“Anime brevi” di Andrea Dei Castaldi
I guizzi scomposti della vita nel nuovo romanzo di Andrea Dei Castaldi. Barta pubblica ‘Anime brevi’
@ Agata Motta, 18-05-2022

Scritto durante un lungo soggiorno in Argentina, Anime brevi, ultimo romanzo di Andrea Dei Castaldi, pubblicato ancora una volta dall’editore toscano Barta di cui si apprezzano sempre le deliziose copertine, giunge, dopo sei anni di attesa, a concludere la trilogia che, con Finistère (2013) e La cesura (2015), attraversa i grandi temi universali della colpa e del perdono, cui si aggiunge infine l’espiazione come ipotesi “irrisolta” di riparazione post mortem.
Due amici d’infanzia, Pietro e Marcello, si ritrovano dopo trent’anni. Dovrebbe essere festa, invece sarà tragedia. Marcello, che appena adolescente aveva seguito il padre in America Latina, torna nel paese d’origine coronato da un certo successo economico e sociale; Pietro, che invece non si è mai mosso, ha rinunciato alla proprio sogno artistico travolto dal tracollo della famiglia, ma ha ritrovato la serenità grazie a un matrimonio che lo ha sollevato da un lavoro umile per consegnarlo a una bottega in cui gli strumenti musicali potrà almeno accarezzarli, se non proprio suonarli come un tempo. Entrambi hanno costruito la loro vita su segreti e menzogne che rosicchieranno il territorio comune sul quale si ritroveranno ad agire.
Il perno intorno al quale tutto ruota è l’arte, sia essa quella magnificata nella ricostruzione del teatro comunale affidata all’architetta Irene (contraddittorio il destino contenuto nel nome, colei che dovrebbe rappresentare la pace diviene invece strumento di spossanti lotte interiori) e alla sorella scenografa Greta, sia essa quella incarnata dall’opera scelta per il debutto, il Tristano e Isotta di Wagner, sia quella discreta e antica dei liutai perpetuata da Pietro e dal vecchio Chille.
A differenza del romanzo precedente, la voce è quella di un narratore onnisciente che indossa gli occhi e i pensieri più intimi e ingombranti dei personaggi, probabilmente perché l’autore ha sentito il bisogno di consegnare l’idea ambiziosa che sottende il suo romanzo a forme più rassicuranti e salde, quasi a volerlo ancorare a un impianto classico che ne contenesse le forze centrifughe.
In ogni singola scheggia di vita si avverte un guizzo scomposto, un tentativo di sopravvivenza, almeno finché essa non viene consegnata al disegno sotterraneo che ne farà un tassello da collocare nella nicchia che sembra attenderla da sempre. E quando quell’agonia è vista dall’esterno, come se lo sguardo potesse distaccarsi dal corpo e osservarlo con asettica curiosità scientifica, il racconto diventa ancora più lancinante, la possibilità di scissione che si concretizza nella presenza di un altro sé genera dolore puro e la tragedia non offre rifugi catartici.
Delizioso il titolo che, nel suo ossimoro evidente, sembra fornire una chiave di lettura: le anime brevi – come rivela lo stesso Dei Castaldi in un’intervista – sono quelle di chi sente di aver perduto irrimediabilmente una parte preziosa di sé, forse la migliore, e di sopravviverle e ad esse l’autore si accosta per rubare segreti e turbamenti, le pedina nella loro quotidiana relazione con il mondo attraverso sequenze descrittive che arrivano al cesello o le condanna all’eterno dilemma tra ragione e sentimento fino alla chiusura del sipario sulla catastrofe – quella antica che si riverbera su quella presente – che finirà per coinvolgere tutti da attori o da spettatori.
I personaggi agiscono in un presente di apparente normalità – il presente della storia è quello degli anni Ottanta del benessere diffuso e delle grandi manovre economiche – ma i segnali di uno slittamento del piano della narrazione verso il baratro sono disseminati sin dall’inizio. Già durante la festa di compleanno di Irene, in cui i due amici dovrebbero finalmente ricucire il passato, ancor carico di promesse, al presente (un’ampia ellissi temporale occulta la parentesi centrale), l’atmosfera si surriscalda con i polemici commenti dello stranito Pietro allo starnazzante cinismo del commensale di riguardo, un politico tronfio e interessato solo al denaro che stramazzerà al suolo colpito da un infarto. E ne troviamo tanti altri di indizi, che pian piano si trasformano in prove e conferme, quelli più eclatanti durante le feste (la notte di San Silvestro) o le grandi occasioni (l’inaugurazione del teatro restaurato) che, in perfetto parallelismo (uno per ogni atto), si tingono sempre di scuro.
Il vissuto emerge qua e là nel racconto tramite il lento affiorare dei ricordi – che Dei Castaldi sa manovrare con impeccabile maestria tanto da renderli la parte più solida e affascinante del suo edificio narrativo – o in capitoli isolati che costituiscono illuminanti e magnifici flashback. A svettare in un delicato lirismo sono infatti gli uomini e le donne già scomparsi (Sebastiano e Anita, genitori di Pietro) o i vecchi (Chille, la fidanzata respinta di Sebastiano che sciupa la propria giovinezza nella furia vendicatrice) che di quel passato sono custodi o vittime, mentre le figure del presente a tratti appaiono sbiadite (Livio, il compagno di Greta), appena sbozzate ma fortemente carismatiche (Cecilia, la moglie di Pietro) o puramente funzionali all’azione (Manuel, il violento e ambiguo collaboratore di Marcello, il politico Bozzetto).

Andrea Dei Castaldi
Alcuni bellissimi capitoli sono costituiti da fotogrammi che si dilatano a dismisura fino ad espandersi e a straripare; sono percezioni improvvise, sono un lento sporgersi nella propria interiorità, sono domande di cui si conosce la risposta e domande che non osano nemmeno affiorare, sono riflessioni che rischiarano in parte la coscienza, sono sguardi poggiati su un universo che sembra non appartenere più a chi lo abita.
Nel dono che il vecchio liutaio Achille fa ad Irene, un pezzetto di legno situato tra il piano armonico e il fondo di ogni violino chiamato “anima”, è davvero racchiuso il senso stesso della vita, nessuno lo vede ma è indispensabile e davvero “il nome che si dà alle cose non è mai un caso”. E non è un caso infatti la cura maniacale che l’autore riserva al lessico, dietro la scelta di ogni parola si avverte la ricerca, quasi l’ansia di trovare i termini giusti, gli accostamenti più efficaci. Identica attenzione si avverte nella sintassi che cattura il lettore nelle spire di avvolgenti subordinate che lo costringono spesso a tornare indietro per non smarrire qualcosa dentro la densità del testo e per recuperare ogni singolo profondo pensiero. Non è una scrittura sempre agevole quella proposta questa volta da Dei Castaldi, ma complessa e ripiegata su se stessa come il pensiero dei suoi personaggi. E sembra quasi di respirare la fatica, la lotta, il rovello che lo scrittore deve aver ingaggiato con una materia incandescente che si intuisce possa aver costituito per qualche tempo un’ossessione.
Non che sia indispensabile conoscere il Tristano e Isotta di Wagner (una storia particolarmente cara al musicista perché pregna degli echi dell’amore per Mathilde Wesendonck, moglie del suo migliore amico), ma sicuramente aiuta parecchio a penetrare negli anfratti del romanzo che ne è tanto innervato da costituirne uno specchio contemporaneo. La serie di espliciti rimandi al dramma – quasi la sua replica – comincia sin dalla tripartizione in atti (la nave, la selva, la torre), ulteriormente sottolineata dalla preparazione scenografica di Greta che diviene rappresentazione e metafora ad un tempo, fissa in Pietro e Irene i novelli Tristano e Isotta, sostituisce una lettera al filtro d’amore, scandaglia il tema del tradimento di chi si fida (il più terribile nella visione dantesca e degno del cerchio infernale più basso) sino a trionfare nella magnifica sequenza del debutto dell’opera – in un teatro fresco di restauro e sfavillante di bellezza – chiosata dallo sguardo ardente e inquieto di Greta, infausta demiurga. La donna ha portato a termine il suo disegno, ma si accorge di non averne previsto fino in fondo le conseguenze. Consumata dal morbo sacro, al quale ha pensato di poter resistere con un puro atto di volontà, è costretta a cedere e a farsene travolgere, quando ormai tutto intorno a lei è rovina e maceria.
Ma allora il destino esiste davvero come dato incontrovertibile o le vite delle persone si possono manovrare a piacimento? Quanto incide la volontà sui percorsi umani e quanto invece le colpe ataviche? E il perdono può mutare il corso degli eventi o suggella semplicemente la sconfitta degli interpreti dell’insensata tragedia umana? L’autore ventila la possibilità che la redenzione possa arrivare a patto che il dolore la intrida e la accompagni non senza aver prima compiuto il passo più difficile, quello del perdono concesso a se stessi.
La sensazione finale però è quella di un testo non pienamente risolto, forse troppo compresso, come se su molte cose l’autore avesse preferito tacere. Una scelta rispettabile, sebbene rimanga il desiderio di oltrepassare il corto orizzonte che ci ha mostrato queste anime brevi come tremolanti bagliori presto spenti.
Andrea Dei Castaldi
Anime brevi
Barta editore, 2021
pp.224
€ 13,00
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Ma tutto ciò potrebbe non bastare per garantire lo spessore di questa fiction se non ci fossero tanti altri robusti interpreti a sostenere l’altissima prova delle protagoniste. Primo fra tutti Matteo Cecchi, uno straordinario Pietro Airota, giovane talento accademico e rampollo di illustre famiglia, che sposerà la combattuta e già esitante Elena decretandone di fatto l’affossamento nel ruolo di moglie e di madre. Immerso nel proprio universo letterario, Pietro crede di poter attuare la sua rivoluzione dalla scrivania domestica e dalla cattedra universitaria, ma non si accorge di quanto essa possa trovarsi lontana anni luce dai fermenti sociali che di altre lotte e di altri strumenti si stanno frattanto dotando. Da una parte esorta la moglie a proseguire il suo percorso artistico dall’altra la vincola a ruoli tipicamente femminili, come se si potesse scrivere un libro nei ritagli di tempo tra un’incombenza domestica e l’altra o tra due maternità subite e non desiderate. Nello sguardo, nella modulazione della voce, nei gesti, Cecchi costruisce un personaggio a tutto tondo con le sue spossanti contraddizioni e riesce a farlo amare nonostante tutto, perché proprio l’amore per la donna che ha scelto di sposare, superando l’enorme divario sociale, è tangibile e pieno di sofferenza.
Maria Chiara Giannetta è Blanca Ferrando, una giovane non vedente esperta in décodage, l’ascolto analitico di tutti i materiali audio delle inchieste. Basta perdersi nel suo sguardo perso per constatare che la sua è una superba prova attoriale, basta seguirne il passo incerto, guidato da Linneo, il bulldog femmina divenuto star della serie, per sentire quanto lo spazio, agevolmente abitato dagli altri personaggi, possa essere insidioso e attraente per chi ha scelto di non arrendersi e di inseguire le proprie ambizioni nonostante gli evidenti limiti. Il lavoro d’ufficio, al quale potrebbe validamente contribuire con le sue competenze, le calza stretto, lei vuole immergersi nelle indagini, divenire membro attivo del Commissariato presso il quale lavora come stagista.
La vita di Pietro e Rebecca (Lino Guanciale in stato di grazia e Aurora Ruffino, ottima nelle vesti di Rebecca da giovane e inadeguata in quelli della donna matura, complice un trucco inaccettabile), profondamente diversi per collocazione sociale, cultura e ambizioni ma folgorati da un’attrazione reciproca che diventa amore profondo, viene messa alla prova dall’arrivo di tre gemelli. In realtà uno morirà durante il parto e la coppia, con un atto di generosità che rasenta l’incoscienza, porterà a casa ugualmente un terzo figlio attraverso l’adozione di un bambino di colore abbandonato e portato in ospedale da un vigile del fuoco. I tre fratelli crescono insieme creando di fatto una frattura nella giovane coppia, spossata da una genitorialità che risucchia ogni energia e chiude per qualche tempo il sipario sui sogni artistici di Rebecca. Claudio e Cate si aiutano a vicenda, uniti dal viscerale legame spesso presente nei gemelli, mentre Daniele vive alla perenne ricerca di un’approvazione che si trasforma in perfezionismo,
Luca Ribuoli, che ha firmato moltissime fiction di successo (La squadra, Don Matteo, La mafia uccide solo d’estate), è attento alla creazione di un contesto italiano (Torino, Milano, Roma e Napoli sono le città di riferimento, ma l’intento rimane parzialmente realizzato) per una storia molto americana nella quale l’identificazione non è immediata, si avvale dell’impegnativo montaggio di Pietro Morana e si affida ad una birichina e assai orecchiabile colonna sonora, il cui brano portante Mille stelle, scritto da Andrea Farri e da Nada (che la canta) sembra solleticare dolcemente le corde dei sentimenti.






Acclamato e blandito dalla critica che lo ha definito “un filosofo-scrittore”, Bernhard Schlink ha consegnato ai suoi lettori l’ultimo romanzo Donna sulle scale, edito da Neri Pozza.






Il destino mette sulla sua strada la giovane omonima nipote di Anastasija e, attraverso lei, il tempo, che non può riavvolgere il suo nastro, concede un nuovo inizio, un nuovo amore che si nutre del precedente e sembra da esso generato. Pian piano riaffiorerà anche la memoria legata ai campi di lavoro e alla lotta per la sopravvivenza che cederà presto il posto al desiderio della morte come unica speranza di sollievo, come unica via per far cessare i tormenti fisici e il logoramento psicologico. La possibilità di diventare un “lazzaro”, una cavia da laboratorio programmata per la resurrezione, viene colta infatti al volo, per qualche mese si sarebbe aperta una parentesi di vita simile a quella del bestiame ben pasciuto per il macello, alla boccata d’aria dell’annegato. Se Innokentij sia finito in quella lurida sacca priva di umanità da omicida, come recita l’accusa, o da calunniato, come appare, è un particolare che lentamente si svelerà alla coscienza dell’uomo sempre più affievolita dai disturbi fisici legati all’anomalia della sua condizione. “Da dove comincerò a piangere le azioni della mia vita maledetta?” Le parole del Grande canone penitenziale incontrano il pensiero dei grandi padri della letteratura russa, Puškin e Dostoevskij, così colpa e innocenza, vendetta ed espiazione cammineranno tenendosi per mano, tutto apparirà filtrato dal tempo e da una sorta di tiepido abbandono. Persino l’incontro con il decrepito aguzzino Voronin, che ribadisce la sua assenza di pentimento e manifesta solo una blanda curiosità per il prodotto di un esperimento ben riuscito, non alimenta odio nella vittima ma apre un varco in cui insinuare una semplice constatazione: quando non c’è più cattiveria né rimorso, l’anima sprofonda nel sonno.






Un tempo le rappresentazioni erano sacre, con il loro corredo di significati simbolici e di intenti didattici per la moltitudine incolta, ma già la filosofia ne aveva fatto terreno privilegiato di indagine con interpretazioni fertili e continuamente plasmabili. Ma non sono le varie accezioni filosofiche ad intrigare Romana Petri nel suo recente romanzo La rappresentazione (l’ultimo della saga portoghese che comprende il magnifico Ovunque io sia e il malinconico Pranzi di famiglia), edizione Mondadori, quanto piuttosto quegli elementi in un certo senso teatrali che si biforcano in una duplice direzione: quella della rappresentazione del sé per gli altri, con quei brandelli di certezze che fungono da argine o da approdo quando la ricerca della propria identità annaspa e si frastaglia conducendo a derive esistenziali, e quella della rappresentazione del sé per sé stessi con la creazione di un’immagine rassicurante che possa placare ansie e dubbi e contemporaneamente lenire dolori antichissimi e recenti.



