La scrittura agile e aggraziata, la continua ricerca delle parole giuste per rappresentare gli inciampi della vita e i piccoli stupori quotidiani, le note caratteristiche dello stile Domenico Starnone si ripropongono in questo breve romanzo dal sapore vagamente autobiografico, almeno per ciò che riguarda l’età del protagonista, che è anche l’io narrante, e le riflessioni metaletterarie sulla propria attività di scrittore vissuta con slancio e piena adesione ma anche con la consapevolezza della distanza rispetto alle ambizioni giovanili – “comporre almeno un’opera fondativa, di quelle che restano nei secoli dei secoli” – e della conquista di una medietà infine perseguita con un meccanismo simile a quello messo in atto nella laboriosa vita sentimentale e familiare.
Lo troviamo seduto in riva al mare il vecchio Nico, il vento a scompigliarli capelli e pensieri, mentre riflette sulla propria decadenza fisica e mentre osserva con gli occhi ormai appannati il vivace brusìo di una piccola comunità che, una volta abbattuta l’iniziale diffidenza, saprà accoglierlo per affidare al suo innocente ascolto confidenze, sogni e frustrazioni.
E proprio lì, nella quiete conquistata dopo la frenesia degli anni andati, Nico recupererà brandelli della propria esistenza e del proprio passato, questi sì fondativi più del romanzo mai scritto. Sarà soprattutto l’immagine sbiadita della madre, morta anzitempo, a camminargli accanto, quasi per rivendicare la sua esuberanza tenuta a freno da un marito geloso ma conservata negli occhi stupefatti del figlio intrappolato dalla sua sfolgorante bellezza. Nico prova dunque, riuscendoci solo in parte, a sovrapporre l’immagine materna a quella della giovane e fresca commessa di una boutique dove passa il proprio tempo tra il chiassoso vociare delle clienti e gli sgargianti colori degli abiti che, inevitabilmente, lo riportano alla madre, sarta, intenta a cucire per gli altri ma soprattutto per appagare la propria vanità.

