“Il bar di Cinecittà” di Walter Veltroni

Cinecittà fu la risposta italiana alla Hollywood dei grandi sogni americani. Nata da un’intuizione di Luigi Freddi e da un evento fortuito, l’incendio negli stabilimenti della Cines, la città del cinema divenne uno dei fiori all’occhiello del regime che, unitamente alla nascita del Festival del cinema nell’ambito della Biennale di Venezia, diede concretezza alla volontà del Duce di rendere la cinematografia “l’arma più forte” a servizio della propaganda.

Dopo la felice fase creativa e operativa messa a servizio delle esigenze del regime, Cinecittà ha attraversato anche momenti bui, ma è sopravvissuta al tempo e all’evoluzione produttiva che ne ha modificato la fisionomia. Anche adesso visitarla regala emozioni forti ai cinefili o semplicemente ai curiosi in grado di cogliere l’indiscutibile nesso tra storia e cinema.

Nel romanzo Il bar di Cinecittà di Walter Veltroni, autore che ha sempre alimentato e vissuto in prima persona il legame tra azione politica e attività culturale, la visione del cinema come specchio dei cambiamenti sociali diviene il fulcro stesso della narrazione. La grande storia – dal fascismo alla guerra, dagli anni della ripartenza economica a quelli del terrorismo – è filtrata, e quindi restituita, dallo sguardo di Giovanni Diotallevi, un ragazzino che da inserviente nel bar di Cinecittà attraverserà gli snodi più complessi della storia italiana fino a diventare adulto e poi anziano. Il padre di Giovanni scarica cassette di frutta ai mercati generali, quindi è normale che voglia qualcosa di diverso per il figlio così, quando si offre l’occasione di un futuro più appagante, non esita un momento a ricorrere all’aiuto di un potente gerarca. Il ragazzo non crede ai suoi occhi, la fortuna lo ha baciato, può assistere ammaliato alla costruzione di un luogo che si configura come macchina dei sogni, può osservare in ogni suo segmento il processo creativo che porta ai film che ama guardare. E poi in quel caleidoscopio immenso e strabiliante incontrerà Mariuccia, la determinata sartina che diventerà sua moglie. I dubbi sull’ideologia fascista e sul Duce talvolta lo attanagliano, ma non può sputare nel piatto in cui mangia e soprattutto quel piatto gli piace proprio tanto, non lo cambierebbe per niente al mondo.

Ha tanto materiale da raccontare agli amici che aspettano la domenica per fantasticare attraverso le sue parole su attrici meravigliose come Clara Calamai, Alida Valli, Luisa Ferida, Doris Duranti. Può scambiare qualche parola con personaggi che appartengono già al mito o che vi entreranno strada facendo quali Goffredo Alessandrini, Carmine Gallone, De Sica, Rossellini o l’allampanato e giovanissimo Fellini intento a scrivere sceneggiature. Può cucire un’amicizia sincera con un Marcello Mastroianni non ancora famoso che neanche dopo il grande successo gli volterà le spalle. Lo sguardo di Giovanni attraverserà anche la guerra e la grande stagione del neorealismo con i suoi tanti protagonisti spesso incrociati al bar di Cinecittà. Il travaso delle conoscenze di Veltroni avviene con una grazia che non appesantisce mai il racconto e il sapiente uso delle tante fonti consultate per ricostruire soprattutto il periodo della nascita e della fase aurea di Cinecittà restituisce immagini e aneddoti deliziosi che restano impressi nella memoria,

Nel corso dei decenni però il fascino di Cinecittà sbiadisce, essa riflette le flessioni e le incrinature di un sogno che diventa realtà con tutta la gamma dei chiaroscuri che essa comporta. Ritroviamo Giovanni disilluso e amareggiato dai ribaltoni politici che lo segneranno in maniera indelebile, estraniato dal luogo in cui aveva realizzato una propria, singolarissima e appagante coincidenza tra arte e vita.

Pur mantenendo un linguaggio amabile e chiaro e un certo livello di coinvolgimento nel lettore, nella seconda parte il romanzo inizia a perdere un po’ di mordente. La crisi del luogo coincide con un leggero stallo della potenza narrativa. Tante ellissi e tanti sommari, questi ultimi talvolta inseriti nei dialoghi che quindi diventano meno spontanei e freschi, precipitano verso un finale con il retrogusto amaro che lascia il caffè sul palato, quel caffè che per tanti anni ha fatto da trait d’union tra star e lavoranti. La sensazione che in poco più di duecento pagine l’universo narrato, per scelta personale o editoriale, sia stato compresso è forte, mentre Veltroni tanto altro avrebbe potuto regalarci anche sulla fase calante di Cinecittà. L’idea di fondo è davvero bella e avrebbe potuto condurre a una poderosa analisi sociale e politica pienamente nelle corde del colto e raffinato autore.

Veltroni ha preferito invece spostare leggermente l’obiettivo sui personaggi e su sentimenti ed emozioni svelati con un certo pudore. La riservatezza e la misura diventano quindi cifra stilistica che lascia però una certa arsura nel lettore.

“Il bar di Cinecittà” di Walter Veltroni, edizioni Harper Collins.

https://thebookadvisor.it/recensioni/il-tempo-delle-parole/il-bar-di-cinecitta-di-walter-veltroni-la-risposta-italiana-alla-hollywood-dei-grandi-sogni-americani/

“Il vecchio al mare” di Domenico Starnone

“Il vecchio al mare” di Domenico Starnone: la fragilità che diventa nobile accettazione

La scrittura agile e aggraziata, la continua ricerca delle parole giuste per rappresentare gli inciampi della vita e i piccoli stupori quotidiani, le note caratteristiche dello stile Domenico Starnone si ripropongono in questo breve romanzo dal sapore vagamente autobiografico, almeno per ciò che riguarda l’età del protagonista, che è anche l’io narrante, e le riflessioni metaletterarie sulla propria attività di scrittore vissuta con slancio e piena adesione ma anche con la consapevolezza della distanza rispetto alle ambizioni giovanili – “comporre almeno un’opera fondativa, di quelle che restano nei secoli dei secoli” – e della conquista di una medietà infine perseguita con un  meccanismo simile a quello messo in atto nella laboriosa vita sentimentale e familiare.

Lo troviamo seduto in riva al mare il vecchio Nico, il vento a scompigliarli capelli e pensieri, mentre riflette sulla propria decadenza fisica e mentre osserva con gli occhi ormai appannati il vivace brusìo di una piccola comunità che, una volta abbattuta l’iniziale diffidenza, saprà accoglierlo per affidare al suo innocente ascolto confidenze, sogni e frustrazioni.

E proprio lì, nella quiete conquistata dopo la frenesia degli anni andati, Nico recupererà brandelli della propria esistenza e del proprio passato, questi sì fondativi più del romanzo mai scritto. Sarà soprattutto l’immagine sbiadita della madre, morta anzitempo, a camminargli accanto, quasi per rivendicare la sua esuberanza tenuta a freno da un marito geloso ma conservata negli occhi stupefatti del figlio intrappolato dalla sua sfolgorante bellezza. Nico prova dunque, riuscendoci solo in parte, a sovrapporre l’immagine materna a quella della giovane e fresca commessa di una boutique dove passa il proprio tempo tra il chiassoso vociare delle clienti e gli sgargianti colori degli abiti che, inevitabilmente, lo riportano alla madre, sarta, intenta a cucire per gli altri ma soprattutto per appagare la propria vanità.

Quando il tempo da vivere si assottiglia, il modo in cui abitarlo si dilata. I piccoli residui di ore e di giorni prima consegnati alla noia e al riposo diventano occasione di ripartenze, ancoraggio a solidità perdute. E allora che ben vengano il desiderio di dilapidare i propri soldi regalando abiti che avrebbe potuto indossare la madre alla graziosa commessa, la concessione di un bacio appassionato ad Evelina, proprietaria della boutique disillusa dall’amore coniugale, la condivisone del rancore di Maurizio, ingrassato nella sua rabbia di insegnante espulso da un sistema che lo ha reso odioso agli altri e a se stesso, l’avvio di progetti assurdi, come quello di imparare a condurre un kajak su quel mare contemplato con dedizione e affrontato con timore. Tanto cosa può più importare ormai?
In Nico è del tutto assente l’epicità della lotta del vecchio Santiago protagonista de “il vecchio e il mare” di Hemingway, testo al quale è ovvio e voluto il riferimento, tutto invece orienta, per una precisa scelta dell’autore, a una garbata, quasi nobile, accettazione dei propri limiti. Si può vivere pienamente anche volando basso, ma senza rinunciare al volo.
Un delicato e rapido finale, prevedibile ma non per questo banale, nutre di una nuova consapevolezza e di ombre leggere la fragilità che ha intriso, come nota dominante, le pagine appena lette.

 

“Fiori per Algernon” di Daniel Keyes

“Fiori per Algernon” di Daniel Keyes: un’agghiacciante provocazione nell’epoca del tumultuoso sviluppo dell’IA

Pubblicato per la prima volta nel 1960 sottoforma di racconto e poi ampliato nella versione che oggi leggiamo, Fiori per Algernon di Daniel Keyes è un romanzo che può essere letto come un’agghiacciante provocazione nell’epoca del tumultuoso e inarrestabile sviluppo dell’IA.

Algernon è un topo di laboratorio sottoposto a un sofisticato intervento per aumentarne il quoziente intellettivo. L’esperimento riesce e il banco batuffolo riuscirà a percorrere intricatissimi e complessi labirinti a velocità sorprendente. Il campo di applicazione successivo è ovviamente quello umano e l’intento è nobile: aumentare il QI dei cosiddetti “idioti”, spesso destinatari di scherno e di umiliazioni. Intento nobile certamente ma anche strada maestra per i ricercatori coinvolti che conduce alla collocazione dei propri nomi nell’olimpo scientifico. Charlie Gordon è il soggetto ideale. Lavora in una panetteria e ha il desiderio ossessivo di diventare intelligente come tutti gli altri.

”Se sei intelligente puoi avere molti amici e parlarci e non ti succede mai di sentirti continuamente solo”. L’intelligenza dunque messa a servizio della ricerca di affetto, di comprensione e di condivisione del proprio angusto mondo.

La parabola che attraverserà, in tutto simile a quella del geniale topolino, è ovvia e non regala alcuna sorpresa, ma la partecipazione alla vicenda umana e scientifica, narrata in prima persona dallo stesso Charlie attraverso i “rapporti sui progressi” da consegnare ai suoi presunti benefattori, stringe un nodo alla gola e il lettore spera e soffre con lui in uno slancio empatico insopprimibile. L’autore riesce in questa operazione di compenetrazione anche grazie a un linguaggio che, inizialmente zeppo di errori ortografici, si evolve stilisticamente con il progredire della terapia che consentirà anche l’arricchimento contenutistico di pensieri semplici che si articoleranno rapidamente in complesse e strabordanti acquisizioni culturali. Ma Charlie per tutti gli illustri studiosi che lo osservano non è un essere umano, è un esperimento di laboratorio, come il piccolo Algernon, e la presa di coscienza del personaggio sarà dolorosa e spiazzante. L’amore accenderà una luce destinata a spegnersi, ma la ricerca della propria identità gli servirà a conoscere l’altro Charlie, quello ignaro degli inesorabili meccanismi della vita dei normodotati

Ma perché questo libro esplode e diventa virale proprio adesso sui social? Forse perché il capolavoro dell’ignaro Keyes, piegato a una nuova e imprevedibile contestualizzazione, può davvero apparire come la provocazione cui si alludeva. Quale luminare oggi dedicherebbe la sua esistenza a un’impresa simile? A cosa servirebbe oggi aumentare il QI degli esseri umani quando l’IA può sostituirci con risultati molto più rapidi ed efficaci? Perché tentare vie tortuose e quasi sicuramente fallimentari quando è possibile delegare studio ed elaborazione di pensiero a un sistema che necessita solo di promp ben formulati? Sarebbe anacronistico e ingenuo metterne in dubbio l’indiscutibile utilità in molti campi di applicazione, la medicina prima fra tutte, ma l’impressione che si tratti di una magnifica creatura sfuggita alle mani del suo artefice è forte. Quante volte, consultata quella che di fatto è una struttura squisitamente matematica e probabilistica, si prova la sensazione di dialogare con un enciclopedico e razionale interlocutore? È divertente o sconcertante?
Keyes, che aveva attinto alla propria esperienza di insegnamento ai ragazzi con difficoltà di apprendimento e ne aveva messo in luce la sensibilità, la bellezza e il candore, oggi appare dunque come un romantico sognatore e in un rigurgito di nostalgia il suo romanzo suona le note più alte di un tempo che ci ha lasciati per sempre.

https://thebookadvisor.it/recensioni/il-tempo-delle-parole/fiori-per-algernon-di-daniel-keyes-unagghiacciante-provocazione-nellepoca-del-tumultuoso-sviluppo-dellia/

Recensione romanzo su LuciaLibri

Agata Motta, una famiglia siciliana e la felicità semplice

Un romanzo che è una promessa di dolcezza, ma che attraversa anche l’amaro. “Raccoglievamo le more” di Agata Motta è il viaggio nella memoria di un uomo che svuota la casa dei genitori e “torna” agli anni Quaranta del Novecento, alla guerra vista dagli occhi di chi la subisce…

Ci sono libri che si leggono, e libri che si abitano. Raccoglievamo le more (20 euro, 344 pagine) pubblicato per la casa editrice Kalòs da Agata Motta appartiene decisamente alla seconda categoria.

Il titolo è una promessa di dolcezza che il romanzo mantiene, ma solo dopo aver fatto assaggiare anche l’amaro. Perché raccogliere more significa portarsi a casa frutti selvatici, certo, ma significa anche graffiarsi le mani tra i rovi. Ed è esattamente questo che fa Motta: ci conduce tra i rovi della storia per offrirci il succo denso delle esistenze ordinarie.

Flashback

La costruzione narrativa è un piccolo prodigio di equilibrio. Dal 2002, con Aurelio che torna al paese per svuotare la casa dei genitori, sprofondiamo lentamente negli anni Quaranta, in quella Sicilia etnea che diventa personaggio essa stessa. Il passaggio è naturale come scivolare in un sogno: un oggetto, una fotografia, una domanda in dialetto – “A cu’ appatteni?” – e il tempo si piega su se stesso.

La famiglia Vitale prende forma sotto i nostri occhi con la concretezza delle cose vere. Maria e Giovanni, i genitori, e poi i cinque figli, lo zio arciprete, i compaesani. Non ci vengono presentati come eroi o come vittime, ma come persone. Persone che si alzano la mattina, che litigano, che sperano in un futuro migliore per i figli, mentre intorno a loro il fascismo prima e la guerra poi stringono la morsa. L’autrice ha il dono raro di farci entrare nelle loro vite senza rumore, con discrezione, fino a quando non ci accorgiamo che quei personaggi sono diventati la nostra stessa famiglia.

La scrittura strumento e sostanza

La scrittura di Agata Motta merita una riflessione a parte. C’è una cura artigianale nella scelta delle parole, un’attenzione al ritmo della frase che rivela la mano di chi sa che la lingua non è solo strumento ma sostanza. Il dialetto affiora qua e là come l’acqua in una sorgente: mai ostentato, sempre necessario. E poi ci sono immagini che ti restano impresse: un tramonto sull’Etna, il rumore degli scarponi tedeschi sulle pietre, il silenzio dopo un bombardamento, le mani della madre che impastano il pane. Sono fotografie verbali che continuano a vivere nella mente molto dopo aver voltato l’ultima pagina.

Ma il vero cuore pulsante del romanzo è la guerra vista dal basso, dagli occhi di chi non la fa ma la subisce. Motta non ci risparmia la crudeltà, ma non si compiace nemmeno di essa. Ci mostra l’occupazione tedesca in Sicilia con uno sguardo che sa tenere insieme la complessità: ci sono le notizie del conflitto imminente che seminano terrore, ma c’è anche la voglia di un’altra storia, di una guerra mai scoppiata. Una storia che non è bianco e nero, sembra dirci l’autrice, e la letteratura serve anche a questo: a vedere le sfumature.

Senza memoria non c’è identità

E poi c’è lei, la domanda che attraversa tutto il libro: “A cu’ appatteni?”. Di chi sei figlio? In un’epoca come la nostra, dove le radici sembrano sfaldarsi, questo romanzo ci ricorda che senza memoria non c’è identità. Che siamo fatti delle storie dei nostri padri e delle nostre madri, dei loro sacrifici e dei loro sogni. Che la casa che svuotiamo non è solo un accumulo di oggetti, ma un deposito di vita.

La parte che più commuove è quella finale, quando il cerchio si chiude e Aurelio, dopo aver riattraversato la memoria, può finalmente lasciare andare. Perché questo è il paradosso: per poter voltare pagina bisogna prima averla letta tutta, quella pagina. Bisogna sapere da dove veniamo per decidere dove andare.

Raccoglievamo le more di Agata Motta ci riporta al valore profondo del tempo. Ci ricorda che la felicità, a volte, è semplice come un pugno di more raccolte lungo una strada di campagna e che quella semplicità vale più di tutte le guerre del mondo.

https://www.lucialibri.it/2026/03/14/agata-motta-felicita-semplice/

“I miracoli dell’Anticristo” di Selma Lagerlöf

È una Sicilia reale e mitica allo stesso tempo quella che la svedese Selma Lagerlöf, non ancora divenuta la prima donna insignita del Premio Nobel per la letteratura, racconta nel romanzo I miracoli dell’Anticristo, ripubblicato in Italia dopo sessant’anni dalla casa editrice Il Palindromo con la nuova e più fedele traduzione di Mitsuharu Hirose e con il sottotitolo L’alba del Novecento in Sicilia.

Frutto del lungo soggiorno sull’isola avvenuto alla fine dell’Ottocento in compagnia di Sophie Elkan, figura importantissima nella vita dell’autrice e ispiratrice della protagonista Micaela, il lungo racconto delle vicende del leggendario “Bambinello di Aracoeli”, la statuetta sacra oggetto di riproduzione, venerazione e poi di ripetuti furti, si innesta sul fertile terreno di una terra pregna di tradizione, fede, povertà e soprusi alle prese con lo scossone prodotto dai Fasci siciliani e con il tentativo di far attecchire l’ideologia socialista.

La contrapposizione netta tra fede e politica, incarnata nei personaggi di Micaela e Gaetano, destinati sin dal primo incontro all’amore ma lungamente separati dall’inconciliabilità di due diverse visioni del mondo, è il filo conduttore che ingloba tante altre storie di personaggi minori ai quali l’autrice concede la scena per un capitolo o per qualche pagina. Lontano dal canone dell’impersonalità della coeva letteratura verista, lo sguardo di Lagerlöf, affilato e attento alle questioni storiche, non rinuncia alla tentazione del magico e del mistero nella rappresentazione della realtà isolana che si offre alla sua indagine.

La Sicilia viene restituita attraverso una inedita lente d’ingrandimento, estranea per origini e per cultura, ma proprio questa distanza, che vuol farsi tentativo di conoscenza e di comprensione, consente al lettore (quello siciliano in modo particolare) di avvertire il fascino di una distorsione che porge frammenti di verità. L’aspra bellezza del territorio esercita una continua malìa sull’assetata viaggiatrice che vi si dedica in modo quasi ossessivo, gli usi e i costumi con i quali entra in contatto le suscitano curiosità e rispetto, i fatti storici intrisi di violenza e di speranze la inducono a farsene cronista e assorta spettatrice. Il risultato però non è omogeneo.

Accanto a pagine delicate e struggenti troviamo brani con descrizioni di luoghi e sensazioni che scivolano nel facile sentimentalismo. Lo stesso vale per la resa narrativa dei tanti personaggi e, paradossalmente, i giovani protagonisti sono meno credibili delle piccole figure sbozzate in squarci che ne restituiscono la complessità interiore. Fortissima l’attrattiva esercitata dalla “montagna” (l’Etna, al femminile per i locali) che in alcuni passaggi sembra quasi antropomorfizzata, la regina cui il terribile brigante offre una corona intrecciata di fiori in un’ascesa bellissima di selvaggia venerazione. L’aspirazione al sacro e la sua necessità nel quotidiano saturano il romanzo di tensione irrisolta, di spunti e di sollecitazioni. Si può adorare l’Anticristo e riceverne in cambio segnali, miracoli, certezze? Possono conciliarsi la religione che libera l’uomo nell’aldilà e quella che punta alla sua liberazione sulla terra?

“Nessuno potrà mai liberare gli uomini dal dolore, ma tutto sarà perdonato a chi infonderà in loro nuovo coraggio per sopportarlo.”

L’autrice scriverà Jerusalem in occasione di un altro prolungato soggiorno in Terra Santa, ma un approccio più problematico con la materia narrata, il dominio della struttura e le più mature scelte espressive ne faranno un romanzo di imponente bellezza.

Selma Lagerlöf, I miracoli dell’Anticristo. L’alba del Novecento in Sicilia, Il Palindromo, pp.448, 16,00 €

https://thebookadvisor.it/recensioni/il-tempo-delle-parole/i-miracoli-dellanticristo-di-selma-lagerlof-lalba-del-novecento-in-sicilia/

“La lunga attesa dell’angelo” di Melania Mazzucco

Quindici capitoli per quindici giorni di febbre, quelli che precedono la morte di Jacopo Robusti, detto il Tintoretto. Con La lunga attesa dell’angelo Melania Mazzucco ripercorre per intero la vita di un artista che si è identificato nella propria arte sublime e nell’amore per la figlia illegittima, Maria, da lui soprannominata Scintilla, che quell’arte ha pure amato, divenendo un’abile ritrattista, per condividere ogni istante con il padre adorato.

L’autrice rappresenta con dovizia di particolari una precisa epoca storica, la fine del ‘500, lembo estremo di un secolo ormai stremato dallo sfavillio rinascimentale e sempre più raggomitolato nel cupo orizzonte della Controriforma, e mostra con fare impudico e insieme visceralmente affettuoso il declino di una Venezia magnetica e lasciva come una donna matura ma ancora desiderosa di piacere. Il lettore ne percorre le umide calli, registra l’oscillare delle gondole, respira la salsedine, si annichilisce davanti agli arabeschi di palazzi incantevoli, lascia scorrere lo sguardo su dipinti che odorano di vernici e colori preparati a mano in un’esperienza sensoriale che penetra sottopelle.

La scrittura è un prezioso merletto, affilata come uno stiletto, precisa come uno scalpello, ricca di colori e sfumature come una tavolozza; le parole, organizzate in una sintassi sinuosa e complessa o scarna e lapidaria, sembrano comporre a loro volta un altro affresco. Il fuoco della febbre che arde il corpo ormai consunto di Jacopo diventa un tutt’uno con la fiamma della scrittura che incendia pagine crepitanti di ricordi, meditazioni e dialoghi memorabili. Nel sentore della morte che sta per portarlo via, il vecchio Tintoretto riflette sull’enigma della vita, sui dubbi che l’esperienza non ha dissipato, sui dolori che il tempo non ha lenito, sulle scelte di cui non si è pentito, sui lavori che hanno illuminato il suo orizzonte umano con lampi di bellezza assoluta.

E poi l’amore, tenero quello coniugale per una moglie troppo giovane ma a lui devota; complicato e contraddittorio quello per i tanti figli, maschi e femmine, ognuno segnato da un destino da lui determinato o sfuggito al suo controllo; infausto quello per la donna che gli ha dato la figlia prediletta, questa sì amata in modo incondizionato e assoluto. Amore ricambiato in modo altrettanto assoluto e perfetto, quasi morboso, perché doveva risultare semplice alla bambina curiosa, vestita da maschietto per poter stare in bottega con il padre, e poi alla donna libera, allergica alle convenzioni sociali, aderire con tutta se stessa a un modello ritenuto insuperabile sia sul piano artistico che su quello umano.
L’autrice immagina che l’artista dialoghi in quegli ultimi giorni con un Dio misericordioso in vigile ascolto delle sue confessioni più intime, delle sue verità più dolorose e lo ipotizza in attesa che la sua “Scintilla”, ormai angelo del cielo, giunga finalmente a prenderlo per condurlo con sé nella sacra dimensione dell’eternità. Forse proprio questa dimensione spirituale dona ulteriore bellezza al romanzo intriso di considerazioni toccanti, rivelatorie, profonde. La materia della vita con i suoi colori cupi e sgargianti e la tensione ultraterrena, sempre presente anche nei dipinti apparentemente più lontani da essa, creano un connubio felicissimo di rara potenza. Lo studio scrupoloso e meticoloso condotto su fonti di varia natura, attraverso il quale l’autrice si accosta alla storia della città e ai suoi personaggi, rende la narrazione assolutamente credibile, lo sguardo posato sugli eventi fondato e concreto, ogni parola pronunciata naturale, ogni emozione tangibile, ogni sguardo profondamente vero. Il desiderio e la speranza di essere condotto per mano nel mistero profondo della morte dalla persona più cara rendono l’artista Tintoretto profondamente umano e tragicamente vicino, perché questo è un anelito universale che accomuna tutti, o almeno tutti quelli che hanno avuto il privilegio di amare e di essere amati.

https://thebookadvisor.it/recensioni/il-tempo-delle-parole/la-lunga-attesa-dellangelo-di-melania-mazzucco-la-vita-e-larte-di-tintoretto/

“Malastrada” di Ugo Barbara

“Malastrada” di Ugo Barbàra: eredità, potere e disincanto tra Ottocento e Novecento

Difficile stabilire se ad attrarre di più siano le tormentate vicende della famiglia Montalto o la pregevole e accuratissima ambientazione storica di questo ponderoso volume che cattura sin dal prologo, affidato ad un narratore interno non identificato che ritroveremo poi nell’epilogo, e che mantiene sempre desta l’attenzione attraverso un’accorta regia narrativa che alterna luoghi e situazioni senza mai rallentare il ritmo.

Ugo Barbara sospende la vicenda di Malastrada, già iniziata in Malarazza, promettendo un terzo volume a conclusione di una saga appassionante curata sul piano stilistico e lessicale, valore aggiunto quest’ultimo per nulla scontato in romanzi di così ampio respiro.

Per gli eredi di Rosaria Battaglia e Antonio Montalto, costretti a curare un immenso impero economico tra Stati Uniti e Sicilia, mantenere una prosperità costantemente minacciata non sarà una passeggiata su soleggiati campi di grano, ma la determinazione, che si colora spesso di ostinazione, farà da bussola nel burrascoso trapasso da un secolo all’altro, dall’Ottocento fiducioso nelle “magnifiche sorti e progressive” al secolo breve che scricchiola e fa incrinare ogni certezza.

I fratelli Montalto sono molto diversi e ognuno di loro presterà le proprie personalissime convinzioni, la propria indole e i propri dolori alla gestione di un’eredità tanto straordinaria quanto ingombrante. La luce profusa dai genitori si riverbera nel bene e nel male sulle loro azioni e il passato intralcia la possibilità di dare ossigeno e casa alla passione amorosa di Benedetta per Ignazio, giovane taciturno e affascinante che ha il torto di essere figlio di un “peri incriati” invece che di un nobile blasonato, di mettere a tacere il senso del dovere del laborioso Leonardo, innamorato della moglie Enza e del prestigio di un nome da difendere con le unghie e con i denti o, nel caso di Paolo, di sopprimere istinti malsani scaturiti per opposizione all’epiteto “ancileddu” con il quale Rosaria definiva il figlio prediletto trasudando tenerezza da tutti i pori.
Entrare nel loro mondo significa anche conoscere con precisione meticolosa le caratteristiche e le conseguenze del massiccio fenomeno migratorio dell’epoca, le infiltrazioni mafiose nella città americana dei grandi sogni, l’aspetto pubblico e quello privato dell’ambigua figura di Joe Petrosino, i danni prodotti dalla fillossera che devastò la viticoltura, gli umori e le proteste legate ai Fasci dei lavoratori e alle azioni sindacali, i vizi segreti della società opulenta e i ricatti che ne derivano, le ambizioni e i compromessi politici, la forza della corruzione e il potere assolutorio e coercitivo del denaro. La Storia, insomma, che l’autore interroga ed esamina con rigore e dedizione, dentro cui incastrare vicende e personaggi che quella Storia respirano.
Nei tanti dialoghi, vivaci e naturali, calibrati e dosati, pacati e impetuosi, si avverte lo sguardo dello sceneggiatore che crea scene perfette per lo schermo in cui far muovere personaggi esattamente definiti e talvolta granitici.
“Ora sei pronto ad ascoltare l’ultima parte della storia.

https://thebookadvisor.it/recensioni/te-lo-dico-in-breve/malastrada-di-ugo-barbara-eredita-potere-e-disincanto-tra-ottocento-e-novecento/

1 2 3 25