“Dopo il diluvio” di Leonardo Malaguti

                                                                              Il mestiere del critico. Letteratura

L’attesa del nemico che non c’è. Dopo il diluvio, l’esordio narrativo di Leonardo Malaguti

Il diluvio, si sa, è catastrofe e punizione ma anche preludio di rinascita e rinnovamento spirituale e materiale. Cosa accadrà dunque nel paesetto “costruito dentro una vera e propria scodella” non appena l’ira divina si sarà placata? Leonardo Malaguti nel suo primo romanzo Dopo il diluvio, finalista al Premio Nazionale di Letteratura Neri Pozza 2017, edito da ἑxòrma, si inserisce nel solco bizzarro e molto apprezzato di certa produzione contemporanea (Daniel Pennac, Gianni Celati, Massimo Roscia) che, scollandosi apparentemente dalla realtà, esplora le pulsioni più sinistre ed inquietanti di uomini senza più coordinate – siano esse spazio-temporali o affettive o politiche o sociali – per farne oggetto di dissacrante ironia senza mai perdere di vista l’aspetto ludico della scrittura, l’atto del narrare in sé e per sé. Lo stesso Malaguti rivela alcune delle influenze letterarie subìte, come il Woyzeck di Büchner e Il tamburo di latta di Gunter Grass, ma insiste molto su echi cinematografici e soprattutto di arte figurativa con specifico riferimento al caos brulicante che popola i quadri del fiammingo Bruegel.http://www.inscenaonlineteam.net/inscena/2018/07/09/lattesa-del-nemico-che-non-ce-dopo-il-diluvio-lesordio-narrativo-di-leonardo-malaguti/

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Liolà al Biondo

Il burattinaio gretto di Moni Ovadia. ‘Liolà’ al Teatro Biondo di Palermo

Con Liolà, spettacolo di solido impianto e di magnetiche atmosfere che risucchiano in un caleidoscopio di luci, colori, voci e movimenti, si chiude la stagione del teatro Biondo che ha prodotto, in collaborazione con il teatro Garibaldi di Enna e del Teatro Regina Margherita di Caltanissetta, quest’originale e riuscitissima operazione artistica diretta magistralmente da Moni Ovadia e Mario Incudine.

Scritta in una delle fasi più feconde e felici della produzione pirandelliana, Liolà è una commedia campestre in cui moduli narrativi e stilemi verghiani, ben presenti nei tipici motivi della roba e della coralità, cominciano ad incrinarsi per accogliere le riflessioni sull’animo umano e le sue più intime pulsioni e quelle su un ordine sociale retto da convenzioni e da apparenze apparentemente infrangibili. In piena guerra mondiale e con il figlio Stefano prigioniero degli austriaci, Pirandello si butta a capofitto nel lavoro traendone quelle soddisfazioni che il privato gli nega e in quest’opera, che lui stesso definisce la più “fresca e viva”, recupera la trama del IV capitolo de Il fu Mattia Pascal inserendovi alcuni tratti caratteriali e il nome del protagonista della novella La mosca.http://www.inscenaonlineteam.net/inscena/2018/05/22/il-burattinaio-gretto-di-moni-ovadia-liola-al-teatro-biondo-di-palermo/ » Read more

Intervista a Osac, il cane del Klondike

Intervista a Osac, il cane del Klondike

 

Se siete tra quelli che pensano che ai cani manchi solo la parola, non ditelo a Romana Petri, potrebbe irritarsi ed interrompere subito ogni approccio comunicativo. Per la Petri i cani la parola ce l’hanno eccome, basta semplicemente saperla ascoltare e decodificare. Nel suo ultimo romanzo Il mio cane del Klondike, edito da Neri Pozza, la Petri racconta una storia bella e semplice in cui il dialogo tra essere umano ed animale è perfettamente possibile e praticabile. Non c’è dubbio che si tratti di una storia d’amore in piena regola, con tanto di languidi sguardi, di carezze date e ricevute, di abbandono e di sofferenza, di gioia e di promesse infrante. Quella tra Osac, cane di indomita bellezza e incontenibile forza, e la sua padrona, insegnante che vive una delicata fase di passaggio della propria vicenda umana, è una burrascosa passione e la donna appare subito disposta a lasciare che le proprie giornate vengano riplasmate da una presenza caotica, terribilmente affascinante, immediatamente indispensabile. » Read more

“Fratelli” di C. Collovà

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Coabitazione dentro la gabbia della Malattia. “Fratelli” di Claudio Collovà al Teatro Biondo di Palermo – PRIMA NAZIONALE

Con la volontà di stornare l’attenzione dall’autobiografismo del suo Fratelli, subito accolto con grande favore di pubblico e di critica, Carmelo Samonà aveva definito le tematiche affrontate dal romanzo “nell’ostacolo della comunicazione linguistica e nella tensione che caratterizza, comunque, ogni rapporto umano”. La malattia mentale, che nel romanzo tiene avvinghiati eppur distanti il fratello sano e quello malato, può senz’altro assurgere a metafora espressiva, sia essa corporea che verbale, ma lasciarvi intatta anche la dimensione del vissuto fugacemente rubato, dello strazio che incrosta il quotidiano, dei gesti sempre uguali per significati che si vorrebbero sempre diversi può solo accrescerne il fascino e l’impatto emotivo.

Ed è proprio attingendo ad entrambe queste chiavi di lettura che Claudio Collovà, a distanza di quasi vent’anni, torna a dirigere un nuovo allestimento di Fratelli in prima nazionale alla sala Strehler del Biondo. In scena Sergio Basile e Nicolas Zappa, ormai da tempo compagni d’avventura ricettivi e sensibilissimi nell’accogliere, captare e assorbire le drammaturgie che Collovà propone loro con la certezza che ne saranno a loro volta risucchiati divenendo parte attiva del processo creativo. Lo spettacolo può dunque nascere, prima dal silenzio rotto da un continuo e fastidioso brusio esterno (il mondo fuori che preme restando indecifrabile e lontano), poi dai movimenti stereotipati del fragile e minuto fratello malato, poi dalla voce chiara di chi affila le armi della logica per mettere ordine attraverso la parola scritta o pronunciata a ciò che per sua stessa natura non può che sfuggire al rigore di una catalogazione che non sia puramente numerica.

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“Il figlio sospeso” di Egidio Termine

IL FIGLIO SOSPESO

scritto e diretto da Egidio Termine

 

Se esiste una caratteristica comune nell’essere madri, essa sta nella difficoltà di accettare la propria creatura come “altra da sé”, come essere diverso che non appartiene più al corpo che lo ha generato. E quando il figlio non è il prodotto dei propri ovociti e della propria gestazione, come cambia questo senso del possesso? E se per volontà o per destino le madri diventassero due?

Il figlio sospeso, film scritto e diretto da Egidio Termine al suo secondo lungometraggio, mette in campo due madri per un unico figlio inconsapevolmente sospeso, quasi strattonato da un eccesso di amore da una parte e dall’obbligo all’oblìo dall’altra.

http://www.inscenaonlineteam.net/inscena/2017/12/06/due-ritratti-di-madri-fra-sensi-di-colpa-e-argini-simbolici/

“Il secondo figlio di Dio” di S. Cristicchi

Agata MOTTA – Il Cristo dell’Amiata (“Il secondo figlio di Dio” di S. Cristicchi al Biondo di Palermo) PDF Stampa E-mail
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Il mestiere del critico

IL CRISTO DELL’AMIATA


Il secondo figlio di Dio con Simone Cristicchi al Teatro Biondo di Palermo

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Cosa c’era di speciale in David Lazzaretti per attrarre tanta gente disposta a seguirlo e a riconoscere in lui un maestro, quale forza soprannaturale si sprigionava da lui per persuadere umili e potenti della bontà delle sue teorie? E’ questo l’interrogativo che spinge Simone Cristicchi ad indagare sulla vita di un uomo straordinario “giunto all’improvviso a squarciare le tenebre”, ed è un quesito cui l’autore e interprete de Il secondo figlio di Dio, in scena al Biondo di Palermo per la puntuale e generosa regia di Antonio Calenda, si accosta più con la curiosità dell’uomo che dell’artista, tanto da non riuscire a reprimere l’impulso di uscire per pochi minuti dalla rappresentazione e condividere le sue riflessioni con il pubblico.

 

http://www.inscenaonlineteam.net/inscena/2017/11/28/agata-motta-il-cristo-dellamiata/

 

“Le serenate del Ciclone” di Romana Petri

 

Agata MOTTA – I giorni opachi del gigante gentile (“Le serenate del Ciclone” di R. Petri) PDF Stampa E-mail
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Saggistica breve

I GIORNI OPACHI DEL GIGANTE GENTILE


Le serenate del Ciclone di Romana Petri (ed. Neri Pozza)

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Può capitare, talvolta, che certi grovigli irrisolti si addensino come una matassa gonfia e irta di nodi, che diventino indomabili e aguzzi, che reclamino attenzione e rispetto, forse anche urgenza per non trasformarsi in grumi di dolorosa attesa. E allora bisogna trovare il bandolo e con pazienza riavvolgere il gomitolo per darvi nuova forma e consistenza. L’attesa di Romana Petri è durata venticinque anni, una gestazione lentissima, una lunga notte insonne geneticamente ereditata, ma certe cose andavano dette, proprio a chi non può più ascoltarle.

Le serenate del Ciclone, ultimo romanzo della scrittrice romana, offre in copertina una foto che coagula il senso di un’operazione letteraria sicuramente difficile ma senza dubbio liberatoria e appagante: un uomo altissimo, aitante e muscoloso stringe la mano a una piccolina sorridente che sfida l’obiettivo certa di possedere un eccezionale garante per la propria incolumità. Sono padre e figlia: sono Mario e Romana. http://www.inscenaonlineteam.net/inscena/2017/11/30/agata-motta-i-giorni-opachi-del-gigante-gentile/

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“Appunti per un naufragio”di Davide Enia

Saggistica breve

 

LE STORIE CHE TI VENGONO INCONTRO

Davide Enia a “Una marina di libri”

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Sì, è vero, Davide Enia nel suo ultimo romanzo Appunti per un naufragio, edito da Sellerio e giunto in libreria lo scorso maggio, ci propone ancora storie di migranti e di sbarchi dopo la sbornia di spettacoli teatrali, seminari, romanzi e documentari sul tema. Sì, è vero, più si parla di qualcosa più l’argomento diventa trito e familiare e si corre il rischio di assuefazione. Sì, è vero, per dar forma e luce e concretezza a certi eventi mancano le parole: esse sguisciano via perché inadatte, talvolta vergognose oppure stanche e usurate. E allora bisogna lavorare di fino per far sì che certe immagini tradotte da parole apparentemente insufficienti rimangano impresse nelle mente come fotogrammi, come moniti, come promesse. E bisogna avere talento perché questo accada, quel talento che, senza mai tradire le aspettative, possiede Davide Enia, al quale niente è impossibile perché lui i miracoli con le parole è  sempre stato capace di compierli.

Questo romanzo, umilmente e giustamente definito “appunti”, non mira ad aggiungere informazioni a un quadro già abbastanza ampio e ricco o a fornire ulteriori dettagli che déstino compassione; l’ambizione sottesa è più alta, è la necessità di fornire e affinare strumenti utili ad affrontare la Storia, questa che abbiamo sotto gli occhi ogni giorno e che da decenni ormai non è più soltanto cronaca ma ha cominciato a farsi memoria. La compassione e la pietas sono naturalmente presenti, ma come attitudine, come prerequisito ineludibile in qualunque essere umano. Quella dell’autore, che ha di recente presentato il suo  romanzo a Una marina di libri, l’attesissimo appuntamento palermitano con la piccola e media editoria, non è la saggia acquisizione dello storico o l’urgenza del giornalista – sebbene a tratti si possano attribuire al suo lavoro caratteristiche di entrambe le categorie – la sua è un’esigenza tutta interiore, quasi intima, perché tra le storie dei migranti emerge prepotente e bellissima la propria storia personale, quella del quarantenne Davide che si confronta con i propri affetti reali, con il non detto e con i silenzi che sempre costellano le relazioni familiari, specie quelle più intense e vere.

Così abbiamo da una parte lo sguardo attonito sui salvataggi, con il loro carico di sgomento, fatica, rabbia, sudore, svenimenti, cadaveri galleggianti alla ricerca di un camposanto, gravidanze che sono per lo più il frutto di stupri sistematici e continuativi, dall’altra l’opera indefessa della Guardia Costiera con i recuperi mirabolanti e misericordiosi, l’azione dei volontari che porgono aiuto materiale, frasi di accoglienza, calore umano, e degli stessi isolani che offrono cibo e vestiario, che prendono atto della trasformazione del loro luogo d’appartenenza, prima solo eden turistico e adesso lembo estremo d’Italia con i riflettori puntati addosso a partire dalla tragedia del 3 ottobre 2013, spartiacque tra un prima (comunque presente e drammatico) e un dopo trasformato in occasione di commemorazione.

Ma tra le pagine, indissolubilmente intrecciate a costituire un unico blocco narrativo, emergono il padre, cardiologo in pensione con l’hobby nascente della fotografia attraverso il quale continuare a posare uno sguardo diagnostico su oggetti e persone; lo zio Beppe, medico anche lui e pertanto terribilmente consapevole dell’avanzata di un linfoma che ne divora le carni ma non la voglia di lottare e Silvia, la paziente compagna che sa sorridere e porgere una carezza mentre solleva gli occhi da una poesia di Rilke, saldo approdo per l’autore che, grato, le dedica il romanzo. E poi, preziosi e levigati dagli anni trascorsi, svettano i ricordi d’infanzia, quelli più limpidi e puri: un padre che insegna a nuotare al proprio fiducioso bambino reprimendo l’impulso di sottrarlo alle bracciate frenetiche e alle sorsate di acqua salata; una zio che scivola tra i sassi dopo aver raccomandato ai piccoli di fare attenzione sul sentiero impervio o che impartisce perle di saggezza come quella relativa al “momento del polpo”, scaturita durante una mitica battuta di caccia alll’animale. Lo zio Beppe spiega al bambino deluso per non essere riuscito ad acchiappare il polpo a lui vicinissimo che “una storia, se vuole, ti viene incontro, e non c’è bisogno di trafiggerla o di scagliarcisi contro”.

Nulla di più illuminante per il bambino inconsapevole Davide che sarebbe diventato scrittore. E gli spiega anche, durante un’epica partita di calcio in cui i piedi goffi e impreparati dello zio castigano quelli generalmente portentosi del nipote, che si può perdere ma non per questo risultare meno uomini.

Chiunque abbia seguito e amato il percorso fertile e trasversale di Davide Enia, fatto di teatro, programmi radio, romanzi, non può non notare un’incrinatura, una ferita aperta, una sofferenza che, se trattenuta, avrebbe potuto implodere e devastare. Si era già notata la stessa crepa in Così in terra, ma qui appare più profonda, perché la realtà  guardata e raccontata rivendica una porzione maggiore di dolore, un pedaggio altissimo da pagare: lo scavo interiore nella propria vita in un momento critico incontra il recupero corale di tante altre storie che cominciano a scorrergli accanto, la commozione e la pietà per i propri morti si sostanziano della commozione e della pietà per altri morti che appartengono a tutti proprio perché non possono essere più restituiti a nessuno.

Così l’arte lo prende ancora per mano e gli indica saggiamente la strada, gli suggerisce di affidare, naufrago anch’egli tra i tanti, la propria frustrazione da testimone impotente alla potenza catartica della scrittura. E come sempre, la scintilla che scocca tra chi scrive e chi legge si accende e brucia e diventa fuoco: gli amici Paola e Melo, proprietari di un b&b e impegnati in prima persona nell’accoglienza, diventano i nostri amici, il tragico dilemma dell’enorme sommozzatore diventa il nostro dilemma, lo strazio del samurai, Comandante della Guardia Costiera che protegge col silenzio la propria famiglia, è lo stesso di quanti, dopo aver visto, non possono più dimenticare o imprimere una direzione “normale” alla propria vita. La sofferenza da stress post-traumatico non dà tregua, l’aver visto non consente la dolcezza dell’oblio. “Se hai davanti tre persone che stanno per annegare e cinque metri più avanti una madre giovanissima con un bambino in braccio, che fai? Verso chi ti dirigi? Puoi solo calcolare, è una questione matematica: tre vite sono più di due”. Questa la scelta lancinante del sub, anzi le scelte, perché situazioni di questo genere sono all’ordine del giorno. E nessuno vorrebbe trovarsi nei suoi panni.

E allora eccoci al punto iniziale. Si possono leggere statistiche e dossier, si possono vedere quintali di documentari, ma esserci è cosa diversa, esserci comporta l’obbligo di dare un senso nuovo alla propria esistenza, esserci significa semplicemente scegliere tra due reatà confinanti: la vita o la morte. Ogni questione o ogni polemica sui numeri biblici di questi esodi, sulla difficoltà di accogliere dignitosamente chi fugge, sulla possibilità reale di un’integrazione lavorativa si riducono a questo, la scelta tra concedere la vita – e quindi salvare, accogliere, accettare – o girare le spalle ad una morte che riguarda loro, gli altri, quelli dei barconi. “In un universo in cui tutto è sempre stato in movimento, dalle zolle continentali ai pianeti, si possono fermare gli essere umani?” chiede Enia al suo numeroso e attentissimo pubblico, e continua con il mito di Europa, la ragazza fenicia fuggita sul dorso di un toro bianco, un mito che è la nostra origine. “Siamo figli di una traversata in barca” conclude.

Ci sono amarezza, stupore e rabbia in questo romanzo di Enia, tante da spegnergli sul nascere la sorniona ironia che gli avevamo conosciuto negli anni in cui da ragazzo-prodigio sbancava ai botteghini, ma c’è anche la bellezza degli affetti sussurati e riconquistati, del pianto trattenuto a stento, di “parole che aprono spiragli sull’abisso”, di un obbligo morale che si spera possa scuotere l’abitudine al dolore che ormai accomuna buoni e cattivi, indignati e indifferenti.

E allora ci piace scegliere tra le proposte etimologiche suggerite dallo stesso autore per Lampedusa – l’isola che poggia sulla piattaforma africana ma che è Sicilia sotto il profilo amministrativo e culturale – e illuderci che il significato non sia lepas, lo scoglio eroso dalla furia degli elementi che scortica, quanto piuttosto lampas, la fiaccola che risplende nel buio, la luce che sconfigge lo scuro. Lo scuro delle partenze, dei distacchi, degli abbandoni, della morte.

Autore: Agata Motta

http://www.inscenaonlineteam.net/inscena/2017/07/01/agata-motta-saggistica-breve-le-storie-che-ti-vengono-incontro-qappunti-per-un-naufragioq-di-d-enia-5/

Non è un paese per giovani di G. Veronesi

VITE “IN FIERI”…ANIME IN PENA

'Non è un paese per giovani', Veronesi e i suoi ragazzi in fuga a Cuba

Note su “Non è un paese per giovani”, un film di Giovanni Veronesi

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I volti e le voci che occupano, con i titoli d’apertura, le prime scene di Non è un paese per giovani, ultimo film di Giovanni Veronesi, sono quelli di giovani italiani che hanno scelto un futuro all’estero, alcuni con consapevole rabbia altri con sguardo nostalgico. Nonostante l’infelice e un po’ fuorviante titolo, preso in prestito dal programma condotto dallo stesso regista su Rai Radio2, questo è un film profondo, attualissimo, tenero e violento. » Read more

Qualcosa sui Lehman di Stefano Massini

Lehman Trilogy

 

A iniziare dall’avventura letteraria di Stefano Massini, dalla quale Ronconi ha desunto la sua ultima regia

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Il 2008 segna il fallimento della Lehman Brothers, legato alla crisi dei mutui subprime, e avvia l’avventura letteraria di Stefano Massini, multicorde drammaturgo rappresentato con successo anche oltreoceano, che di quella catastrofe ripercorre l’affascinante storia in Qualcosa sui Lehman, edito da Mondadori. Ma come possano eventi prevalentemente economici tradursi con disinvoltura in un vortice seduttivo di calcoli numerici, di azzardi d’impresa, di teorie speculative, di giochi di borsa e quant’altro sia legato all’universo criptico degli esperti in materia è un misterioso prodigio di cui solo l’autore custodisce il segreto. Chi legge il libro può solo limitarsi a fare qualche illazione o meglio abbandonarsi al fluire della narrazione.

http://www.inscenaonlineteam.net/inscena/2017/05/27/agata-motta-divagazioni-sui-lehman/

 

 

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