III Edizione Premio Nazionale di Letteratura Neri Pozza: i 12 finalisti

III edizione Premio Nazionale di Letteratura Neri Pozza: l’annuncio dei 12 libri in gara e l’esito della Sezione Giovani

Milano, 8 giugno 2017

Ecco i dodici inediti che si contenderanno il Premio Nazionale di Letteratura Neri Pozza: Il fruscio dell’erba selvaggia di Emiliano Cabuche (pseudonimo), Sconosciuta straniera di Vittoria Caiazza, Figlia di molte madri di Angela Colella, Ultima Esperanza di Paolo Ferruccio Cuniberti, Mille papaveri rossi di Enzo D’Andrea, E che il lupo ci protegga di Valentina Di Cataldo, Pelleossa di Veronica Galletta, Cristiana sepoltura di Piero Malagoli, Dopo il diluvio di Leonardo Malaguti, Lux o come farla finita col passato di Eleonora Marangoni, Nella cucina del diavolo di Livio Milanesio e Raccoglievamo le more di Agata Motta.

Per la Sezione Giovani, rimangono in gara i romanzi: Figlia di molte madri di Angela Colella, E che il lupo ci protegga di Valentina Di Cataldo, Dopo il diluvio di Leonardo Malaguti e Lux o come farla finita col passato di Eleonora Marangoni. La commissione istituita dalla casa editrice Neri Pozza, in collaborazione con la FONDAZIONE PINI/CIRCOLO DEI LETTORI, li ha ritenuti meritevoli di figurare tra i 12 finalisti dell’edizione maggiore del Premio. I quattro romanzi concorrono dunque anche per la sezione principale del Premio.

Basato sul modello dei premi letterari spagnoli, ideati e organizzati direttamente da editori, il Premio Nazionale di Letteratura Neri Pozza, promosso dalla stessa casa editrice e da Confindustria Vicenza, è dedicato a opere inedite di narrativa letteraria. Alla data conclusiva, 8 maggio 2017, sono arrivati 1304 testi. Una commissione designata dalla casa editrice ha selezionato dodici opere che da oggi saranno sottoposte al giudizio di un Comitato di Lettura composto dall’agente letterario Marco Vigevani, dagli scrittori e giornalisti Francesco Durante e Stefano Malatesta, dallo scrittore e critico letterario Silvio Perrella, dalle scrittrici Romana Petri e Sandra Petrignani, dalla editor e giornalista Laura Lepri e dal direttore editoriale Giuseppe Russo. Dalla cinquina finale, che sarà comunicata  il prossimo 12 settembre, verrà poi selezionato il vincitore che, il 15 settembre, durante la cerimonia ufficiale presso il Teatro Olimpico di Vicenza, riceverà in premio un assegno di 25 mila euro e la pubblicazione dell’opera nel catalogo della casa editrice Neri Pozza.

Nel 2015 nasce la Sezione Giovani, indetta all’interno del Premio Nazionale di Letteratura Neri Pozza in collaborazione con la Fondazione Adolfo Pini – Circolo dei Lettori. La sezione è riservata ai partecipanti al Premio che abbiano età inferiore ai 35 anni e prevede per il vincitore la pubblicazione dell’opera da parte di NERI POZZA EDITORE. Alla data conclusiva, 8 maggio 2017, sono arrivati 215 testi in concorso per la Sezione Giovani. La selezione delle opere è avvenuta a cura del COMITATO DI LETTURA del Premio Nazionale di Letteratura Neri Pozza in collaborazione con la FONDAZIONE PINI/CIRCOLO DEI LETTORI grazie a una giuria composta da 10 membri scelti fra i lettori (7) e gli iscritti (3) ai corsi di scrittura creativa di Laura Lepri.

In questa III edizione del Premio Neri Pozza ben quattro dei romanzi in lizza appartengono ad autori di età inferiore ai trentacinque anni. «Si sta affacciando sul panorama letterario italiano una nuova generazione di giovani scrittori capaci di produrre opere di qualità» afferma il direttore editoriale, Giuseppe Russo «Un risultato significativo, se si considera che Neri Pozza pubblicò senza esitare il manoscritto inedito di un Parise ventenne».

I quattro romanzi rimasti in concorso per la Sezione Giovani sorprendono per la complessità e la molteplicità delle tematiche affrontate:

Figlia di molte madri, in cui la giovane Elettra sfrutterà la capacità di vedere il futuro per scoprire le proprie origini e ricostruire la vita di suo padre, morto suicida come lei stessa aveva previsto; E che il lupo ci protegga, romanzo contemporaneo che vede la determinata professoressa Sandra Cienz alle prese con il difficile incarico di insegnare italiano a una classe di studenti indisciplinati in un istituto tecnico nella periferia di Milano; Dopo il diluvio, romanzo corale che, attraverso le vicende di un villaggio allagato da una pioggia torrenziale, pone a confronto la brutalità della natura e quella dell’animo umano, talvolta accecato dai più biechi istinti e Lux o come farla finita col passato, dove un protagonista alle prese con una singolare eredità, un vulcano inattivo, una sorgente d’acqua e un hotel decadente in un’isoletta del Sud Italia, troverà modo, grazie a una serie di incontri fortuiti, di affrontare il passato e fare i conti con il presente.

Tra i finalisti figurano romanzi storici come Mille papaveri rossi, aspra storia di riscatto ambientata nel secondo dopoguerra tra la Basilicata e il Belgio, dove il contadino Sabatino D’Antonio emigrerà per lavorare nelle miniere di carbone; Ultima Esperanza, in cui è raccontato l’avventuroso viaggio dello zoologo e naturalista Federico Sacco, salpato nel 1869 per esplorare il Cile e la Patagonia, e Nella cucina del diavolo, dove i fratelli ebrei Dino e Genio, deportati in Germania, riusciranno a sopravvivere all’orrore della Seconda guerra mondiale. Dino, lavorando come cameriere nel ristorante di un campo di addestramento per soldati nazisti; Genio lavorando in una fabbrica.

Opere costruite magistralmente attorno a uno o più personaggi, come Sconosciuta straniera, sulla vita del celebre scrittore Honoré de Balzac e sulla sua storia d’amore con la contessa polacca Ewelina Hanski, rapporto basato quasi esclusivamente su una fitta corrispondenza epistolare; Il fruscio dell’erba selvaggia, in cui tre diversi personaggi si alternano, sullo sfondo di una cupa Milano, in tre vicende mirabilmente collegate tra di loro, coprendo un arco temporale che va dagli anni Cinquanta agli anni Novanta e Raccoglievamo le more, storia della famiglia Vitale attraverso i difficili anni della Seconda guerra mondiale in Sicilia, la cui drammaticità è efficacemente resa attraverso il diario di guerra di Antonio Vitale.

Romanzi che si presentano attraverso la voce innocente e autentica dell’infanzia, come Pelleossa, che attraverso gli occhi di Paolino racconta la vita del paese di Sciacca fra il 1943 e il 1947, e Cristiana sepoltura, dove i fratelli Kayla e Lucas, rimasti soli dopo la morte del padre, devono evitare che qualcuno venga a sapere che in casa non ci sono più adulti, o perderanno la fattoria in cui hanno sempre vissuto.


“Appunti per un naufragio”di Davide Enia

Saggistica breve

 

LE STORIE CHE TI VENGONO INCONTRO

Davide Enia a “Una marina di libri”

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Sì, è vero, Davide Enia nel suo ultimo romanzo Appunti per un naufragio, edito da Sellerio e giunto in libreria lo scorso maggio, ci propone ancora storie di migranti e di sbarchi dopo la sbornia di spettacoli teatrali, seminari, romanzi e documentari sul tema. Sì, è vero, più si parla di qualcosa più l’argomento diventa trito e familiare e si corre il rischio di assuefazione. Sì, è vero, per dar forma e luce e concretezza a certi eventi mancano le parole: esse sguisciano via perché inadatte, talvolta vergognose oppure stanche e usurate. E allora bisogna lavorare di fino per far sì che certe immagini tradotte da parole apparentemente insufficienti rimangano impresse nelle mente come fotogrammi, come moniti, come promesse. E bisogna avere talento perché questo accada, quel talento che, senza mai tradire le aspettative, possiede Davide Enia, al quale niente è impossibile perché lui i miracoli con le parole è  sempre stato capace di compierli.

Questo romanzo, umilmente e giustamente definito “appunti”, non mira ad aggiungere informazioni a un quadro già abbastanza ampio e ricco o a fornire ulteriori dettagli che déstino compassione; l’ambizione sottesa è più alta, è la necessità di fornire e affinare strumenti utili ad affrontare la Storia, questa che abbiamo sotto gli occhi ogni giorno e che da decenni ormai non è più soltanto cronaca ma ha cominciato a farsi memoria. La compassione e la pietas sono naturalmente presenti, ma come attitudine, come prerequisito ineludibile in qualunque essere umano. Quella dell’autore, che ha di recente presentato il suo  romanzo a Una marina di libri, l’attesissimo appuntamento palermitano con la piccola e media editoria, non è la saggia acquisizione dello storico o l’urgenza del giornalista – sebbene a tratti si possano attribuire al suo lavoro caratteristiche di entrambe le categorie – la sua è un’esigenza tutta interiore, quasi intima, perché tra le storie dei migranti emerge prepotente e bellissima la propria storia personale, quella del quarantenne Davide che si confronta con i propri affetti reali, con il non detto e con i silenzi che sempre costellano le relazioni familiari, specie quelle più intense e vere.

Così abbiamo da una parte lo sguardo attonito sui salvataggi, con il loro carico di sgomento, fatica, rabbia, sudore, svenimenti, cadaveri galleggianti alla ricerca di un camposanto, gravidanze che sono per lo più il frutto di stupri sistematici e continuativi, dall’altra l’opera indefessa della Guardia Costiera con i recuperi mirabolanti e misericordiosi, l’azione dei volontari che porgono aiuto materiale, frasi di accoglienza, calore umano, e degli stessi isolani che offrono cibo e vestiario, che prendono atto della trasformazione del loro luogo d’appartenenza, prima solo eden turistico e adesso lembo estremo d’Italia con i riflettori puntati addosso a partire dalla tragedia del 3 ottobre 2013, spartiacque tra un prima (comunque presente e drammatico) e un dopo trasformato in occasione di commemorazione.

Ma tra le pagine, indissolubilmente intrecciate a costituire un unico blocco narrativo, emergono il padre, cardiologo in pensione con l’hobby nascente della fotografia attraverso il quale continuare a posare uno sguardo diagnostico su oggetti e persone; lo zio Beppe, medico anche lui e pertanto terribilmente consapevole dell’avanzata di un linfoma che ne divora le carni ma non la voglia di lottare e Silvia, la paziente compagna che sa sorridere e porgere una carezza mentre solleva gli occhi da una poesia di Rilke, saldo approdo per l’autore che, grato, le dedica il romanzo. E poi, preziosi e levigati dagli anni trascorsi, svettano i ricordi d’infanzia, quelli più limpidi e puri: un padre che insegna a nuotare al proprio fiducioso bambino reprimendo l’impulso di sottrarlo alle bracciate frenetiche e alle sorsate di acqua salata; una zio che scivola tra i sassi dopo aver raccomandato ai piccoli di fare attenzione sul sentiero impervio o che impartisce perle di saggezza come quella relativa al “momento del polpo”, scaturita durante una mitica battuta di caccia alll’animale. Lo zio Beppe spiega al bambino deluso per non essere riuscito ad acchiappare il polpo a lui vicinissimo che “una storia, se vuole, ti viene incontro, e non c’è bisogno di trafiggerla o di scagliarcisi contro”.

Nulla di più illuminante per il bambino inconsapevole Davide che sarebbe diventato scrittore. E gli spiega anche, durante un’epica partita di calcio in cui i piedi goffi e impreparati dello zio castigano quelli generalmente portentosi del nipote, che si può perdere ma non per questo risultare meno uomini.

Chiunque abbia seguito e amato il percorso fertile e trasversale di Davide Enia, fatto di teatro, programmi radio, romanzi, non può non notare un’incrinatura, una ferita aperta, una sofferenza che, se trattenuta, avrebbe potuto implodere e devastare. Si era già notata la stessa crepa in Così in terra, ma qui appare più profonda, perché la realtà  guardata e raccontata rivendica una porzione maggiore di dolore, un pedaggio altissimo da pagare: lo scavo interiore nella propria vita in un momento critico incontra il recupero corale di tante altre storie che cominciano a scorrergli accanto, la commozione e la pietà per i propri morti si sostanziano della commozione e della pietà per altri morti che appartengono a tutti proprio perché non possono essere più restituiti a nessuno.

Così l’arte lo prende ancora per mano e gli indica saggiamente la strada, gli suggerisce di affidare, naufrago anch’egli tra i tanti, la propria frustrazione da testimone impotente alla potenza catartica della scrittura. E come sempre, la scintilla che scocca tra chi scrive e chi legge si accende e brucia e diventa fuoco: gli amici Paola e Melo, proprietari di un b&b e impegnati in prima persona nell’accoglienza, diventano i nostri amici, il tragico dilemma dell’enorme sommozzatore diventa il nostro dilemma, lo strazio del samurai, Comandante della Guardia Costiera che protegge col silenzio la propria famiglia, è lo stesso di quanti, dopo aver visto, non possono più dimenticare o imprimere una direzione “normale” alla propria vita. La sofferenza da stress post-traumatico non dà tregua, l’aver visto non consente la dolcezza dell’oblio. “Se hai davanti tre persone che stanno per annegare e cinque metri più avanti una madre giovanissima con un bambino in braccio, che fai? Verso chi ti dirigi? Puoi solo calcolare, è una questione matematica: tre vite sono più di due”. Questa la scelta lancinante del sub, anzi le scelte, perché situazioni di questo genere sono all’ordine del giorno. E nessuno vorrebbe trovarsi nei suoi panni.

E allora eccoci al punto iniziale. Si possono leggere statistiche e dossier, si possono vedere quintali di documentari, ma esserci è cosa diversa, esserci comporta l’obbligo di dare un senso nuovo alla propria esistenza, esserci significa semplicemente scegliere tra due reatà confinanti: la vita o la morte. Ogni questione o ogni polemica sui numeri biblici di questi esodi, sulla difficoltà di accogliere dignitosamente chi fugge, sulla possibilità reale di un’integrazione lavorativa si riducono a questo, la scelta tra concedere la vita – e quindi salvare, accogliere, accettare – o girare le spalle ad una morte che riguarda loro, gli altri, quelli dei barconi. “In un universo in cui tutto è sempre stato in movimento, dalle zolle continentali ai pianeti, si possono fermare gli essere umani?” chiede Enia al suo numeroso e attentissimo pubblico, e continua con il mito di Europa, la ragazza fenicia fuggita sul dorso di un toro bianco, un mito che è la nostra origine. “Siamo figli di una traversata in barca” conclude.

Ci sono amarezza, stupore e rabbia in questo romanzo di Enia, tante da spegnergli sul nascere la sorniona ironia che gli avevamo conosciuto negli anni in cui da ragazzo-prodigio sbancava ai botteghini, ma c’è anche la bellezza degli affetti sussurati e riconquistati, del pianto trattenuto a stento, di “parole che aprono spiragli sull’abisso”, di un obbligo morale che si spera possa scuotere l’abitudine al dolore che ormai accomuna buoni e cattivi, indignati e indifferenti.

E allora ci piace scegliere tra le proposte etimologiche suggerite dallo stesso autore per Lampedusa – l’isola che poggia sulla piattaforma africana ma che è Sicilia sotto il profilo amministrativo e culturale – e illuderci che il significato non sia lepas, lo scoglio eroso dalla furia degli elementi che scortica, quanto piuttosto lampas, la fiaccola che risplende nel buio, la luce che sconfigge lo scuro. Lo scuro delle partenze, dei distacchi, degli abbandoni, della morte.

Autore: Agata Motta

http://www.inscenaonlineteam.net/inscena/2017/07/01/agata-motta-saggistica-breve-le-storie-che-ti-vengono-incontro-qappunti-per-un-naufragioq-di-d-enia-5/

Non è un paese per giovani di G. Veronesi

VITE “IN FIERI”…ANIME IN PENA

'Non è un paese per giovani', Veronesi e i suoi ragazzi in fuga a Cuba

Note su “Non è un paese per giovani”, un film di Giovanni Veronesi

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I volti e le voci che occupano, con i titoli d’apertura, le prime scene di Non è un paese per giovani, ultimo film di Giovanni Veronesi, sono quelli di giovani italiani che hanno scelto un futuro all’estero, alcuni con consapevole rabbia altri con sguardo nostalgico. Nonostante l’infelice e un po’ fuorviante titolo, preso in prestito dal programma condotto dallo stesso regista su Rai Radio2, questo è un film profondo, attualissimo, tenero e violento. » Read more

Qualcosa sui Lehman di Stefano Massini

Lehman Trilogy

 

A iniziare dall’avventura letteraria di Stefano Massini, dalla quale Ronconi ha desunto la sua ultima regia

°°°°

Il 2008 segna il fallimento della Lehman Brothers, legato alla crisi dei mutui subprime, e avvia l’avventura letteraria di Stefano Massini, multicorde drammaturgo rappresentato con successo anche oltreoceano, che di quella catastrofe ripercorre l’affascinante storia in Qualcosa sui Lehman, edito da Mondadori. Ma come possano eventi prevalentemente economici tradursi con disinvoltura in un vortice seduttivo di calcoli numerici, di azzardi d’impresa, di teorie speculative, di giochi di borsa e quant’altro sia legato all’universo criptico degli esperti in materia è un misterioso prodigio di cui solo l’autore custodisce il segreto. Chi legge il libro può solo limitarsi a fare qualche illazione o meglio abbandonarsi al fluire della narrazione.

http://www.inscenaonlineteam.net/inscena/2017/05/27/agata-motta-divagazioni-sui-lehman/

 

 

“Non ho tempo di badare ai miei killer”di N. Gennaro

Lo spettatore accorto

IO ‘RESTO’ QUI….

La vita di Nino Gennaro ripercorsa al Teatro Biondo di Palermo

di Agata Motta

“Un uomo si uccide ogni giorno con le parole che gli si tirano contro”. Potrebbe essere solo una frase tra le tante, una semplice constatazione di cui prendere atto, invece è un punto di partenza per oltrepassare l’umiliazione con la lotta, è la molla per avviare il riscatto sulla pressione sociale e psicologica che schiaccia e mortifica. Quella di Nino Gennaro, poeta e scrittore corleonese scomparso vent’anni fa, è una voglia di vivere insopprimibile, anche negli anni della malattia, in quella lunga parentesi di preparazione al grande viaggio spesa nell’impegno e negli eccessi. (leggi tutto)

“Tre desideri” di B. Moor

AL PASSAGGIO DI UNA NUVOLA….

“Tre desideri” di Ben Moor, regia di Mauro Parrinello. Teatro Libero di Palermo

di Agata Motta

Forse è meglio così, che la cara vecchia terra continui a ‘provvedere’ ai suoi sei miliardi di inquilini, limitandosi ad uno sguardo affettuoso proiettato sullo scenario immenso dell’infinito. Non è un caso, infatti, se i due protagonisti di Tre desideri di Ben Moor inizino e finiscano il loro percorso dentro un planetario, entrambi affascinati dalla calotta celeste e da un altrove percorribile solo con l’immaginazione.

Il Teatro Libero di Palermo ospita per la prima volta in Italia un testo di Ben Moor, interessante ed acclamato autore britannico che Mauro Parrinello (anche regista dello spettacolo), ed  Elisa Benedetta Marinoni (anche traduttrice), interpretano con leggerezza e disinvoltura. L’occasione narrativa è surreale: il passaggio di una nuvola di natura non identificata produce lo strano fenomeno dei “tre desideri” che ogni essere umano ha la possibilità di realizzare. » Read more

intervista su Cataniaperte

 

Intervista con Agata Motta
di Carmelo La Carrubba

 

  Nella foto Clara Gebbia, regista dello spettacolo Viaggio nei tuoi occhi

Il 9/10/11 aprile va in scena al Teatro Libero di Palermo lo spettacolo “Viaggio nei tuoi occhi” regia di Clara Gebbia su testo della giornalista e scrittrice Agata Motta. Centrale è la figura della madre nello spettacolo nella constatazione che essa si può comprendere e conoscere solo quando si diventa madri. La drammaturgia si sviluppa attraverso tre personaggi o, se volete, tre diversi modi di essere madre: l’autrice affronta tre aspetti fondamentali dell’essere o non essere madre: quando una malattia invalidante non le fa ricordare che ha una figlia; quando la figlia tenta di diventare madre o, infine, di una donna che dialoga in chat della mancata maternità. Sono pensieri di grande attualità per chi li vive ma che conservano echi di risonanze antiche.
Prima dello spettacolo abbiamo rivolto delle domande all’autrice:
D. Puoi dire qual è la parola chiave che con insistenza è diventata la sintesi della sofferenza quotidiana e sta alla base di questo tuo lavoro teatrale?
R. Come spesso accade nei miei lavori, una o più parole si affacciano con ostinazione nelle mie giornate a chiedere attenzione. In questo lavoro la parola chiave è senz’altro “madre” e intorno ad essa ruotano le storie delle tre donne protagoniste, storie di dolore quotidiano che sanno trasformarsi in ariose speranze e che riescono a suscitare persino il riso. Se volessi sintetizzare in una frase il succo della storia o la morale della favola potrei dire che i figli, se ci vogliamo bene, sarebbe meglio non farli, ma una volta fatti diventano la parte migliore di noi.
D. Madri, genitori, figli sono i protagonisti – con la loro presenza o assenza – della vita di ognuno di noi. Sicuramente anche della tua vita: E’ così?
R. Certo, è così. Non posso nascondere che all’origine del mio lavoro ci sono delle esperienze che mi appartengono, come la gravidanza arrivata in età matura o il rapporto irrisolto con la malattia di mia madre o la constatazione di quanto i social network stiano stravolgendo le relazioni sociali trasformandole in qualcosa di “liquido”, per usare un’espressione celebre del sociologo Bauman. L’idea di scoprirmi sulla scena, di mettere a nudo parte della mia vita però mi imbarazzava molto, così ho preferito cogliere solo degli input e procedere su un terreno del tutto diverso, lasciando che i personaggi scegliessero direzioni diverse ma dando loro in prestito le mie emozioni reali.
D. Il lavoro con la regista Clara Gebbia nell’impostare un linguaggio scenico si sarà presentato ricco di creatività ma anche di difficoltà. Ne vuoi parlare?
R. L’incontro con Clara Gebbia è stato subito speciale e quasi magico, perché abbiamo scoperto di avere moltissimo in comune, la stessa determinazione, la stessa voglia di esplorare i meandri dell’animo umano. L’aver trascorso alcuni giorni con lei durante le prove mi ha consentito di far aderire perfettamente il testo alle esigenze sceniche. Clara ha una concezione originalissima del teatro, indissolubilmente legata al canto (rigorosamente a cappella nelle bellissime voci di Nenè Barini, Germana Mastropasqua e Alessandra Roca); inoltre lavora con una compositrice eccellente, Antonella Talamonti, e con lei ha impostato un controcanto mitico (in un suggestivo greco antico) legato alle Moire. Parole e melodia si sostengono vicendevolmente, si danno significato, si rincorrono, si oppongono in un insieme di grande effetto.


 

Intervista alla Compagnia Umane Risorse.Tra gli spettacoli prodotti dalla compagnia anche Viaggio nei tuoi occhi di Agata Motta

Umane Risorse, il teatro tra musica e rito

Una intervista a Clara Gebbia ed Enrico Roccaforte

Pubblicato il 07/04/2016 / di / ateatro n. 158 / 0 commenti /
Il Rosario, lo spettacolo di Umane Risorse, sarà al Teatro India dal 12 al 14 parile 2016. Per l’occasione, un breve autoritratto della compagnia in forma di intervista.

Clara Gebbia e Enrico Roccaforte (foto di A. Primavera)

Come nasce la compagnia Umane Risorse?

Clara Gebbia ed Enrico Roccaforte Il nulceo artistico Umane Risorse è nato originariamente dal nostro incontro come registi con Antonella Talamonti, compositrice, sul finire del 2010, con il desiderio di far dialogare musica di tradizione orale e teatro contemporaneo. Noi siamo entrambi palermitani e amici da oltre 15 anni, quindi ci siamo sempre confrontati nel nostro percorso teatrale, in cui abbiamo anche competenze diverse: Clara organizzatrice/produttrice e Enrico attore e formatore. Nel suo percorso la compagnia ha incluso altri collaboratori tra figure artistiche e tecniche. Con Umane Risorse conduciamo da cinque anni una ricerca sonora e teatrale che si concentra sul continuum di possibilità che esiste tra il canto e la parola. Abbiamo dato vita a spettacoli teatrali in cui la musica della parola e quella del canto si affiancano e a tratti si sovrappongono. Vogliamo raccontare il mondo di oggi e i suoi conflitti sociali, in particolare indagando le dinamiche del potere, le sue storture e l’effetto che questo ha sulle vite degli uomini, con una particolare lente d’ingrandimento: il rapporto tra l’uomo e il rito, in una continua dialettica tra passato e presente.

Rosario

Rosario

Nella creazione degli spettacoli, qual è l’equilibrio che si crea tra voi due?

Clara Gebbia ed Enrico Roccaforte Il processo creativo cambia sempre in funzione dello spettacolo e viene continuamente rimesso in gioco a ogni ripresa: i nostri spettacoli hanno bisogno di una preparazione molto complessa e come tutti si perfezionano lungo il cammino, forse richiedendo un tempo un po’ più ampio del teatro di prosa. Nel Rosario abbiamo trovato nel piccolo testo di De Roberto gli elementi che ci interessavano e abbiamo deciso di riscriverlo e riadattarlo alle nostre esigenze. Poi sullo scheletro della drammaturgia abbiamo coinvolto Antonella Talamonti che ha portato le sue competenze musicali attingendo alla musica tradizionale e scrivendo nuovi brani appositamente per lo spettacolo. Con gli attori il training è sia fisico che vocale e la preparazione è molto dura e costante e richiede una grande precisione musicale, di movimento e di parola.
In Paranza il miracolo il procedimento è stato diverso perché il progetto è stato scritto a più mani da Gebbia/Roccaforte/Talamonti insieme con una dramaturg, Katia Ippaso, che ha seguito tutto il processo creativo, registico e improvvisativo degli attori e in varie tappe ha continuato a riscrivere la drammaturgia dello spettacolo e le liriche dello stesso fino al debutto palermitano del 2015 con la produzione del Teatro Biondo e del Teatro di Roma, dopo avere già vinto, con la prima versione del lavoro, il Premio Teatri del sacro nel 2013.

Apocalisse

Apocalisse

Nel vostro lavoro la musica (e soprattutto il canto) hanno un ruolo cruciale. All’aspetto musicale è legata l’attenzione al rituale, ma in stretto collegamento con la contemporaneità. Quale è il punto d’equilibrio tra questi due aspetti?

Clara Gebbia ed Enrico Roccaforte Come dici bene, l’aspetto musicale nei nostri spettacoli è strettamente legato all’aspetto rituale. Proprio per questo non sono dei musical. Sono degli spettacoli di prosa in cui la parte del testo, della parola ‘parlata’ è importantissima. Ogni volta che nei nostri spettacoli si usa una vocalità cantata, è perché si verifica proprio una situazione rituale. Quindi non è come all’opera o come nel musical: il canto ha una funzione diversa. Poi come dicevamo c’è un ulteriore livello, che è poi quello peculiare della nostra ricerca, del ‘parlato intonato’ e del ‘parlato ritmato’ che attiva sulla scena un diverso grado di presenza: non è rito, ma sono situazioni della realtà che normalmente non sono racchiuse in una partitura (come per esempio un litigio o una protesta) ma che vengono invece imbrigliate in una scrittura di tipo musicale pur mantenendo il carattere di battute teatrali. Non c’è mai il canto tout court ma il canto è sempre ‘in funzione’.

Viaggio nei tuoi occhi

Viaggio nei tuoi occhi

Clara Gebbia ed Enrico Roccaforte Nel Rosario il canto ha una funzione sia religiosa che non (la famiglia protagonista della pièce si rivolge la parola solo durante la recita quotidiana del rosario. Il canto è utilizzato, oltre che per pregare, per esprimere sentimenti, frustrazioni, desideri, per sopraffare, invocare). In Paranza abbiamo preso la modalità del canto e del gesto rituale, in particolare del pellegrinaggio, e l’abbiamo spogliato della funzione religiosa attribuendo un’altra funzione: quella di riavere i diritti che si sono persi. I quattro protagonisti portano in spalla il ‘Tosello’, il pesante oggetto rituale che si vede nelle processioni. In Viaggio dei tuoi occhi di Agata Motta abbiamo utilizzato un canto in greco antico su un testo assolutamente contemporaneo e con tematiche attuali (gravidanza tardiva, fecondazione eterologa). Qui l’aggancio con il rito è stato di tipo archetipico: alle tre protagoniste, donne di oggi, abbiamo sovrapposto l’archetipo delle Moire e ogni qualvolta c’era un aggancio con situazioni quali nascite, morti, rapporti madre/figlia, queste figure si sovrapponevano creando un cortocircuito temporale.

Viaggio nei tuoi occhi

Viaggio nei tuoi occhi

Che origine ha la vostra ricerca sul rito?

Clara Gebbia ed Enrico Roccaforte L’osservazione sulla ritualità è nutrita dai viaggi di ricerca che facciamo da anni durante la Settimana Santa con il gruppo di Estetica del Canto Contadino della Scuola Popolare di Musica di Testaccio        guidato da Giovanna Marini.
Questi viaggi ci hanno portato alla consapevolezza che il rito è qualcosa di vivo, che segna lo spazio e il tempo del fare, che dà senso a ciò che si fa e inoltre dà un’indicazione sul ‘come fare’: un rito per essere tale deve essere sempre uguale, deve essere codificato per essere imitato o compreso da chi vi partecipa. Per questo è possibile trasporlo in teatro e farne un linguaggio.

Qual è il ruolo di una piccola compagnia indipendente in Sicilia? Difficoltà-opportunità…

La paranza, foto di Valeria Tomasulo

La paranza, foto di Valeria Tomasulo

Clara Gebbia ed Enrico Roccaforte Essere una compagnia indipendente in Sicilia è estremamente difficile dal nostro punto di vista soprattutto negli ultimi anni. Recentemente è avvenuto un fatto abbastanza inquietante, cioè un’inchiesta della Guardia di Finanza che ha indagato 72 associazioni siciliane su 95 che avevano fatto richiesta di finanziamento, cioè praticamente quasi la totalità dei richiedenti, alcune per motivi reali (per esempio spettacoli falsi e dichiarati come veri). Tante associazioni teatrali sono state coinvolte solo per questioni di errori materiali di entità minima: nel nostro caso, per 3 giornate lavorative al minimo sindacale non versate durante l’anno a fronte di oltre 400 versate: una svista del commercialista per cui abbiamo rischiato un processo penale.

La paranza, foto di Valeria Tomasulo

La paranza, foto di Valeria Tomasulo

Tutto si è risolto ovviamente con una archiviazione ancora prima del processo, quindi sembrerebbe un lieto fine, in realtà questo ci è costato un sacco di soldi di spese legali. Questa vicenda ci ha letteralmente fiaccati e abbiamo dovuto chiudere l’Associazione Teatro Iaia con cui ci autoproducevamo insieme agli organismi che ci coproducevano. Quindi ora non siamo più un soggetto giuridico ma siamo soltanto un gruppo artistico. Questa faccenda dimostra come questo paese sia non solo noncurante verso gli artisti ma anche a volte minaccioso, come si è visto anche in altre occasioni. Si è comunque sviluppata una rete di solidarietà, cito per tutti il Circuito Teatrale Latitudini di cui fanno parte vari soggetti siciliani che è una fonte di dialogo non solo artistico.
Per fortuna adesso Umane Risorse è prodotta da 369gradi, con la direzione artistica di Valeria Orani e la complicità di Alessia Esposito e Benedetta Boggio, che hanno creduto in noi, ed è iniziato un nuovo corso. Inoltre di positivo sicuramente c’è stata in Sicilia l’apertura agli artisti della città del da parte del Teatro Biondo con la nuova direzione di Roberto Alajmo per cui per la prima volta ci siamo trovati ad essere chiamati dal teatro della nostra città che ha prodotto il nostro spettacolo Paranza insieme al Teatro di Roma e a Teatri del Sacro.

Quali sono i progetti futuri?
Clara Gebbia ed Enrico Roccaforte Ci stiamo dedicando alla ricerca di un testo contemporaneo che chiuda la nostra trilogia sul potere, il tempo e il rito di cui Il Rosario e Paranza sono i primi due capitoli: Il Rosario era incentrato sul potere matriarcale, metafora di come la mancanza di libertà rischi di soffocare l’arte, ed era ambientato in una dimensione temporale arcaica.
Paranza, come ricorderai, esplorava la ricaduta della dimensione del potere politico e burocratico sulla vita di un gruppo di cittadini portatori di diversi diritti, ambientato quindi in una dimensione contemporanea.
Il progetto nuovo vorremmo avesse a che fare con il futuro, ma con una dimensione di Apocalisse contemporanea, che in parte stiamo vivendo e che sentiamo imminente, sia per motivi etici, che ambientali, che di perdita generale di senso.
Inoltre dopo questi anni di lavoro sentiamo adesso la necessità di condividere la nostra ricerca attivando un processo di formazione per giovani attori e cantanti che vogliano esplorare la dimensione teatrale, musicale e vocale anche per permetterci di fare dei nuovi incontri che ci consentano di ampliare il gruppo Umane Risorse.
Per questo stiamo organizzando una serie di laboratori, di cui il primo avrà luogo a Roma dal 2 al 6 maggio presso Carrozzerie N.O.T. e ha come titolo ‘Studio per un’Apocalisse’ condotto da noi due insieme ad Antonella Talamonti.

Scarica la locandina: Il Rosario di Umane Risorse al Teatro India.

Partecipano ad Umane Risorse: Nené Barini (attrice-cantante), Francesco Fazzi (sound designer), Rosalba Greco (organizzatrice), Katia Ippaso (drammaturga), Germana Mastropasqua (cantante-attrice), Grazia Materia (costumista), Alessandra Roca (attrice-cantante), Michelangelo Vitullo (light designer).
Collaborano con Umane Risorse: Filippo Luna, Gianni Staropoli, Andrea Casarini, Maria Crescenzi, Giacomo Sette, Kallipigia Architetti, Massimo Bellando Randone, Luigi Biondi.
Hanno coprodotto Umane Risorse: Teatro Biondo di Palermo, Teatro di Roma, Teatri del Sacro
Dal 2016 Umane Risorse è prodotta da 369gradi direzione artistica Valeria Orani.
www.umanerisorse.com
umanerisorseteatro@gmail.com
ufficio stampa 369gradi Benedetta Boggio: benedetta.bo@gmail.com
per info sul laboratorio dal 2 al 6 maggio 2016 a Carrozzerie N.O.T.: http://www.carrozzerienot.com/#!blank/thuwl

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