“La lunga attesa dell’angelo” di Melania Mazzucco

Quindici capitoli per quindici giorni di febbre, quelli che precedono la morte di Jacopo Robusti, detto il Tintoretto. Con La lunga attesa dell’angelo Melania Mazzucco ripercorre per intero la vita di un artista che si è identificato nella propria arte sublime e nell’amore per la figlia illegittima, Maria, da lui soprannominata Scintilla, che quell’arte ha pure amato, divenendo un’abile ritrattista, per condividere ogni istante con il padre adorato.

L’autrice rappresenta con dovizia di particolari una precisa epoca storica, la fine del ‘500, lembo estremo di un secolo ormai stremato dallo sfavillio rinascimentale e sempre più raggomitolato nel cupo orizzonte della Controriforma, e mostra con fare impudico e insieme visceralmente affettuoso il declino di una Venezia magnetica e lasciva come una donna matura ma ancora desiderosa di piacere. Il lettore ne percorre le umide calli, registra l’oscillare delle gondole, respira la salsedine, si annichilisce davanti agli arabeschi di palazzi incantevoli, lascia scorrere lo sguardo su dipinti che odorano di vernici e colori preparati a mano in un’esperienza sensoriale che penetra sottopelle.

La scrittura è un prezioso merletto, affilata come uno stiletto, precisa come uno scalpello, ricca di colori e sfumature come una tavolozza; le parole, organizzate in una sintassi sinuosa e complessa o scarna e lapidaria, sembrano comporre a loro volta un altro affresco. Il fuoco della febbre che arde il corpo ormai consunto di Jacopo diventa un tutt’uno con la fiamma della scrittura che incendia pagine crepitanti di ricordi, meditazioni e dialoghi memorabili. Nel sentore della morte che sta per portarlo via, il vecchio Tintoretto riflette sull’enigma della vita, sui dubbi che l’esperienza non ha dissipato, sui dolori che il tempo non ha lenito, sulle scelte di cui non si è pentito, sui lavori che hanno illuminato il suo orizzonte umano con lampi di bellezza assoluta.

E poi l’amore, tenero quello coniugale per una moglie troppo giovane ma a lui devota; complicato e contraddittorio quello per i tanti figli, maschi e femmine, ognuno segnato da un destino da lui determinato o sfuggito al suo controllo; infausto quello per la donna che gli ha dato la figlia prediletta, questa sì amata in modo incondizionato e assoluto. Amore ricambiato in modo altrettanto assoluto e perfetto, quasi morboso, perché doveva risultare semplice alla bambina curiosa, vestita da maschietto per poter stare in bottega con il padre, e poi alla donna libera, allergica alle convenzioni sociali, aderire con tutta se stessa a un modello ritenuto insuperabile sia sul piano artistico che su quello umano.
L’autrice immagina che l’artista dialoghi in quegli ultimi giorni con un Dio misericordioso in vigile ascolto delle sue confessioni più intime, delle sue verità più dolorose e lo ipotizza in attesa che la sua “Scintilla”, ormai angelo del cielo, giunga finalmente a prenderlo per condurlo con sé nella sacra dimensione dell’eternità. Forse proprio questa dimensione spirituale dona ulteriore bellezza al romanzo intriso di considerazioni toccanti, rivelatorie, profonde. La materia della vita con i suoi colori cupi e sgargianti e la tensione ultraterrena, sempre presente anche nei dipinti apparentemente più lontani da essa, creano un connubio felicissimo di rara potenza. Lo studio scrupoloso e meticoloso condotto su fonti di varia natura, attraverso il quale l’autrice si accosta alla storia della città e ai suoi personaggi, rende la narrazione assolutamente credibile, lo sguardo posato sugli eventi fondato e concreto, ogni parola pronunciata naturale, ogni emozione tangibile, ogni sguardo profondamente vero. Il desiderio e la speranza di essere condotto per mano nel mistero profondo della morte dalla persona più cara rendono l’artista Tintoretto profondamente umano e tragicamente vicino, perché questo è un anelito universale che accomuna tutti, o almeno tutti quelli che hanno avuto il privilegio di amare e di essere amati.

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“Malastrada” di Ugo Barbara

“Malastrada” di Ugo Barbàra: eredità, potere e disincanto tra Ottocento e Novecento

Difficile stabilire se ad attrarre di più siano le tormentate vicende della famiglia Montalto o la pregevole e accuratissima ambientazione storica di questo ponderoso volume che cattura sin dal prologo, affidato ad un narratore interno non identificato che ritroveremo poi nell’epilogo, e che mantiene sempre desta l’attenzione attraverso un’accorta regia narrativa che alterna luoghi e situazioni senza mai rallentare il ritmo.

Ugo Barbara sospende la vicenda di Malastrada, già iniziata in Malarazza, promettendo un terzo volume a conclusione di una saga appassionante curata sul piano stilistico e lessicale, valore aggiunto quest’ultimo per nulla scontato in romanzi di così ampio respiro.

Per gli eredi di Rosaria Battaglia e Antonio Montalto, costretti a curare un immenso impero economico tra Stati Uniti e Sicilia, mantenere una prosperità costantemente minacciata non sarà una passeggiata su soleggiati campi di grano, ma la determinazione, che si colora spesso di ostinazione, farà da bussola nel burrascoso trapasso da un secolo all’altro, dall’Ottocento fiducioso nelle “magnifiche sorti e progressive” al secolo breve che scricchiola e fa incrinare ogni certezza.

I fratelli Montalto sono molto diversi e ognuno di loro presterà le proprie personalissime convinzioni, la propria indole e i propri dolori alla gestione di un’eredità tanto straordinaria quanto ingombrante. La luce profusa dai genitori si riverbera nel bene e nel male sulle loro azioni e il passato intralcia la possibilità di dare ossigeno e casa alla passione amorosa di Benedetta per Ignazio, giovane taciturno e affascinante che ha il torto di essere figlio di un “peri incriati” invece che di un nobile blasonato, di mettere a tacere il senso del dovere del laborioso Leonardo, innamorato della moglie Enza e del prestigio di un nome da difendere con le unghie e con i denti o, nel caso di Paolo, di sopprimere istinti malsani scaturiti per opposizione all’epiteto “ancileddu” con il quale Rosaria definiva il figlio prediletto trasudando tenerezza da tutti i pori.
Entrare nel loro mondo significa anche conoscere con precisione meticolosa le caratteristiche e le conseguenze del massiccio fenomeno migratorio dell’epoca, le infiltrazioni mafiose nella città americana dei grandi sogni, l’aspetto pubblico e quello privato dell’ambigua figura di Joe Petrosino, i danni prodotti dalla fillossera che devastò la viticoltura, gli umori e le proteste legate ai Fasci dei lavoratori e alle azioni sindacali, i vizi segreti della società opulenta e i ricatti che ne derivano, le ambizioni e i compromessi politici, la forza della corruzione e il potere assolutorio e coercitivo del denaro. La Storia, insomma, che l’autore interroga ed esamina con rigore e dedizione, dentro cui incastrare vicende e personaggi che quella Storia respirano.
Nei tanti dialoghi, vivaci e naturali, calibrati e dosati, pacati e impetuosi, si avverte lo sguardo dello sceneggiatore che crea scene perfette per lo schermo in cui far muovere personaggi esattamente definiti e talvolta granitici.
“Ora sei pronto ad ascoltare l’ultima parte della storia.

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Alla ricerca delle radici, tra romanzo e autobiografia: “Raccoglievamo le more” di Agata Motta (Kalos)

Al di là di una Sicilia come spazio simbolico – non solo ambientazione geografica, ma anche luogo dell’appartenenza e della memoria – «Raccoglievamo le more» (Kalós) di Agata Motta sfugge alle classificazioni canoniche per imporsi come necessaria testimonianza di un mondo che non esiste più se non in chi si assume il compito di ricostruirlo e di farlo rivivere. Dunque romanzo storico: anche; di formazione: pure; memoriale: certo. Diario intimo aggiungeremmo: e se anche la discrezione della narratrice riesce (non sempre) a celare il suo stesso sentire nell’animo di alcuni personaggi femminili, Agata Motta in qualche modo si mostra interessata alla riproposizione di frammenti di una archeologia familiare per trasformarli in un fascinoso retablo tra romanzo e autobiografia: «La verità – lampante dichiarazione di poetica – che tutto o quasi in quell’epoca inguaiata gli sembrava degno di nota, le piccole storie delle gente comune lo stuzzicavano più dei titoli a caratteri cubitali dei giornali.». E’ dunque proprio la felice instabilità di questi elementi a rendere «Raccoglievamo le more» un mosaico di tempi, di voci, di accuratissime ambientazioni, di momenti all’interno dei quali respira sia la Storia, quella tragica del Fascismo, col suo atroce corredo di razzismo e violenza fino alla catastrofe della guerra, sia le piccole storie che in quel tremendo fuoco bruceranno: quella della famiglia Vitale – il padre Giovanni, la madre Maria, i figli Rodolfo, Annamaria, Antonio, Emma, Palmina – dell’eminente zio arciprete e di tanti altri, tutti legati al microcosmo famiglia‑paese, il cui fulcro fisico e simbolico è la casa stessa. «Raccoglievamo le more» è però anche il romanzo della loro caduta: la fine dell’età dell’innocenza dei Vitale e non solo, raccontata attraverso un pulviscolo di punti di vista (compresi pure gli stralci di un diario di guerra originale) che si alternano al narratore onnisciente lungo una struttura perfettamente simmetrica tra le cui righe Agata Motta lascia affiorare le sue grandi passioni letterarie e cinematografiche (da Tomasi di Lampedusa – con un’eco dall’incipit – al Visconti di «Ossessione»). L’arrivo di Aurelio – «esule senza possibilità di ritorno» – nella casa avita in cui «anche l’ultima persiana dei Vitale è stata chiusa», all’interno di un prologo/epilogo ambientati nei primi anni 2000, innesca la ricerca delle radici, dell’identità smarrita e della memoria ferita: non caso «A cu’ appatteni?» («di chi sei figlio?») costituisce la domanda‑motore della narrazione, nel corso della quale i frammenti delle microstorie vengono assemblati per ricomporre il vissuto di un paese innominato, nella Sicilia degli anni ’40 e il cui sfondo non è solo cronaca, ma condizione che investe i personaggi e la loro evoluzione. Perdita, cambiamento, nostalgia, fine di un ciclo: la chiusura della casa, la disgregazione di un’epoca, la fragilità delle certezze, la speranza del rinnovamento nonostante la crisi e la lacerazione delle relazioni si incarnano proprio in Aurelio e nel suo «desiderio di fermare sulle pagine quella parentesi eccezionale in cui non c’ero e in cui avrei voluto spartire con voi l’essere famiglia». Come dire: c’è solo la scrittura a restituire una identità e una appartenenza, a diventare una nuova nascita: più legittima e forse più vera.

Agata Motta, «Raccoglievamo le more», Kalós, Palermo, 2025, euro 20,00

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L’immensa distrazione di Marcello Fois

Ci si può svegliare scarafaggi o ci si può svegliare morti. In fondo, in un modo o nell’altro, si cessa comunque di abitare il proprio corpo, quello noto, posseduto, avuto in dotazione. Con un incipit fortemente kafkiano, Marcello Fois, nel suo ultimo romanzo L’immensa distrazione, Einaudi editore, stipula un patto narrativo ad alto rischio con il lettore, costretto a sospendere la propria incredulità sin dalle prime righe, pena l’impossibilità di seguire i tortuosi tragitti che la mente/coscienza del protagonista Ettore Manfredini affronta in pochi istanti che si distendono fino ad abbracciare l’intera sua lunghissima vita.

Nella gelida alba del 21 febbraio 2017, il vecchio Ettore si sveglia, nonostante sia appena morto, e sente di essere circondato dal silenzio. In quel silenzio potrà finalmente ragionare sulla sua morte (si rammarica di non averlo fatto prima) e ripescare immagini vivide di un passato anche assai remoto. Potrà assistere alle capriole della propria memoria e, cosa stupefacente, ai pensieri e ai sogni altrui come se fossero uno spettacolo teatrale che un accorto regista ha allestito a suo esclusivo uso e consumo. Fois sceglie abilmente di affidare il racconto ad un narratore onnisciente affinchè il distacco risulti più netto e la componente emotiva si frantumi a favore di una visione più nitida e sfrondata dalle tante versioni private, ingannevoli e illusorie che l’individuo tende a creare nell’atto di riesumare i ricordi. La morte appare al novello defunto come un lucido stato di connessione attraverso il quale “ricongiungere tutto quanto appare slegato nel corso della vita”.

Il pragmatismo che aveva prevalso in tutta la sua lunga e travagliata vita, una vita in cui non era stato felice ma nemmeno infelice, cede il posto alla capacità speculativa, quasi a recuperare quel desiderio, che non era stato possibile realizzare da ragazzo, di studiare e di riflettere, di impossessarsi della cultura e delle parole come chiave di accesso al potere, alla salvezza, alla verità. Nato povero, Ettore inizialmente lavorerà nel mattatoio della famiglia Teglio e poi, per un imprevisto e tragico incidente storico (le leggi razziali e la deportazione dei proprietari ebrei) potrà dedicarsi alla costruzione di un impero delle carni nell’industriosa Emilia in cui Fois ambienta la vicenda, spostando il proprio interesse dalla Sardegna, che aveva accolto la “trilogia dei Chironi”, alla regione che più di altre aveva beneficiato della ripresa postbellica. L’esperienza giovanile dell’uccisione del vitello, in cui comprende il “momento perfetto per scagliare il fendente” sul collo docile della bestia palpitante, lo forgia nel profondo e forse da quell’atto quasi sacrale per la sua formazione umana trarrà la forza per accogliere il piano apparentemente generoso e caritatevole di sua madre: salvare una delle giovani figlie dei Teglio, Marida, accogliendola in casa come una lontana parente, per dargliela quindi in sposa e garantirgli in tal modo il possesso di ciò che avrebbe potuto essere confiscato e disperso. Insomma dall’inganno trae origine la fortuna economica di Ettore e dal suo matrimonio senza amore nasceranno quattro figli – Carlo, Enrica, Edvige e Ester – pacatamente accuditi e sostenuti, perché questo alla fine è il ruolo di un padre, anche se in realtà non tutti avranno lo stesso posto nel suo cuore, ma questo sarebbe meglio non ammetterlo nemmeno a se stesso. La menzogna in tutte le sue molteplici sfumature ha alloggiato nelle grandi case di famiglia, case sempre più ampie e confortevoli per rendere evidente agli occhi di tutti il benessere ottenuto e per occupare i giorni vuoti di donne che hanno accettato di mettersi da parte per puro spirito di sopravvivenza.

Non tutte però. Enrica prende le redini di quella fortuna in evoluzione e la rende solida e soprattutto la allontana dal sangue e dai lamenti delle bestie sgozzate. Nelle aziende dei Manfredini non si uccide più, si producono prodotti industriali di alta qualità, il passaggio dalla morte al nutrimento è reale e metaforico insieme. L’eco di quel mondo, con i suoi odori e rumori, torna però con insistenza in quell’alba di morte quasi a sancire il legame mai troncato con il passato. Nella scansione di eventi tragici o apparentemente insignificanti, Ettore rintraccia le occasioni perdute, le parole non dette, i pensieri inespressi, le tante morti che hanno preceduto quella definitiva, le azioni legate a un modo sbagliato di assorbire e restituire amore che adesso gli appare come il più irreparabile degli errori.

Solo uno scrittore puro, quale Fois si conferma, può restituire gli affanni e le contraddizioni dei suoi personaggi con tale efficacia, che siano uomini o donne, bambini o adulti non importa né conta il ceto sociale al quale appartengono. Di tutti indossa abiti, pelle e pensieri e vi respira dentro con una scrittura dallo stile sontuoso, perfetta negli incastri sintattici e nel lessico ricercato, che è la qualità più alta e indiscutibile del romanzo, struggente sin dalla copertina, bella da togliere il fiato.

Vivere è un’immensa distrazione dal morire. E perciò un sacco di tempo lo si spende a fare, pensare, agire, cose indifferenti. Così può accadere che non si ami abbastanza, né si odi abbastanza. Può capitare persino di investire un’immensità di energie a trovare soluzioni inutili per problemi inutili(pp. 78-79).

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“Sea Paradise” di Eleonora Lombardo

Rubrica su TheBookAdvisor:Te lo dico in breve

“Sea Paradise” di Eleonora Lombardo: una distopia lucida e disincantata

Credere nella Società e nel Bene comune e assicurare il futuro alle prossime generazioni sono alcuni punti del protocollo motivazionale della Sea Paradise, una lussuosa nave da crociera, che lo Stato destina agli ultrasettantenni, sulla quale sarà possibile realizzare gratuitamente qualsiasi desiderio. Salire a bordo però significa anche essere consapevoli che potrebbe essere l’ultimo viaggio prima della fine, perché in questo mondo futuribile, votato alla tecnologia e all’efficienza, l’eliminazione degli improduttivi è un imperativo condiviso e ineludibile.

“Mi sono ritrovata dentro una poesia che è un luogo e un tempo. Deve essere da lì che veniamo noi vecchi, dalle parole che hanno significati sganciati dalla realtà, veniamo tutti dalla necessità dell’interpretazione, dalle immagini sfocate, dai riflessi, dall’ardire di una libertà di senso. Di una licenza poetica. Siamo pericolosissimi, noi che ci possiamo illuminare senza sprecare energia.”

Sea Paradise di Eleonora Lombardo, Sellerio editore, è un romanzo affascinante che propone una distopia lucida e disincantata che si porge con malinconica dolcezza, che offre con vaporosa leggerezza riflessioni profonde sulla vecchiaia, sul pudore riservato ai sentimenti forti, sul residuo senso di umanità destinato a naufragare nell’etica ipocrita di un’indispensabile selezione non esattamente naturale.

“Vecchi ovunque, provo pudore perché è la stessa cosa che vedranno in me, una vecchia senza traccia dell’immensità che la ha abitata.”
Elvira e Amanda sono due donne ancora fresche e per nulla sazie di vita che l’oltraggio anagrafico imprigiona nella categoria delle indesiderate e inutili per il giovane Stato he tiene le redini del potere, sono due inseparabili amiche che hanno fatto del rispetto reciproco un credo saldissimo.
L’intervento di Achille, personaggio chiave non a caso chiamato come l’eroe omerico amato dall’autrice, potrà forse modificare un copione già scritto e infinite volte interpretato.Bella lettura che applica il paradosso dello sviluppo sostenibile sugli esseri umani.

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“La ragazza di Savannah” di Romana Petri

Il viale che conduce alla fattoria è disseminato di pavoni. Una donna li scruta con avidità, sperando di scovarne uno che apra la coda per mostrare la propria magnifica ruota di colori. La ricerca della bellezza, a lei negata nel fisico, e della perfezione, invece concessale nell’arte, sembrano incarnarsi nell’animale da cui ossessivamente si è circondata, un simbolo di trascendenza e di immortalità da cui trarre gioia e conforto.  Flannery O’Connor fu una donna atipica, percorsa da una ricerca spirituale e da una vis polemica che resero la sua scrittura unica e difficilmente inquadrabile.

Leggere La ragazza di Savannah di Romana Petri – vincitore dell’Orbetello

 Book Prize 2025 – suscita come immediato effetto collaterale il desiderio di leggere o rileggere l’opera di questa imponente voce della letteratura americana del Novecento. Ciò è dovuto al lavoro condotto dalla Petri con sobrio equilibrio tra fonti e immaginazione per restituire azioni, pensieri, sogni, difficoltà, bizzarrie, parole della scrittrice americana, morta non ancora quarantenne con l’amara consapevolezza di non riuscire a completare il suo terzo romanzo. Se, invece, per un momento si provasse a dimenticarne il nome, la fama e il successo, se la osservassimo come una qualsiasi donna marchiata dalla malattia, ecco che emergerebbe una granitica volontà di vivere unita alla capacità di accettazione della malattia stessa, affiorerebbe una donna credente che abbraccia la sua croce e la ama con lo squisito affinamento della sensibilità prodotto dal dolore, esploderebbe l’impari lotta contro il tempo che lima i giorni riducendoli a briciole da raccattare, che limita l’orizzonte progettuale fino a ridurlo a una manciata di settimane o di giorni, che indica luoghi impossibili da raggiungere e chimere che solo altri potranno sognare. Sta anzitutto qui la potenza di questo romanzo che potrebbe essere dedicato a ogni creatura sofferente che non si arrende e che brilla minuscola ma gigantesca come una lucciola in una serata estiva.

Ciò premesso, Petri, con un linguaggio fluido anche quando si inerpica su tematiche filosofiche e teologiche, ricrea le condizioni di immedesimazione che le sono congeniali, le stesse che l’hanno fatta respirare nel Klondike di Jack London e volare nei cieli belligeranti di Antoine de Saint-Exupéry, e che la portano non tanto a scrivere del personaggio quanto a esserlo, ad abitarne la pelle, il cuore e la mente come se fossero i propri, perché forse un po’ lo sono davvero. Gli scrittori, almeno quelli di spessore, hanno un comune patrimonio emotivo nel quale riconoscersi e all’occorrenza possono scegliere camaleonticamente di trasformarsi dentro quella stupefacente zona della mente in cui l’essere di chi scrive coincide con l’essere di chi è oggetto di indagine. In questo territorio misterioso è persino possibile ipotizzare che usino lo stesso linguaggio e le stesse parole, in questo caso un’unica voce per due scrittrici diversissime che hanno fatto della scrittura una ragione di vita.

Ci sono momenti nel testo in cui però volutamente le personalità si scindono e le voci si separano, sono brevi sequenze segnate da un rapido passaggio al presente del tempo verbale. Qui Petri si allontana e osserva a distanza, rende cronaca il racconto, mette a fuoco dettagli che hanno bisogno di imparzialità e distacco, con uno scarto improvviso inquadra dall’esterno piccoli o grandi accadimenti, come ad avvisare il lettore che la realtà esiste al di fuori del punto di vista della protagonista, una realtà che non subisce le deformazioni inevitabilmente apportate dal suo particolarissimo sentire.

Sono tanti i personaggi con i quali la scrittrice O’ Connor entra in contatto, spesso attraverso incessanti relazioni epistolari, occasionali incontri o durature ospitalità, ma soprattutto ai genitori Petri riserva pagine magnifiche. Regina, madre che come un generale dirige la fattoria in cui Mary Flan è costretta a trascorrere la maggior parte del suo tempo, posa sul mondo uno sguardo diverso, quasi compensativo rispetto a quello della figlia, uno sguardo pragmatico, da donna energica costretta a prendere in mano le redini della famiglia e a dedicare la propria vita a una figlia della quale sostanzialmente non comprende l’opera letteraria, ma che ama senza indugiare in smancerie e che ammira per la sua determinazione e per la sua incredibile capacità di sopportazione. Ne è fiera e orgogliosa e prega di poter morire un attimo dopo di lei, non prima, perché comprende che senza il suo stabile accudimento la giovane donna talentuosa che ha partorito sarebbe perduta. Quella paterna è invece una figura dolce e comprensiva, l’affettuoso alleato presago dei futuri successi, destinato però a scomparire presto per la malattia che poi apparterrà anche alla figlia, lasciando dolore e nostalgia. Spontaneo ravvisare in lui il ricordo del Ciclone, l’amatissimo padre dell’autrice, così, per quelle strane coincidenze che talvolta la vita porge, i sentimenti delle due donne possono mescolarsi e diventare autentici al di là della finzione narrativa, ma con effetti diversi: O’Connor sceglie di non parlarne per proteggersi dal dolore, Petri gli dedica un intero, magnifico romanzo per elaborarlo.

Il fil rouge che attraversa da cima a fondo il testo è comunque il rapporto con il divino vissuto da Flannery O’Connor in maniera del tutto anticonvenzionale e riversato nelle sue pagine con l’interesse dimostrato per personaggi balordi che si scontrano contro il richiamo della redenzione. La presenza della violenza dentro la quale trovare la necessità della fede, le situazioni scomode che non potevano soddisfare i benpensanti creano una spaccatura nel mondo cattolico di cui lei vuole essere interprete e protagonista. Sin dall’infanzia Mary Flan aveva tentato di instaurare un rapporto diretto con Dio, la sequenza iniziale del tentativo di prendere a pugni l’angelo custode per convincerlo a lasciarla in pace ne è una prima gustosa dimostrazione, e per tutto il corso della sua esistenza quel rapporto esclusivo, fatto anche di preghiere inventate ma cucite addosso alle proprie personalissime esigenze, ha caratterizzato l’opera di una scrittrice cattolica desiderosa “di imparare a usare le parole per raccontare Dio”. L’amore terreno, da cui per qualche tempo fu ossessionata, si trasformava inesorabilmente in amicizia letteraria e da quella negazione traeva ulteriore spinta a concentrarsi su Dio, vero fulcro e motore della sua esistenza. Una vita che procedeva dunque per sottrazione, di affetti, di passione amorosa, di salute, di indipendenza, ma che da queste assenze ricavava pienezza e ispirazione. Ispirazione che arrivava come un’onda da arginare per darle la forma voluta attraverso un maniacale lavoro di labor limae, di trascrizioni che la inducevano a indugiare per mesi su uno stesso racconto o per anni su un romanzo. La ricompensa finale fu la perfezione, cercata e raggiunta nel modo da lei accarezzato e ambìto: la propria ruota di pavone da consegnare ai posteri.

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“L’isola e il tempo” di Claudia Lanteri

Il tempo delle parole

“L’isola e il tempo” di Claudia Lanteri: un romanzo d’esordio di rara potenza

Si può incespicare sui ricordi come su un sasso in un terreno accidentato e, se il passo è incerto, si rischia di inciampare ancora e ancora una volta. La memoria tradisce, aspetta al varco, tende tranelli, fa i capricci, si ripresenta con abiti nuovi, insiste con il suo bel teatrino di comparse sempre uguali che appaiono diverse a seconda del punto di osservazione. La memoria, che è riproposta di un tempo andato, talvolta si rende presente e allora non basta allontanarla con una mano perché bisogna prima o poi farci i conti.

Con L’isola e il tempo Claudia Lanteri, libraia di professione, consegna un insolito romanzo d’esordio di rara potenza dentro il quale scendere in apnea, come il protagonista Nonò/Nofriu, libero di respirare solo quando immerso nella silenziosa e oscura profondità marina.

L’isola è un lembo di terra arida all’estremità meridionale della Sicilia. Sterpaglie, capperi, vigneti su cui sudare alla manciata di gente che la popola sono più cari del mare. L’immensa distesa azzurra va guardata da lontano, con diffidenza, o solcata da esperti pescatori che ne conoscono insidie e minacce. Da quelle lontananze pregne di mistero, in una giornata come tante, alla fine degli anni ’50 giunge un barchino con a bordo un uomo disperato e la giovane moglie ormai morta. Un incendio ha distrutto la nave, di cui lui era lo skipper, che portava a bordo anche la facoltosa famiglia Domoculta. Il paese si stringe intorno al suo dolore e la malcelata curiosità si insinua tra le pieghe di una storia che commuove alcuni e insospettisce altri.

Nonò è tra i sospettosi, quel vedovo affranto non gliela racconta giusta, così avvia un’indagine privata nella quale tenta di coinvolgere il professore Dalmasso, che paziente lo sta iniziando ai segreti dell’entomologia e della botanica. Sguardi allusivi, frasi lasciate in sospeso, ricerche lacunose sono cibo succulento per la sua personale fame di conoscenza.  Nonò scalpita, non crede alla versione ufficiale, prova a percorrere sentieri non battuti, senza trovare le prove per ribaltare quella verità che a lui puzza di menzogna. Nonò, il ragazzino intelligente e curioso, si ritrova così adulto, Nofriu, un uomo considerato bizzarro e un po’ svitato, mai pago di raccontare quella storia che ha spezzato la sua adolescenza con un prima e un dopo barchino. Il mondo aperto delle possibilità si ripiega in quello chiuso del già compiuto.
E allora non resta che rassettare la piccola casa, raccontare più e più volte a conoscenti o a occasionali ascoltatori quella storia lontana ma non appannata, in un continuo andirivieni nel tempo alla ricerca di ordine e chiarezza. Ma non ci saranno orecchie complici per lui, solo distratta attenzione o peggio scherno, a chi potrebbe interessare una storia che puzza di vecchio raccontata da un uomo roso dalla solitudine? E della verità, nascosta tra le viscere di quel mare portentoso e infido, cosa dovrebbe farci se non incastrarla nella memoria fino a farla sanguinare? Una scatola da custodire è l’unico filo che lo lega al passato e l’unico ponte verso un futuro che non potrà compiersi, ma che non impedisce l’attesa e non uccide la speranza.
L’autrice, indossando il punto di vista del narratore come lenti sfocate e deformanti, riesce a far viaggiare lo spettatore tra ricordi che ricostruiscono fatti e ripropongono manciate di dettagli sempre più fitti e precisi fino a fornire la soluzione dell’enigma, che in realtà, persino per il lettore, è meno importante dell’atto stesso della reiterata narrazione. Ed è inoltre una soluzione che non segna l’appagamento del protagonista, per il quale l’assenza di giustizia è un dramma della coscienza, il delitto senza castigo non può pacificare giornate che sarebbero sempre le stesse se non fossero attraversate dal fuoco sempre acceso del ricordo. Dentro quel tempo teso come un elastico, pronto a distendersi per poi allentarsi e tornare allo stato iniziale, Lanteri inserisce a spizzichi e bocconi paesaggi e personaggi, i primi riprodotti con frasi appoggiate come colore raggrumato e rugoso, i secondi presentati nel loro quotidiano agire che suona con le note aspre della fatica e di sentimenti mai esibiti o con quelle stonate della noncuranza e della falsità.
Ed ecco la madre, Angelina, ligia al dovere sino all’esasperazione, capace di amare la sua famiglia di un affetto nascosto ma vivo e pervicace, il fratello, Filippo, che sa dispensare tempo e attenzione, Tina, la donna della bottega, rassicurante e protettiva, il maresciallo Bonomo, intento più a liberarsi di un caso fastidioso che alla ricerca della verità, il vedovo Bruno Surico, compagno di vita di una bella donna insolitamente dedita alla scrittura, Mattia, la bimba superstite che illanguidisce il cuore del ragazzo, la vecchia signorina Biancamaria Domoculta, che piomba come un rapace a sottrarre la nipotina e a portar via con sé la gioia di Nonò. E infine il paese, fatto di visi, gesti e voci che si protendono come tentacoli di un unico gigantesco polpo.
Nel periodare proteiforme e magnetico dell’autrice è gradevole perdersi e lasciarsi avviluppare. Lanteri usa una lingua scagliosa e languida, arruffata e distesa, una lingua capace di contenere opposti e porgere sollecitazioni, nutrita qua e là di un sapido lessico dialettale che non confonde ma orienta in luoghi che non potrebbero prescindere da esso.
È pensabile che un episodio lontano possa modificare la vita di un ragazzo fino a deformarla e a renderla altro da ciò che forse sarebbe stata? Su quell’isola in cui l’imprevisto non è previsto tutto è possibile anche infilarsi dentro un’ossessione senza tregua, in un racconto che a furia di essere ripetuto assume gli incantevoli connotati del mito.

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