nei tanti dialoghi, vivaci e naturali, calibrati e dosati, pacati e impetuosi, si avverte lo sguardo dello sceneggiatore che crea scene perfette per lo schermo in cui far muovere personaggi esattamente definiti e talvolta granitici.
“Ora sei pronto ad ascoltare l’ultima parte della storia.

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Alla ricerca delle radici, tra romanzo e autobiografia: “Raccoglievamo le more” di Agata Motta (Kalos)

Al di là di una Sicilia come spazio simbolico – non solo ambientazione geografica, ma anche luogo dell’appartenenza e della memoria – «Raccoglievamo le more» (Kalós) di Agata Motta sfugge alle classificazioni canoniche per imporsi come necessaria testimonianza di un mondo che non esiste più se non in chi si assume il compito di ricostruirlo e di farlo rivivere. Dunque romanzo storico: anche; di formazione: pure; memoriale: certo. Diario intimo aggiungeremmo: e se anche la discrezione della narratrice riesce (non sempre) a celare il suo stesso sentire nell’animo di alcuni personaggi femminili, Agata Motta in qualche modo si mostra interessata alla riproposizione di frammenti di una archeologia familiare per trasformarli in un fascinoso retablo tra romanzo e autobiografia: «La verità – lampante dichiarazione di poetica – che tutto o quasi in quell’epoca inguaiata gli sembrava degno di nota, le piccole storie delle gente comune lo stuzzicavano più dei titoli a caratteri cubitali dei giornali.». E’ dunque proprio la felice instabilità di questi elementi a rendere «Raccoglievamo le more» un mosaico di tempi, di voci, di accuratissime ambientazioni, di momenti all’interno dei quali respira sia la Storia, quella tragica del Fascismo, col suo atroce corredo di razzismo e violenza fino alla catastrofe della guerra, sia le piccole storie che in quel tremendo fuoco bruceranno: quella della famiglia Vitale – il padre Giovanni, la madre Maria, i figli Rodolfo, Annamaria, Antonio, Emma, Palmina – dell’eminente zio arciprete e di tanti altri, tutti legati al microcosmo famiglia‑paese, il cui fulcro fisico e simbolico è la casa stessa. «Raccoglievamo le more» è però anche il romanzo della loro caduta: la fine dell’età dell’innocenza dei Vitale e non solo, raccontata attraverso un pulviscolo di punti di vista (compresi pure gli stralci di un diario di guerra originale) che si alternano al narratore onnisciente lungo una struttura perfettamente simmetrica tra le cui righe Agata Motta lascia affiorare le sue grandi passioni letterarie e cinematografiche (da Tomasi di Lampedusa – con un’eco dall’incipit – al Visconti di «Ossessione»). L’arrivo di Aurelio – «esule senza possibilità di ritorno» – nella casa avita in cui «anche l’ultima persiana dei Vitale è stata chiusa», all’interno di un prologo/epilogo ambientati nei primi anni 2000, innesca la ricerca delle radici, dell’identità smarrita e della memoria ferita: non caso «A cu’ appatteni?» («di chi sei figlio?») costituisce la domanda‑motore della narrazione, nel corso della quale i frammenti delle microstorie vengono assemblati per ricomporre il vissuto di un paese innominato, nella Sicilia degli anni ’40 e il cui sfondo non è solo cronaca, ma condizione che investe i personaggi e la loro evoluzione. Perdita, cambiamento, nostalgia, fine di un ciclo: la chiusura della casa, la disgregazione di un’epoca, la fragilità delle certezze, la speranza del rinnovamento nonostante la crisi e la lacerazione delle relazioni si incarnano proprio in Aurelio e nel suo «desiderio di fermare sulle pagine quella parentesi eccezionale in cui non c’ero e in cui avrei voluto spartire con voi l’essere famiglia». Come dire: c’è solo la scrittura a restituire una identità e una appartenenza, a diventare una nuova nascita: più legittima e forse più vera.

Agata Motta, «Raccoglievamo le more», Kalós, Palermo, 2025, euro 20,00

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L’immensa distrazione di Marcello Fois

Ci si può svegliare scarafaggi o ci si può svegliare morti. In fondo, in un modo o nell’altro, si cessa comunque di abitare il proprio corpo, quello noto, posseduto, avuto in dotazione. Con un incipit fortemente kafkiano, Marcello Fois, nel suo ultimo romanzo L’immensa distrazione, Einaudi editore, stipula un patto narrativo ad alto rischio con il lettore, costretto a sospendere la propria incredulità sin dalle prime righe, pena l’impossibilità di seguire i tortuosi tragitti che la mente/coscienza del protagonista Ettore Manfredini affronta in pochi istanti che si distendono fino ad abbracciare l’intera sua lunghissima vita.

Nella gelida alba del 21 febbraio 2017, il vecchio Ettore si sveglia, nonostante sia appena morto, e sente di essere circondato dal silenzio. In quel silenzio potrà finalmente ragionare sulla sua morte (si rammarica di non averlo fatto prima) e ripescare immagini vivide di un passato anche assai remoto. Potrà assistere alle capriole della propria memoria e, cosa stupefacente, ai pensieri e ai sogni altrui come se fossero uno spettacolo teatrale che un accorto regista ha allestito a suo esclusivo uso e consumo. Fois sceglie abilmente di affidare il racconto ad un narratore onnisciente affinchè il distacco risulti più netto e la componente emotiva si frantumi a favore di una visione più nitida e sfrondata dalle tante versioni private, ingannevoli e illusorie che l’individuo tende a creare nell’atto di riesumare i ricordi. La morte appare al novello defunto come un lucido stato di connessione attraverso il quale “ricongiungere tutto quanto appare slegato nel corso della vita”.

Il pragmatismo che aveva prevalso in tutta la sua lunga e travagliata vita, una vita in cui non era stato felice ma nemmeno infelice, cede il posto alla capacità speculativa, quasi a recuperare quel desiderio, che non era stato possibile realizzare da ragazzo, di studiare e di riflettere, di impossessarsi della cultura e delle parole come chiave di accesso al potere, alla salvezza, alla verità. Nato povero, Ettore inizialmente lavorerà nel mattatoio della famiglia Teglio e poi, per un imprevisto e tragico incidente storico (le leggi razziali e la deportazione dei proprietari ebrei) potrà dedicarsi alla costruzione di un impero delle carni nell’industriosa Emilia in cui Fois ambienta la vicenda, spostando il proprio interesse dalla Sardegna, che aveva accolto la “trilogia dei Chironi”, alla regione che più di altre aveva beneficiato della ripresa postbellica. L’esperienza giovanile dell’uccisione del vitello, in cui comprende il “momento perfetto per scagliare il fendente” sul collo docile della bestia palpitante, lo forgia nel profondo e forse da quell’atto quasi sacrale per la sua formazione umana trarrà la forza per accogliere il piano apparentemente generoso e caritatevole di sua madre: salvare una delle giovani figlie dei Teglio, Marida, accogliendola in casa come una lontana parente, per dargliela quindi in sposa e garantirgli in tal modo il possesso di ciò che avrebbe potuto essere confiscato e disperso. Insomma dall’inganno trae origine la fortuna economica di Ettore e dal suo matrimonio senza amore nasceranno quattro figli – Carlo, Enrica, Edvige e Ester – pacatamente accuditi e sostenuti, perché questo alla fine è il ruolo di un padre, anche se in realtà non tutti avranno lo stesso posto nel suo cuore, ma questo sarebbe meglio non ammetterlo nemmeno a se stesso. La menzogna in tutte le sue molteplici sfumature ha alloggiato nelle grandi case di famiglia, case sempre più ampie e confortevoli per rendere evidente agli occhi di tutti il benessere ottenuto e per occupare i giorni vuoti di donne che hanno accettato di mettersi da parte per puro spirito di sopravvivenza.

Non tutte però. Enrica prende le redini di quella fortuna in evoluzione e la rende solida e soprattutto la allontana dal sangue e dai lamenti delle bestie sgozzate. Nelle aziende dei Manfredini non si uccide più, si producono prodotti industriali di alta qualità, il passaggio dalla morte al nutrimento è reale e metaforico insieme. L’eco di quel mondo, con i suoi odori e rumori, torna però con insistenza in quell’alba di morte quasi a sancire il legame mai troncato con il passato. Nella scansione di eventi tragici o apparentemente insignificanti, Ettore rintraccia le occasioni perdute, le parole non dette, i pensieri inespressi, le tante morti che hanno preceduto quella definitiva, le azioni legate a un modo sbagliato di assorbire e restituire amore che adesso gli appare come il più irreparabile degli errori.

Solo uno scrittore puro, quale Fois si conferma, può restituire gli affanni e le contraddizioni dei suoi personaggi con tale efficacia, che siano uomini o donne, bambini o adulti non importa né conta il ceto sociale al quale appartengono. Di tutti indossa abiti, pelle e pensieri e vi respira dentro con una scrittura dallo stile sontuoso, perfetta negli incastri sintattici e nel lessico ricercato, che è la qualità più alta e indiscutibile del romanzo, struggente sin dalla copertina, bella da togliere il fiato.

Vivere è un’immensa distrazione dal morire. E perciò un sacco di tempo lo si spende a fare, pensare, agire, cose indifferenti. Così può accadere che non si ami abbastanza, né si odi abbastanza. Può capitare persino di investire un’immensità di energie a trovare soluzioni inutili per problemi inutili(pp. 78-79).

https://thebookadvisor.it/recensioni/il-tempo-delle-parole/limmensa-distrazione-di-marcello-fois-i-tortuosi-tragitti-della-mente/

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