“Fiori per Algernon” di Daniel Keyes

“Fiori per Algernon” di Daniel Keyes: un’agghiacciante provocazione nell’epoca del tumultuoso sviluppo dell’IA

Pubblicato per la prima volta nel 1960 sottoforma di racconto e poi ampliato nella versione che oggi leggiamo, Fiori per Algernon di Daniel Keyes è un romanzo che può essere letto come un’agghiacciante provocazione nell’epoca del tumultuoso e inarrestabile sviluppo dell’IA.

Algernon è un topo di laboratorio sottoposto a un sofisticato intervento per aumentarne il quoziente intellettivo. L’esperimento riesce e il banco batuffolo riuscirà a percorrere intricatissimi e complessi labirinti a velocità sorprendente. Il campo di applicazione successivo è ovviamente quello umano e l’intento è nobile: aumentare il QI dei cosiddetti “idioti”, spesso destinatari di scherno e di umiliazioni. Intento nobile certamente ma anche strada maestra per i ricercatori coinvolti che conduce alla collocazione dei propri nomi nell’olimpo scientifico. Charlie Gordon è il soggetto ideale. Lavora in una panetteria e ha il desiderio ossessivo di diventare intelligente come tutti gli altri.

”Se sei intelligente puoi avere molti amici e parlarci e non ti succede mai di sentirti continuamente solo”. L’intelligenza dunque messa a servizio della ricerca di affetto, di comprensione e di condivisione del proprio angusto mondo.

La parabola che attraverserà, in tutto simile a quella del geniale topolino, è ovvia e non regala alcuna sorpresa, ma la partecipazione alla vicenda umana e scientifica, narrata in prima persona dallo stesso Charlie attraverso i “rapporti sui progressi” da consegnare ai suoi presunti benefattori, stringe un nodo alla gola e il lettore spera e soffre con lui in uno slancio empatico insopprimibile. L’autore riesce in questa operazione di compenetrazione anche grazie a un linguaggio che, inizialmente zeppo di errori ortografici, si evolve stilisticamente con il progredire della terapia che consentirà anche l’arricchimento contenutistico di pensieri semplici che si articoleranno rapidamente in complesse e strabordanti acquisizioni culturali. Ma Charlie per tutti gli illustri studiosi che lo osservano non è un essere umano, è un esperimento di laboratorio, come il piccolo Algernon, e la presa di coscienza del personaggio sarà dolorosa e spiazzante. L’amore accenderà una luce destinata a spegnersi, ma la ricerca della propria identità gli servirà a conoscere l’altro Charlie, quello ignaro degli inesorabili meccanismi della vita dei normodotati

Ma perché questo libro esplode e diventa virale proprio adesso sui social? Forse perché il capolavoro dell’ignaro Keyes, piegato a una nuova e imprevedibile contestualizzazione, può davvero apparire come la provocazione cui si alludeva. Quale luminare oggi dedicherebbe la sua esistenza a un’impresa simile? A cosa servirebbe oggi aumentare il QI degli esseri umani quando l’IA può sostituirci con risultati molto più rapidi ed efficaci? Perché tentare vie tortuose e quasi sicuramente fallimentari quando è possibile delegare studio ed elaborazione di pensiero a un sistema che necessita solo di promp ben formulati? Sarebbe anacronistico e ingenuo metterne in dubbio l’indiscutibile utilità in molti campi di applicazione, la medicina prima fra tutte, ma l’impressione che si tratti di una magnifica creatura sfuggita alle mani del suo artefice è forte. Quante volte, consultata quella che di fatto è una struttura squisitamente matematica e probabilistica, si prova la sensazione di dialogare con un enciclopedico e razionale interlocutore? È divertente o sconcertante?
Keyes, che aveva attinto alla propria esperienza di insegnamento ai ragazzi con difficoltà di apprendimento e ne aveva messo in luce la sensibilità, la bellezza e il candore, oggi appare dunque come un romantico sognatore e in un rigurgito di nostalgia il suo romanzo suona le note più alte di un tempo che ci ha lasciati per sempre.

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Recensione romanzo su LuciaLibri

Agata Motta, una famiglia siciliana e la felicità semplice

Un romanzo che è una promessa di dolcezza, ma che attraversa anche l’amaro. “Raccoglievamo le more” di Agata Motta è il viaggio nella memoria di un uomo che svuota la casa dei genitori e “torna” agli anni Quaranta del Novecento, alla guerra vista dagli occhi di chi la subisce…

Ci sono libri che si leggono, e libri che si abitano. Raccoglievamo le more (20 euro, 344 pagine) pubblicato per la casa editrice Kalòs da Agata Motta appartiene decisamente alla seconda categoria.

Il titolo è una promessa di dolcezza che il romanzo mantiene, ma solo dopo aver fatto assaggiare anche l’amaro. Perché raccogliere more significa portarsi a casa frutti selvatici, certo, ma significa anche graffiarsi le mani tra i rovi. Ed è esattamente questo che fa Motta: ci conduce tra i rovi della storia per offrirci il succo denso delle esistenze ordinarie.

Flashback

La costruzione narrativa è un piccolo prodigio di equilibrio. Dal 2002, con Aurelio che torna al paese per svuotare la casa dei genitori, sprofondiamo lentamente negli anni Quaranta, in quella Sicilia etnea che diventa personaggio essa stessa. Il passaggio è naturale come scivolare in un sogno: un oggetto, una fotografia, una domanda in dialetto – “A cu’ appatteni?” – e il tempo si piega su se stesso.

La famiglia Vitale prende forma sotto i nostri occhi con la concretezza delle cose vere. Maria e Giovanni, i genitori, e poi i cinque figli, lo zio arciprete, i compaesani. Non ci vengono presentati come eroi o come vittime, ma come persone. Persone che si alzano la mattina, che litigano, che sperano in un futuro migliore per i figli, mentre intorno a loro il fascismo prima e la guerra poi stringono la morsa. L’autrice ha il dono raro di farci entrare nelle loro vite senza rumore, con discrezione, fino a quando non ci accorgiamo che quei personaggi sono diventati la nostra stessa famiglia.

La scrittura strumento e sostanza

La scrittura di Agata Motta merita una riflessione a parte. C’è una cura artigianale nella scelta delle parole, un’attenzione al ritmo della frase che rivela la mano di chi sa che la lingua non è solo strumento ma sostanza. Il dialetto affiora qua e là come l’acqua in una sorgente: mai ostentato, sempre necessario. E poi ci sono immagini che ti restano impresse: un tramonto sull’Etna, il rumore degli scarponi tedeschi sulle pietre, il silenzio dopo un bombardamento, le mani della madre che impastano il pane. Sono fotografie verbali che continuano a vivere nella mente molto dopo aver voltato l’ultima pagina.

Ma il vero cuore pulsante del romanzo è la guerra vista dal basso, dagli occhi di chi non la fa ma la subisce. Motta non ci risparmia la crudeltà, ma non si compiace nemmeno di essa. Ci mostra l’occupazione tedesca in Sicilia con uno sguardo che sa tenere insieme la complessità: ci sono le notizie del conflitto imminente che seminano terrore, ma c’è anche la voglia di un’altra storia, di una guerra mai scoppiata. Una storia che non è bianco e nero, sembra dirci l’autrice, e la letteratura serve anche a questo: a vedere le sfumature.

Senza memoria non c’è identità

E poi c’è lei, la domanda che attraversa tutto il libro: “A cu’ appatteni?”. Di chi sei figlio? In un’epoca come la nostra, dove le radici sembrano sfaldarsi, questo romanzo ci ricorda che senza memoria non c’è identità. Che siamo fatti delle storie dei nostri padri e delle nostre madri, dei loro sacrifici e dei loro sogni. Che la casa che svuotiamo non è solo un accumulo di oggetti, ma un deposito di vita.

La parte che più commuove è quella finale, quando il cerchio si chiude e Aurelio, dopo aver riattraversato la memoria, può finalmente lasciare andare. Perché questo è il paradosso: per poter voltare pagina bisogna prima averla letta tutta, quella pagina. Bisogna sapere da dove veniamo per decidere dove andare.

Raccoglievamo le more di Agata Motta ci riporta al valore profondo del tempo. Ci ricorda che la felicità, a volte, è semplice come un pugno di more raccolte lungo una strada di campagna e che quella semplicità vale più di tutte le guerre del mondo.

https://www.lucialibri.it/2026/03/14/agata-motta-felicita-semplice/